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Metrica

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Metrica italianaMetrica italiana
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Introduzione

Metrica Insieme delle norme, delle pratiche e dei fenomeni che contribuiscono alla struttura e alla forma di un’opera di poesia. Da quasi tremila anni, nella tradizione letteraria dell’Occidente e del Vicino Oriente esistono testi che si possono definire “poesia”, in quanto opposti ai testi in prosa. Alle origini, i confini della poesia non erano nettamente definiti: i testi poetici si confondevano sia con forme religiose (testi liturgici, racconti mitici, testi funebri), sia più generalmente con i canti, cioè con i testi musicati, religiosi o profani.

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Le unità metriche

Fra il VII e il III secolo a.C., nell’ambito della letteratura greca, la poesia conquistò una crescente autonomia, emancipandosi dal rito e, sia pure con grande lentezza, anche dalla musica, fino a distinguersi chiaramente come una forma autonoma di discorso letterario, capace di misurarsi con qualsiasi contenuto e dotata di una normativa codificata. In linea di massima, se per comporre testi in prosa è sufficiente seguire le regole della grammatica, per comporre testi poetici è necessario tenere conto anche di altri aspetti del linguaggio: la disposizione degli accenti, il numero delle sillabe, il tipo di suoni presenti nelle parole usate, le pause (che orientano il tempo della lettura o della pronuncia).

L’unità di base del discorso poetico è il verso, la cui fine, nei testi a stampa moderni, coincide con l’a-capo. Fino al XV secolo però i testi poetici venivano scritti di seguito: erano le rime e altre caratteristiche formali a permettere (in genere senza possibilità di equivoco) il riconoscimento dei versi.

In generale, la metrica studia e definisce proprio quegli aspetti formali che costruiscono le unità metriche (i versi anzitutto, ma anche le unità più piccole o più grandi del verso) e che rendono il discorso poetico sostanzialmente diverso dal discorso in prosa. Tali aspetti, e le regole che li organizzano, variano a seconda della lingua in cui il poeta scrive: la metrica classica greco-latina, ad esempio, si fondava sulla distinzione tra sillabe lunghe e sillabe brevi; l’italiano invece, che non riconosce più la lunghezza – o quantità – delle sillabe, fonda il suo sistema metrico sull’alternanza di sillabe accentate (toniche) e non accentate (atone).

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Metro e ritmo

In ogni testo poetico due sono gli aspetti fondamentali, strettamente correlati ma anche sostanzialmente diversi: il metro e il ritmo. Se ogni genere di discorso si realizza nel corso del tempo, nel discorso in versi la componente del tempo (della lettura o della recitazione ad alta voce) è particolarmente importante.

Il ritmo è dato dal ricorrere nel tempo di elementi uguali o simili, che appaiono riconoscibili e significativi. In particolare, nella metrica italiana il ritmo è dato dal disporsi in certe posizioni di sillabe toniche e atone, dal ripetersi di suoni uguali (soprattutto a fine verso, con la rima), dal ripetersi di certi schemi di accenti. Il metro è invece l’insieme delle regole, stabilite dalla tradizione, che definiscono quanto viene ritenuto obbligatorio per realizzare un certo tipo di testo.

Componendo ad esempio un sonetto, il metro impone di scrivere un componimento di quattordici versi di undici sillabe, suddivisi in due quartine e due terzine, con un limitato numero di scelte per quanto riguarda la posizione delle rime. In questo caso il ritmo sarà invece dato dalla scelta effettiva di certe sequenze di accenti, da un certo rapporto fra la lunghezza dei versi e la lunghezza delle unità sintattiche, dai rapporti delle rime fra loro e con gli altri elementi della sintassi e del metro, dalla scelta di certe pause ecc.

Il ritmo è dunque il frutto della realizzazione individuale del metro, cioè delle regole codificate dalla tradizione: per quanto possa essere libera e personale, la creazione effettiva di un autore deve essere percepita sullo sfondo delle regole, che vengono sempre per certi aspetti confermate e per altri modificate dalle singole realizzazioni. Da un lato, dunque, il ritmo esiste sempre in rapporto alle regole metriche, anche quando esse vengono rifiutate: in quel caso, il ritmo della composizione sarà determinato proprio dal suo rifiuto delle regole della tradizione metrica (in particolare, questo avviene nel caso del verso libero).

Da un altro lato, però, il ritmo è qualcosa di più ampio della metrica, per quanto senza il riferimento alla metrica sia impossibile percepire le caratteristiche del ritmo: non c’è poesia senza ritmo, senza cioè il ripetersi di determinate cadenze di accenti e di suoni che costituiscono la “musica” della poesia; questa musica non è un semplice accessorio, bensì proprio ciò che determina le caratteristiche specifiche del discorso in versi, distinguendolo dal discorso in prosa.

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I principali sistemi metrici

In greco e in latino la lunghezza delle sillabe era un tratto linguistico distintivo, cioè un elemento decisivo per capire il significato delle parole. La metrica greca e latina era perciò fondata sulla quantità delle sillabe, ovvero sulla successione ordinata di sillabe brevi e sillabe lunghe, di diversa durata e misura; l’alternanza di sillabe lunghe e brevi era codificata in alcuni moduli o unità, detti piedi. Ad esempio, la sequenza costituita da una sillaba breve seguita da una sillaba lunga dava luogo a un piede detto giambo; questo si opponeva in particolare al piede detto trocheo, costituito invece da una sillaba lunga seguita da una sillaba breve.

Altri piedi molto usati erano il dattilo (una sillaba lunga e due brevi) o lo spondeo (due sillabe lunghe). A sua volta, la successione dei piedi era governata da altre regole, che determinavano il costituirsi dei diversi tipi di verso. Il metro caratteristico della poesia epica era l’esametro, costituito da sei piedi: in genere il primo e il quinto erano dattili; il secondo, il terzo e il quarto dattili o spondei; il sesto trocheo o spondeo.

A partire dal I secolo d.C. la percezione della quantità delle sillabe andò progressivamente indebolendosi, fino a cadere del tutto nell’Alto Medioevo, all’epoca delle invasioni barbariche. Mentre cominciavano a svilupparsi quelle che poi sarebbero diventate le principali lingue dell’Occidente, i sistemi metrici si modificavano, assumendo come principi regolatori altri criteri, a cominciare dalla sillaba e dall’accento.

La metrica delle tradizioni germaniche, in seguito dominante nelle letterature tedesca e inglese, privilegia la distribuzione regolare degli accenti, ed è perciò detta accentuativa o tonica. Ad esempio, uno dei versi più importanti della letteratura inglese, il cosiddetto blank verse, è in genere costruito come una sequenza di dieci sillabe, in cui si alternano con regolarità sillabe atone e sillabe toniche.

Invece la metrica francese si sviluppò anzitutto come metrica sillabica, le cui regole erano determinate dalla presenza nel verso di un certo numero di sillabe. Il metro più illustre della tradizione francese è l’alessandrino, che è composto da dodici sillabe, con una netta pausa fra le prime sei e le seconde sei. La poesia russa, invece, che alle origini era sillabica, divenne nel XVIII secolo prevalentemente tonica.

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