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Vivisezione

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Sperimentazione sugli animaliSperimentazione sugli animali
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Introduzione

Vivisezione Dissezione o innesto di strumentazioni scientifiche nel corpo di animali vivi, allo scopo di effettuare particolari ricerche. In particolare, le finalità della vivisezione possono essere raggruppate in tre principali obiettivi: 1) perfezionare le conoscenze mediche, veterinarie o biologiche, a scopo applicativo, ad esempio mettendo a punto nuove tecniche diagnostiche, al fine di mantenere o accrescere la salute e il benessere degli esseri umani, degli animali stessi o dell’ambiente; 2) verificare la sicurezza di prodotti chimici o farmaceutici di nuova fabbricazione, ad esempio mediante l’esecuzione di test di tossicità, e la sperimentazione di vaccini e antidoti; 3) ampliare la comprensione dei fenomeni e dei processi biologici, in senso puramente scientifico e non applicativo, per precisare o modificare le conoscenze già acquisite, e istruire i giovani ricercatori.

La funzione degli animali utilizzati, chiamati animali da laboratorio o sperimentali, è quella di servire da “modello”: i risultati delle ricerche compiuti su di essi vengono cioè utilizzati per dedurre funzioni e proprietà dell’uomo o di altri viventi. A seconda del tipo di indagine e di procedura usata è contemplata o meno l’uso dell’anestesia. Gli animali possono essere sottoposti a procedure di vario tipo, come l’inoculazione di sostanze varie, l’effettuazione di interventi di chirurgia o di esperimenti di manipolazione genetica.

La vivisezione permette di attuare indagini scientifiche in vivo, e si contrappone alle ricerche in vitro, che fanno uso di organi isolati, tessuti, cellule (cresciute in speciali mezzi di coltura) o costituenti subcellulari. Alcuni studiosi ritengono che l’effettuazione di studi soltanto in vitro possa essere limitante, perché i risultati non tengono conto delle interazioni che esistono tra le diverse parti di un organismo, e che le modalità di risposta di questo, pertanto, siano diverse da quelle di una sua singola parte.

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Cenni storici

L’uso di animali nella ricerca scientifica si ritrova, nella letteratura, già dal 500 a.C., con le ricerche di Alcmeone da Crotone sulla funzione del nervo ottico. Tecniche di dissezione di animali vivi furono messe a punto da Galeno di Pergamo; i risultati di questo furono più tardi utilizzati da William Harvey, nel XVI secolo, nelle sue scoperte sulla circolazione del sangue e sull’azione pompante del cuore. Fino al XVIII secolo, gli esseri umani furono considerati come l’unica alternativa possibile all’uso degli animali nella ricerca scientifica: alcuni sostenevano che i criminali potessero essere soggetti di vivisezione.

Nel XIX secolo l’attenzione sulla sperimentazione animale crebbe e il suo uso fu difeso da Claude Bernard e da altri importanti scienziati dell’epoca. Louis Pasteur, che fu tra i primi a esplorare il campo delle malattie infettive, sviluppò alcune terapie efficaci mediante l’uso di animali da laboratorio. Gli avversari della ricerca sugli animali, tra cui Lawson Tait, sostennero, invece, che le malattie degli animali sono differenti da quelle umane e che, pertanto, la vivisezione non aveva alcun valore.

Attualmente, le norme legali che nei diversi stati governano l’uso degli animali nella ricerca scientifica si differenziano per i livelli di attenzione e protezione forniti a questi organismi. In risposta a tale disuniformità, il Council for International Organizations of Medical Sciences ha pubblicato, nel 1985, una serie di direttive da seguire nelle ricerche che coinvolgono l’uso di animali.

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Animali impiegati

In tutto il mondo, i roditori sono gli animali più usati per le ricerche biomediche e l’impiego di altri mammiferi, uccelli, rettili e anfibi è, in proporzione, modesto. Tra i mammiferi, oltre ai già citati roditori, sono frequentemente utilizzati gatti, cani e scimmie. La specie scelta per l’uso in un esperimento dipende dall’oggetto di studio e dall’entità del danno che l’animale deve sopportare. Il riconoscimento degli effetti negativi in specie diverse è soggettivo. Osservazioni del comportamento animale collegate a studi sullo sviluppo del cervello sono state impiegate come forma di valutazione del danno sperimentato dagli animali.

Una direttiva della Comunità Europea del 1986 stabilisce che particolari animali possono essere allevati con finalità specifiche, in modo da disporre di un corredo genetico controllato, una storia sanitaria nota ed essere abituati al contatto con l’uomo e ai sistemi di allevamento. La direttiva della Comunità Europea proibisce l’uso di animali catturati in natura per la sperimentazione, anche a causa dei potenziali effetti negativi dell’intrappolamento, della quarantena e dell’adattamento alla cattività sulla riuscita della sperimentazione.

Tra gli animali usati o prodotti dalle sperimentazioni biomediche vi sono gli ibridi, ottenuti facendo riprodurre, per diverse generazioni e in modo controllato, alcuni soggetti in seguito a molte generazioni di incroci controllati e selettivi. Specifici ibridi possiedono caratteristiche distintive, come la presenza di anomalie o patologie non ereditarie, che li rendono utili come modelli in particolari aree della ricerca biomedica. Inoltre, vi sono i cosiddetti animali transgenici, “prodotti” per usi specifici e caratterizzati da un patrimonio ereditario alterato artificialmente, prodotto con il trasferimento diretto di materiale genetico (acido desossiribonucleico, DNA) da una specie animale a un’altra.

L’uso nella ricerca di gatti e cani abbandonati è proibito in quasi tutta l’Europa. In alcune regioni, tuttavia, i randagi sono così numerosi che il loro impiego a questi fini è stato sollecitato da più parti.

Fin dal 1976, il numero degli animali impiegati per la ricerca biomedica è andato diminuendo. Questa tendenza è stata accelerata dalla direttiva comunitaria del 1986, dalla crescita dell’attenzione del pubblico nei confronti della vivisezione e, probabilmente, anche dal fatto che, rispetto alle metodologie in vitro, l’uso degli animali sperimentali è molto dispendioso.

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Test di tossicità su animali

I test di tossicità, allo scopo di identificare i potenziali effetti negativi di specifiche sostanze chimiche sono, per legge, eseguiti su animali. Questi test sono largamente impiegati dai fabbricanti di prodotti per uso domestico e industriale, pesticidi, sostanze alimentari, cosmetici e farmaci, al fine di valutare gli effetti di queste sostanze sui sistemi biologici.

Il tipo di test impiegato dipende dalle condizioni. Esistono vari metodi per identificare, in vivo, gli effetti tossici: si possono, infatti, compiere test sugli effetti sistemici acuti (cioè sugli effetti immediati a carico di tutto l’organismo), sull’infiammazione della cute e degli occhi, sugli effetti subacuti e cronici (che si manifestano a medio e a lungo termine dalla somministrazione della sostanza in esame), sulla cancerogenesi (insorgenza di tumori) e sulla mutagenesi (comparsa di anomalie genetiche), sui danni alla riproduzione e sulla sensibilizzazione (sviluppo di allergie).

Gli effetti negativi sugli animali dei prodotti usati nei test di tossicità vanno dalla perdita di peso alla perdita di funzionalità di organi fondamentali, fino alla morte. Tali effetti dipendono non soltanto dal tipo di sostanza impiegata, ma anche dalla sua quantità e dalla modalità di somministrazione.

Altre procedure che richiedono, per legge, l’uso di animali sono le sperimentazioni sull’efficacia dei vaccini e dei nuovi farmaci.

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