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Introduzione; Dalla Riforma alla politica asburgica di assimilazione germanica; Illuminismo; Romanticismo; Il Novecento
Letteratura ungherese Produzione letteraria in lingua ungherese diffusasi nella sua espressione scritta a partire dal XII secolo. In epoca medievale, in Ungheria come in tutta Europa, la lingua della cultura ufficiale era il latino, e le prime forme letterarie in ungherese si limitarono a traduzioni di leggende e di poesie religiose latine. Il documento più antico fino a oggi conservato è un frammento di Orazione funebre che risale agli inizi del XII secolo. Solo nel XIV secolo si sviluppò una produzione letteraria svincolata da tematiche e finalità religiose, sotto l’influsso di modelli stranieri, anche se ancora nel Quattrocento tra le principali opere si segnalano le prime traduzioni parziali in ungherese delle Sacre Scritture, realizzate nell’ambito del movimento riformistico di Jan Hus. Nella seconda metà del secolo la corte di Mattia Corvino favorì la diffusione dei princìpi dell’Umanesimo fra i letterati, ma le istanze fortemente elitarie continuarono a confinare l’uso del volgare nell’ambito della tradizione orale delle leggende e delle saghe popolari.
Alla prima fioritura della letteratura in lingua ungherese contribuì grandemente, ai tempi della Riforma, la prima traduzione integrale della Bibbia (1540 e 1590), realizzata dal pastore calvinista Gáspár Károlyi. La poesia ebbe in questo periodo una decisiva predominanza su tutti gli altri generi letterari. Bálint Balassa (1554-1594), considerato il fondatore della poesia nazionale, scrisse in volgare liriche d’amore di stile petrarchesco e componimenti patriottici e religiosi, mentre al poeta e cantastorie Sebestyén Tinódi Lantos (1510 ca. – 1556) si devono cronache storiche in versi rimati. A partire dal XVII secolo, la storia della letteratura ungherese è strettamente legata a quella della lotta contro il potere politico austriaco e, in generale, contro l’influenza della cultura germanica. Dal XVII secolo all’inizio del XIX i governanti asburgici, preoccupati di far fronte alla potenza ottomana, cercarono di favorire il processo di assimilazione dell’Ungheria all’interno dell’impero abolendo l’uso dell’ungherese nei testi ufficiali e incoraggiando l’uso letterario del tedesco e del latino. Tale politica non impedì la comparsa di una nuova poesia epica in lingua ungherese, rappresentata dall’opera di Miklós Zrinyi (1620-1664), sensibile all’influsso del tardo rinascimento italiano, e in particolare di Torquato Tasso, e di István Gyöngyösi (1629-1704), massimo esponente di una letteratura cortese preziosa e disimpegnata, che scrisse i poemi mitologici La Venere di Murányi alleata a Marte (1664) e Cupido (1695) ispirandosi a Ovidio.
Il movimento a favore di un’identità nazionale, iniziato alla fine del XVII secolo, aveva già portato, in campo culturale e letterario, alla costituzione di società impegnate a riaffermare il primato del volgare, alla fondazione di pubblicazioni di stampo nazionalista e a un nuovo e fecondo interesse per la retorica, testimoniato da una ricca produzione di trattati di diritto e di filologia. Tali fermenti trovarono terreno fertile nel corso del XVIII secolo, quando l’Europa fu scossa dai principi dell’Illuminismo e dagli eventi della Rivoluzione francese. Si deve al poeta László Amade (1703-1764) la traduzione di antiche canzoni tedesche in versi ungheresi di grande musicalità. Sempre nella seconda metà del Settecento, il gesuita Ferenc Faludi ruppe con la tradizione barocca e, avvicinando la lingua poetica a quella parlata, avviò il processo di modernizzazione dell’ungherese letterario. Figura di spicco dell’illuminismo ungherese fu György Bessenyei (1747-1811). All’inizio del XIX secolo il traduttore e poeta Ferenc Kazinczy (1759-1831), che fondò la prima rivista letteraria ungherese, si fece interprete di un movimento per la creazione di una letteratura nazionale di stampo classico. Fra i poeti a lui contemporanei si distinse Mihály Csokonai Vitéz (1773-1805), autore di un poema filosofico influenzato dal pensiero di Jean-Jacques Rousseau, e di un poema burlesco Dorotea (1804), ispirato a Il ricciolo rapito di Alexander Pope.
Un profondo spirito patriottico animò le più importanti figure del romanticismo ungherese. Sándor Petöfi, celebrato dai suoi contemporanei come poeta nazionale, è famoso per i suoi componimenti di intonazione civile e per la purezza formale della sua opera. A János Arany (1817-1882) si devono ballate, liriche e il poema epico in dodici canti, Toldi, che celebra le imprese di un leggendario eroe ungherese. In questo stesso periodo Károly Kisfaludi (1788-1830), autore di drammi storici (Tartari in Ungheria, 1819), tragedie e commedie di sensibilità romantica, gettò le basi del moderno teatro nazionale ungherese. Nel 1815 József Katona (1791-1830) scrisse Il bano Bánk, prima tragedia moderna in ungherese, che si affermò come un classico del teatro nazionale e, nell’adattamento musicale di Ferenc Erkel, del repertorio operistico. I più importanti romanzieri del tempo furono Miklós Jósika (1794-1865), autore del primo romanzo storico della letteratura ungherese, e József Eötvös (1813-1871), uomo politico e scrittore di romanzi sociali. L’interesse per il patrimonio folclorico fu sollecitato da una serie di raccolte sulle tradizioni popolari pubblicate fra il 1846 e il 1848 da János Erdélyi (1814-1868). Dopo il fallimento dei moti insurrezionali ungheresi del 1848-49 (vedi Rivoluzioni del 1848), gli austriaci proibirono ogni forma di rivendicazione nazionale e reintrodussero l’uso del tedesco al posto dell’ungherese, che riottenne piena dignità di lingua ufficiale con il “compromesso” del 1867. Le opere poetiche più significative di questo periodo furono quelle di János Vajda (1827-1897) e il dramma in versi La tragedia dell’uomo (1861) di Imre Madách (1823-1864). Nella narrativa si distinsero Mór Jókai (1825-1904), prolifico autore di romanzi molto popolari, Kálmán Mikszáth (1847-1910) e Zsigmond Kemény (1814-1875). Il drammaturgo Gergely Csiky (1842-1891) si segnalò per I proletari (1880).
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