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Nella metrica italiana è indispensabile tener conto sia del numero delle sillabe sia degli accenti: si parla perciò di un sistema sillabico-accentuativo. I versi italiani prendono il loro nome anzitutto dal numero di sillabe che posseggono. Si hanno così il ternario, il quadrisillabo, il quinario, il senario, il settenario, l’ottonario, il novenario, il decasillabo, l’endecasillabo. Queste denominazioni si riferiscono al numero di sillabe dei versi la cui ultima parola è piana, cioè accentata sulla penultima sillaba: ad esempio, l’endecasillabo “Fatti non foste a viver come bruti” (Dante, Inferno, XXVI, 119) ha davvero undici sillabe, di cui la decima porta un accento. Se però l’ultima parola del verso è tronca, cioè porta l’accento sull’ultima sillaba, l’endecasillabo conta in realtà dieci sillabe, di cui è sempre la decima a portare un accento: ad esempio, il verso “E come albero in nave si levò” (Dante, Inferno, XXXI, 145) ha dieci sillabe, ma è ancora un endecasillabo. Allo stesso modo, se l’ultima parola è sdrucciola, l’endecasillabo avrà di fatto dodici sillabe, di cui la decima accentata: “Ora cen porta l’un de’ duri margini” (Dante, Inferno, XV, 1). A queste regole si aggiungono le cosiddette figure metriche, fondamentali per determinare la divisione in sillabe dei versi italiani. La più importante tra esse è la sinalefe, secondo cui la vocale finale di una parola si fonde di solito con la vocale iniziale della parola che segue, formando un’unica sillaba metrica (o posizione): ad esempio, in “Solo e pensoso i più deserti campi” (Petrarca, Canzoniere, XXXV, 1) si contano tredici sillabe; in realtà si tratta di un endecasillabo, perché contiene due sinalefi, “Solo-e” e “pensoso-i”. L’eccezione alla sinalefe si chiama dialefe: ad esempio, in “Ma quell’altro magnanimo a cui posta | restato m’era, non mutò aspetto, | né mosse collo, né piegò sua costa” (Dante, Inferno, X, 73-75) la sinalefe “mutò-aspetto” non è possibile perché si avrebbe un verso di dieci sillabe. Sinalefe e dialefe agiscono sul legame fra due parole contigue; due altre figure metriche, la sineresi e la dieresi, agiscono analogamente, ma all’interno di una parola. Nella sineresi si calcolano due sillabe come una sillaba sola, come nell’endecasillabo “E da suoi preghi per fuggir si sciolse” (Petrarca, Trionfo dell’Amore, I, 111), dove “suoi” va considerato come se fosse composto da una sola sillaba. Invece nella dieresi il computo delle sillabe obbliga a leggere un dittongo, che normalmente costituisce un’unica sillaba, come se fosse scomposto in due: ad esempio, in “Dolce color d’orïental zaffiro” (Dante, Purgatorio, I, 13) “orïental” va letto come se fosse scandito in quattro sillabe (”o-ri-en-tal”).
All’interno del sistema metrico è necessario individuare due diversi livelli: un livello che stabilisce le regole secondo cui i versi si uniscono in strofe e le strofe in generi metrici, e un altro livello relativo agli elementi del suono che formano il verso (nella metrica italiana, anzitutto la sillaba e l’accento) e agli elementi che mettono i versi in rapporto fra loro (soprattutto la rima). Questo secondo livello viene definito prosodia. La prosodia è dunque l’insieme di quelle regole metriche che si ricollegano direttamente alla fonologia, cioè alle caratteristiche dei suoni. Sul piano prosodico, la tradizione metrica ha privilegiato determinate cadenze, cioè determinate successioni di accenti in rapporto alle sillabe. Queste cadenze sono diventate in molti casi simili a vere e proprie regole: si trovano infatti quasi sempre certe successioni di sillabe e accenti, anche se in teoria sarebbe stato possibile usarne delle altre. Ad esempio, il verso senario è caratterizzato quasi sempre da accenti forti sulla seconda e sulla quinta sillaba, come nel testo dell’inno di Goffredo Mameli: “Fratèlli d’Itàlia, | l’Itàlia s’è dèsta, | dell’élmo di Scìpio | s’è cìnta la tèsta”. Nell’ottonario, invece, gli accenti metrici cadono quasi sempre sulla terza e sulla settima sillaba, come nell’attacco della Leggenda di Teodorico di Giosue Carducci: “Su’l castèllo di Veróna | batte il sóle a mezzogiòrno, | dalla chiùsa al pian rintròna | solitàrio un suon di còrno”. Così, ancora, il novenario è quasi sempre accentato sulla seconda, quinta e ottava sillaba, come nel Gelsomino notturno di Giovanni Pascoli: “E s’àprono i fióri nottùrni | nell’óra che pènso ai miei càri”. Il settenario e soprattutto l’endecasillabo sono diventati i versi principali della tradizione metrica italiana anche per la loro varietà ritmica, per la possibilità cioè di usarli con schemi accentuativi anche molto diversi. Si calcola, ad esempio, che gli schemi accentuativi principali dell’endecasillabo siano quattordici, anche se solo tre sono diventati canonici dopo Petrarca (quelli accentati su sesta e decima sillaba, o su quarta, ottava e decima, o su quarta, settima e decima): ma in realtà la Divina Commedia da sola offre almeno duecento cadenze endecasillabiche diverse. Fra gli elementi che contribuiscono al ritmo di un verso, è molto importante la cesura, cioè la pausa più forte, generalmente posta vicino alla metà del verso. In realtà, però, solo i versi con un numero pari di sillabe consentono di collocare la cesura esattamente a metà verso, e sono perciò versi a cesura fissa; così accade ad esempio in questi dodecasillabi di Alessandro Manzoni, tratti dal celebre coro dell’atto terzo della tragedia Adelchi: “Dagli atrii muscosi, – dai fori cadenti, | dai boschi, dall’arse– fucine stridenti”. Di nuovo, il settenario e ancor più l’endecasillabo si distinguono per la varietà di soluzioni ritmiche che permettono: essi infatti possono avere la cesura in diverse posizioni, e sono detti perciò versi a cesura mobile.
Il verso è l’unità di base della costruzione del discorso poetico. Proprio perché determinati da regole metriche, i confini del verso non coincidono necessariamente con i confini delle unità sintattiche: talvolta l’inizio di un verso è anche l’inizio di una frase, altre volte un verso continua una frase iniziata nel verso precedente; allo stesso modo, talora la fine di un verso coincide con la fine di una frase, talaltra la pausa di fine verso interrompe una frase che continua nel verso successivo. Questa sfasatura tra l’unità sintattica e l’unità metrica viene definita col termine francese enjambement (minor fortuna ha avuto negli studi metrici il termine italiano “inarcatura”). Le varie scuole poetiche si caratterizzano anche per un diverso atteggiamento nei confronti dell’enjambement. Ad esempio, la particolarità stilistica della scuola del Dolce stil novo è prodotta anche dall’attenzione con cui venivano evitati gli enjambements, portatori di conflitto fra metro e sintassi, e quindi in qualche modo di “asprezze” di stile. Invece in un autore come Ugo Foscolo anche la frequenza degli enjambements contribuisce a esprimere il conflitto interiore del poeta.
Nella metrica italiana un ruolo importantissimo è giocato dalla rima, cioè dall’uguaglianza fonica della parte terminale (dall’accento in avanti) di due parole poste alla fine del verso. La rima ha tre funzioni fondamentali: delimita i confini del verso; organizza e segnala il raggrupparsi dei versi in strofe; mette in evidenza con la ripetizione fonica l’ultima parola del verso, che è sottolineata anche dall’ultimo accento metrico, fondamentale, come si è visto, nella struttura del verso italiano. Al di là dell’effetto fonico, la rima è importante anche perché stabilisce tra le parole interessate un rapporto di significato, che contribuisce alla particolare pregnanza del discorso poetico. L’importanza della rima è segnalata anche dal fatto che è stata assunta come una specie di bandiera dalle varie scuole: si pensi ancora alle “rime dolci” del Dolce stil novo opposte alle “rime aspre” dei poeti seguaci di Guittone d’Arezzo; oppure alla rime ostentatamente prosaiche di Guido Gozzano ed Eugenio Montale, in polemica con le rime illustri di Gabriele d’Annunzio. Le rime sono anzitutto definite dal fatto di essere realizzate con parole piane, tronche o sdrucciole, che producono rispettivamente rime piane, tronche o sdrucciole. In seconda istanza, le rime si definiscono con riferimento alla loro disposizione, cioè ai rapporti che stabiliscono fra loro, che sono peraltro l’elemento base dell’organizzazione delle strofe. Il tipo più semplice è la rima baciata, in cui rimano fra loro due versi consecutivi, secondo lo schema AA, come in “Di su di giù, ne l’alta selva fiera | tanto girò, che venne a una riviera” (Ariosto, Orlando furioso, I, 13). Un altro schema base è quello delle rime alternate (o incatenate), secondo lo schema ABAB: “Era come un liquor suttile e molle, | atto a esalar, se non si tien ben chiuso; | e si vedea raccolto in varie ampolle, | qual più, qual men capace, atte a quell’uso” (Ariosto, Orlando furioso, XXXIV, 83). Nelle rime incrociate (o abbracciate), lo schema è ABBA: “Solo e pensoso i più deserti campi | vo mesurando a passi tardi e lenti, | e gli occhi porto per fuggire intenti | ove vestigio uman la rena stampi” (Petrarca, Canzoniere, XXXV, 1-4) . Altri schemi maggiormente complessi sono molto più rari di questi moduli principali, e assai meno rilevanti per lo sviluppo della tradizione metrica italiana. Le rime infine possono anche essere definite in base a determinate caratteristiche foniche, semantiche e morfologiche: ci sono rime facili o difficili, rime equivoche (fatte con parole uguali fonicamente ma diverse per significato), rime desinenziali (fatte cioè con desinenze), rime ricche (dove l’identità fonica fra le parole in rima va oltre l’ultimo accento) e moltissime altre.
In stretto rapporto con la rima è la strofa (detta anche strofe o stanza), unità strutturale più ampia che raggruppa un certo numero di versi spesso legati fra loro da rime e caratterizzata da una certa compiutezza e autonomia di discorso. In genere la strofa viene identificata in base a due elementi: il numero dei versi e il ricorrere delle rime secondo un determinato schema. La strofa minima è il distico, composto di due versi, generalmente a rima baciata (AA BB CC ecc.). La terzina, che è una strofa di tre versi, si è andata identificando, dopo la Divina Commedia, soprattutto con la cosiddetta terza rima, cioè con lo schema di terzine incatenate adottato per l’appunto da Dante, dove la sequenza delle rime segue il modulo ABA BCB CDC ecc., secondo uno schema potenzialmente prolungabile all’infinito. Nelle strofe di quattro versi, o quartine, sono risultate dominanti le quartine a rime alternate (ABAB) e incrociate (ABBA); ma, specie nella poesia delle origini, un ruolo notevole è stato giocato anche dalle quartine monorime (AAAA BBBB) e da quelle concatenate (AAAB BBBC). Fra le sestine, largamente dominante è la cosiddetta sesta rima, caratterizzata dallo schema ABABCC. Ma la sestina, oltre a essere una strofa, è anche un illustre genere metrico, caratterizzato dall’impiego non di semplici rime ma di parole-rima (di rime cioè in cui l’uguaglianza fonica coinvolge non solo la parte finale della parola ma tutta la parola), oltre che da una complessa disposizione di rime, detta retrogradatio cruciata (in essa la seconda strofa ripete le parole-rima della prima, ma partendo dall’ultima, poi riprendendo la prima, poi la penultima, poi la seconda, poi la terz’ultima, poi la terza: lo schema è cioè ABCDEF FAEBDC ecc., finché le parole-rima non vengono a ritrovarsi nella disposizione di partenza). L’ottava più frequente della nostra tradizione è la cosiddetta ottava toscana, il cui schema è ABABABCC. L’ottava toscana è caratteristica della poesia narrativa, in particolare dei poemi epico-cavallereschi, come l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto e la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Esiste però anche un altro tipo importante di ottava, l’ottava siciliana (con schema ABABABAB). L’ottava toscana usata come strofa isolata costituisce il genere metrico dello strambotto. Una strofa però può anche non avere la rima, e poiché esistono strofe caratterizzate da una successione di versi tutti uguali, è possibile ad esempio incontrare una strofa formata solo di endecasillabi sdruccioli non rimati. Oppure la strofa può presentare versi non rimati ma posti in un’alternanza regolare: è il caso della strofa saffica carducciana, composta da tre endecasillabi e un quinario. Infine, nelle poesie in versi liberi, la strofa può essere segnalata soltanto graficamente, cioè con la presenza di uno spazio bianco che separa un gruppo di versi da un altro, indipendentemente dai rapporti di rima e di lunghezza, ma con un rapporto di significato fra i versi della strofa.
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