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Berkeley, George (Thomastown, Kilkenny 1685 - Oxford 1753), filosofo irlandese. Decano nella Chiesa anglicana irlandese, nel 1728 si trasferì in America contribuendo allo sviluppo della Yale University, della Columbia University e di altri istituti educativi. Dopo il suo ritorno in Irlanda, nel 1734 divenne vescovo di Cloyne. Tra le sue opere principali si ricordano il Saggio di una nuova teoria della visione (1709), il Trattato sui principi della conoscenza umana (1710), i Tre dialoghi tra Hylas e Philonous (1713) e l'Analista: discorso a un matematico infedele (1734).
Prendendo le mosse dall'empirismo di Locke, Berkeley diede a questa corrente di pensiero un indirizzo spiritualistico e idealistico, in quanto egli era mosso originariamente, più che da un interesse filosofico, da un interesse religioso. La sua filosofia può essere definita uno spiritualismo immaterialistico, poiché si fonda sull'assunto dell'inesistenza di una realtà corporea e materiale. Berkeley avanza infatti il principio che 'essere significa essere percepito' (esse est percipi), in base al quale la realtà delle cose risiede solo nelle percezioni della nostra mente: ciò che noi chiamiamo cosa non è altro che una collezione di queste percezioni. Ad esempio una mela è l'insieme delle percezioni di un certo colore, di un certo odore, di una figura e di una consistenza al tatto.
Le percezioni consistono in ultima analisi nelle idee, secondo un senso del termine 'idea' che risale a Cartesio e a Locke e che indica qualsiasi contenuto mentale. Le idee, inoltre, sono sempre particolari, come le sensazioni, perché la mente non percepisce mai qualcosa di universale. Secondo Berkeley, che si riallaccia alla tradizione del nominalismo, l'idea di 'uomo' è sempre l'idea di un uomo particolare, che viene impiegata come segno di un gruppo di altre idee particolari tra loro simili. Le idee, inoltre, non rappresentano una realtà esistente fuori della nostra mente o indipendente da essa, ma sono realtà esistenti solamente nella nostra mente, il cui essere consiste nel venire percepite.
Con la tesi secondo cui esse est percipi Berkeley giungeva a negare l'esistenza di una sostanza materiale, ma non della mente intesa come sostanza spirituale: in questo modo Berkeley riteneva d'aver sconfitto il materialismo e il meccanicismo, che a suo giudizio costituivano la premessa del deismo e dell'ateismo. I suoi critici però ravvisarono nella tesi che riduce la realtà a percezione una negazione del mondo esterno, e in questo senso Kant ritenne di confutare la dottrina di Berkeley nella sua Critica della ragion pura. Una volta esclusa l'azione della materia sui nostri sensi, Berkeley ricorreva a Dio per spiegare l'origine e l'ordine delle nostre idee sensibili. Ciò che dunque noi percepiamo non è altro che il linguaggio in cui Dio, spirito infinito, comunica con il nostro spirito finito. Le leggi di natura non sono altro che le regole fisse attraverso cui Dio suscita in noi le idee dei sensi. La natura, che la scienza studia, non è dunque costituita di sostanze materiali e di leggi necessarie insite in queste, ma si risolve nei fenomeni sensibili, di carattere spirituale. La scienza, allora, consiste nella previsione del verificarsi nel futuro di altri fenomeni, sulla base della provata esperienza che a un fenomeno ne segue sempre un altro. Questa concezione della scienza, spogliata dalle sue implicazioni religiose, sarà ripresa a fine Ottocento da Ernst Mach.
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