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Struttura articolo
Introduzione; Ordine dei libri; Uso; Ispirazione biblica; Bibbia e cultura dei popoli; L’Antico Testamento; La Legge e le raccolte di leggi; Scritti apocalittici; Lo sviluppo dell’Antico Testamento; Il canone; Testi e versioni antiche; Antico Testamento e storia; Tematiche teologiche dell’Antico Testamento; Il Nuovo Testamento; Manoscritti; La letteratura cristiana antica; Il canone del Nuovo Testamento; Versioni antiche; La letteratura del Nuovo Testamento; Forme letterarie; Nuovo Testamento e storia; Cenni sulla cronologia neotestamentaria; I racconti dell’infanzia; Gli apostoli e la Chiesa delle origini; Principali temi del Nuovo Testamento; Dio; Gesù; Lo Spirito Santo; Etica
La Bibbia è il libro più diffuso nella storia dell’umanità e ha esercitato un’enorme influenza non soltanto per il carattere sacro che le viene attribuito, ma anche per la ricchissima testimonianza culturale in essa contenuta. La Bibbia ha ispirato la letteratura, l’arte, la musica, la filosofia e la società occidentale, debitrice, nei suoi temi e nelle sue realizzazioni, ai motivi e alle immagini bibliche. Le traduzioni moderne della Bibbia, come la traduzione tedesca di Martin Lutero (completata nel 1534), non solo hanno permeato profondamente la letteratura, ma hanno anche plasmato l’evoluzione della lingua. I popoli slavi hanno gettato le basi della loro cultura attraverso l’opera di traduzione dei libri sacri operata da Cirillo e Metodio, così come simili effetti continuano a essere avvertiti nelle nazioni di recente formazione, dove le traduzioni della Bibbia nell’idioma locale concorrono a formare le tradizioni linguistiche.
Una singolare continuità e vicinanza lega la tradizione ebraica a quella cristiana. I motivi storici sono noti: la fede cristiana si sviluppò generandosi in ambito giudaico e Gesù di Nazareth, il Cristo della fede cristiana, così come tutti i suoi discepoli, furono ebrei. Su quest’ovvia osservazione storica si innesta tuttavia una più complessa e delicata considerazione teologica. La tradizione cristiana riconobbe infatti in Gesù Cristo il “compimento” delle Scritture, colui che ne rivelava il senso autentico e definitivo. In questa prospettiva il cristianesimo delle origini, pur assumendo ben presto una propria fisionomia, si considerò l’erede delle promesse fatte a Israele rileggendo in chiave cristologica l’immenso patrimonio a cui pure apparteneva. Ne derivò la consapevolezza che con la morte di Gesù e con la sua resurrezione si fosse realizzata la “Nuova Alleanza” tra Dio e l’umanità, apportatrice di grazia e di universale salvezza. Il termine greco diathéke (“alleanza”) venne reso con il latino testamentum e andò a designare sia i libri ebraici sia quelli cristiani, con una importante distinzione che non intese affatto separare i testi: gli scritti dell’ebraismo antico considerati parola di Dio e profezia di Cristo furono designati come “Antico Testamento”, mentre gli scritti cristiani ritenuti ispirati dallo Spirito Santo vennero definiti “Nuovo Testamento”: di qui la classificazione in uso ancora oggi.
Da un punto di vista letterario, l’Antico Testamento è un’antologia di libri differenti, disomogenea quanto a paternità, data di composizione e genere letterario. Essa è il prodotto di un processo storico e letterario durato secoli, che affonda le sue radici in una tradizione orale che precedette e accompagnò la fissazione dei materiali in raccolte scritte più o meno ampie. Probabilmente fra il XIII e il X secolo a.C. iniziarono infatti ad essere elaborate le prime collezioni, i primi cicli orali di leggende e i primi canti epici che furono alla base dei successivi documenti scritti. Questa tradizione orale non si interruppe quando vennero messi per iscritto i primi testi e continuò a esercitare un influsso costante. L’ambiente di provenienza e di conservazione delle tradizioni (quello della corte, del culto, delle attività commerciali, del profetismo e così via) generò, mutuandoli anche dall’ambiente e dalle culture circostanti, differenti e molteplici generi letterari riscontrabili poi anche nei vari testi biblici, nel cui ambito si possono distinguere generi letterari in poesia e generi letterari in prosa.
La caratteristica inconfondibile che consente di identificare la poesia ebraica è la presenza del cosiddetto “parallelismo dei membri”, o stichi, del verso. Il parallelismo è stato definito dal biblista tedesco Otto Eissfeldt come “spartizione di ciascun verso in due, o più raramente in tre, stichi o membri in modo che costituiscano delle variazioni sullo stesso concetto e si trovino così in parallelismo tra loro”. A seconda della modalità di ripetizione si riconoscono: il parallelismo sinonimo, nel quale il secondo membro ripete lo stesso concetto del primo (Salmo 2:4); il parallelismo antitetico, nel quale il secondo membro presenta una negazione che rafforza il concetto espresso nel primo stico (Proverbi 10:1); il parallelismo sintetico, nel quale il secondo stico completa il primo (Salmo 1:1-3); il parallelismo climatico (dal greco klímax, “scala”, “gradazione”), nel quale il secondo stico carica il concetto espresso nel primo (Amos 1:8). Molto difficile risulta determinare il sistema metrico ebraico, basato su una serie regolata di suoni con intensità più o meno forte. Il verso ebraico più comune si presenta come un “3 + 3”, cioè una serie di tre accenti più tre accenti, separati tra loro da una cesura. Tra i generi poetici riconoscibili nella letteratura ebraica vanno ricordati i canti conviviali, quelli nuziali e di beffa, l’oracolo profetico (Amos 1:3-2:16) e, soprattutto nella più ampia collezione poetica della Bibbia costituita dalla raccolta dei Salmi, gli Inni (canti di lode a Jahvé; Salmo 48), il lamento funebre (Isaia 40:1) e individuale (Salmo 6:6), il salmo di fiducia (Salmo 23) e i salmi sapienziali (Salmo 119).
Anche la prosa ebraica, nella quale il periodo tende a essere breve, conosce diversi generi: il discorso (così come appare nel sermone religioso o in quello politico), la preghiera, l’epistola, gli elenchi. Appaiono utilizzati anche i generi letterari narrativi della saga, della leggenda, della storia. Il monoteismo ebraico impedì lo sviluppo di un vero proprio mito e gli accenni che si trovano nella Bibbia risultano purificati da concezioni estranee alla fede di Israele.
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