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Pindaro (Cinoscefale, Tebe 518 ca. - Argo 438 a.C.), poeta lirico greco, uno dei maggiori esponenti della lirica corale. Nato in una famiglia nobile e agiata, rimase sempre fedele agli ideali aristocratici propri di un mondo arcaico che era ormai al tramonto.
Pindaro viaggiò a lungo e la sua fama gli procurò numerosissimi incarichi poetici da parte di sovrani e di famiglie eminenti; celebri soprattutto gli epinici con cui cantò le vittorie dei nobili nei giochi panellenici. Particolarmente importanti gli anni trascorsi in Sicilia presso i tiranni Gerone di Siracusa e Terone di Agrigento, ai quali dedicò i suoi più alti componimenti; e proprio in Sicilia incontrò Simonide e Bacchilide, anch’essi celebri poeti di epinici, con i quali rivaleggiò nel comporre. Oltre che dalle indubbie doti artistiche, il suo successo dipese dalla straordinaria capacità di presentare nei suoi carmi i miti greci in un'aura di perenne vitalità, e cioè fortemente legati a eventi presenti: Pindaro, in tal modo, si faceva interprete della coscienza dell'unità culturale del mondo greco, che nell’attualità del mito trovava la garanzia della costante presenza del divino nella propria storia.
Dell'immensa opera poetica di Pindaro, raccolta dai filologi alessandrini in 17 libri, ci sono pervenuti, oltre a un cospicuo numero di frammenti, solo i quattro libri degli epinici: 14 Olimpiche, 12 Pitiche, 11 Nemee, 8 Istmiche, così denominati in base al tipo di giochi panellenici in cui gli atleti glorificati avessero trionfato. La struttura degli epinici è costante ed è contraddistinta dalla descrizione delle vittorie atletiche, poi dal riferimento a qualche fatto mitico che possa nobilitare queste vittorie e infine da una sentenza (gnóme) che inviti il pubblico a riflessioni morali, suscitate proprio da questi eventi. La vittoria appare quindi come il segno tangibile della presenza divina nelle vicende umane e la poesia consegna all'eternità un evento gioioso. Celebre, tra tutte le poesie di Pindaro, la I Olimpica: qui le vittorie equestri di Gerone evocano le mitiche imprese dell’eroe dorico Pelope e del suo destriero Ferenico, per spingere poi il poeta a riflessioni sulla funzione eternatrice della poesia, dispensatrice di gloria immortale ai virtuosi. Solenne il tono del suo linguaggio, che su una base dorica, tipica della lirica corale, innesta elementi del dialetto beotico (Pindaro era infatti originario della Beozia), ma anche riferimenti al lessico epico omerico e alla lingua eolica della lirica monodica. L'efficacia evocativa e visiva dei suoi versi, capaci di concretizzare in un attimo le immagini e i colori, i bagliori della luce e la tensione dei corpi coinvolti nell’agone atletico; lo stile violento e inquieto, che procede per passaggi improvvisi e incuranti delle connessioni logiche (i cosiddetti 'voli pindarici'); il senso del valore supremo della bellezza: sono questi i fattori essenziali della poesia di Pindaro, che fu a lungo considerato il più grande dei lirici e già dagli antichi tanto venerato da essere giudicato, dal lirico latino Orazio, del tutto inimitabile. Una parte della critica odierna ha invece parzialmente velato la sua gloria poetica, accentuando l’eccessivo tono adulatorio che egli assunse nelle suoi epinici nei confronti dei propri committenti.
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