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Struttura articolo
Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
L’umiliante sconfitta rafforzò ulteriormente i settori nazionalisti, che chiesero di rompere i legami politici ed economici con la Gran Bretagna. Il governo iracheno tentò di sedare il malcontento popolare avviando un piano di sviluppo economico che prevedeva la creazione di un Consiglio per lo sviluppo nazionale; ma per realizzare il suo piano, il governo doveva assicurare al paese maggiori introiti per le concessioni petrolifere. Dopo difficili trattative, nel 1952 l’Iraq riuscì a ottenere dalla Iraq Petroleum Company una partecipazione agli utili delle vendite del petrolio iracheno. Nel 1953 venne inaugurato l’oleodotto che da Kirkuk convogliava il petrolio nel porto siriano di Baniyas. Nel contempo l’Iraq rinsaldò i suoi legami con l’Occidente e in particolare con gli Stati Uniti. Il 24 febbraio del 1955 Baghdad concluse un patto di mutua sicurezza con la Turchia, proponendolo, subito dopo, quale nucleo originario di un sistema di difesa integrato del Medio Oriente. La Gran Bretagna si unì al patto di Baghdad in aprile, il Pakistan in settembre e l’Iran in novembre. La crisi di Suez del 1956 determinò la definitiva crisi del ruolo britannico in Iraq, di cui si avvantaggiarono gli Stati Uniti. A conferma del proprio orientamento filoccidentale, il governo iracheno annunciò nel gennaio 1957 la piena adesione alla dottrina Eisenhower appena formulata. Un anno dopo, il 14 febbraio 1958, una conferenza tra Faisal e Hussein I si concluse con la proclamazione dell’Unione araba di Iraq e Giordania, costituita in contrapposizione alla Repubblica araba unita (RAU) che aveva federato Egitto e Siria; a capo dell’Unione venne posto Nur as-Said.
Durante gli anni Cinquanta si andarono rafforzando le ideologie nazionaliste e panarabe, favorite anche dalla creazione, nel 1955, della sezione irachena del partito Baath. Sottoposto alle critiche interne e agli attacchi dei vicini paesi arabi, il regime iracheno diventò sempre più debole. Il 14 luglio 1958, con un improvviso colpo di stato guidato dal generale Abd al-Karim Kassem e appoggiato da nazionalisti di varia ispirazione, da nasseriani e da comunisti, nel paese fu proclamata la repubblica. Faisal venne giustiziato, insieme con parte della famiglia reale e con il premier as-Said. Il giorno seguente il nuovo esecutivo annunciò lo scioglimento dell’Unione araba e l’avvicinamento politico-militare dell’Iraq alla RAU. Nel 1959 l’Iraq si ritirò dal patto di Baghdad; nel giugno del 1960 reclamò il possesso del Kuwait, sul quale era cessato il mandato britannico. Gli esordi della repubblica furono segnati da instabilità e da un violento conflitto che oppose Kassem (alleato per l’occasione con i comunisti, i curdi e una parte degli sciiti) alla galassia nazionalista araba che premeva per l’unione con la RAU. Il potere di Kassem si fece sempre più dispotico. Nel 1961 ripresero i moti indipendentisti curdi nel nord del paese.
L’8 febbraio 1963 Kassem fu rovesciato da un gruppo di ufficiali baathisti e giustiziato; i sostenitori di Kassem e i comunisti vennero sottoposti a una violentissima repressione che provocò migliaia di vittime. Gli eccessi dei baathisti provocarono la reazione dei militari, che nel novembre dello stesso anno li espulsero dal potere e affidarono la presidenza del paese ad Abdul Salam Arif, fautore di un panarabismo moderato. In un primo tempo, le relazioni diplomatiche con i paesi occidentali migliorarono. Nel 1964 Arif proclamò l’Iraq “repubblica democratica e socialista”; nel 1966 morì in un incidente aereo le cui cause non furono mai chiarite e venne sostituito dal fratello Abd al-Rahman. Nel 1967, durante la guerra dei Sei giorni, forze aeree e di terra irachene furono impiegate per sostenere la difesa giordana e Baghdad interruppe i rifornimenti di petrolio ai paesi occidentali. Nel luglio del 1968 Rahman venne a sua volta rovesciato da un nuovo colpo di stato baathista e il generale Ahmed Hassan al-Bakr fu posto a capo di un Consiglio del comando rivoluzionario. Nei cinque anni precedenti il partito Baath si era modificato radicalmente; dal 1963 aveva perso quasi tutti i suoi militanti civili (e i pochi membri sciiti) ed era passato totalmente sotto il controllo di un gruppo di militari, in gran parte originari della provincia di Tikrit. Tra gli esponenti più in vista del “clan dei tikriti” vi era un parente di al-Bakr, Saddam Hussein, che dopo la sconfitta baathista del 1963 aveva avuto un ruolo di rilievo nella riorganizzazione del partito, seguendone la preparazione militare. Il nuovo regime iracheno andò via via radicalizzandosi, rinserrando i legami con l’Unione Sovietica con la quale, nel 1972, firmò un trattato d’amicizia. Questo corso trovò espressione anche all’interno della Lega araba. Nel 1971 l’Iraq chiuse infatti i confini con la Giordania, chiedendo che questa venisse espulsa dalla Lega araba, poiché il governo di Amman aveva mantenuto una politica di decisa ostilità nei confronti dei movimenti palestinesi che operavano sul suo territorio (vedi Giordania: Il “Settembre Nero”). Tra il 1972 e il 1975 Baghdad procedette inoltre alla nazionalizzazione di tutte le compagnie petrolifere straniere operanti entro i propri confini, a cominciare dalla Iraq Petroleum Company. Nel 1973, in occasione della guerra del Kippur, il paese fornì un consistente aiuto militare alla Siria; in seguito criticò severamente i termini del cessate il fuoco che pose fine al conflitto e i successivi accordi di pace stipulati da Egitto e Siria con Israele (1974-75). Negli anni seguenti l’aumento del prezzo del petrolio causato dal conflitto consentì al paese di incrementare le proprie entrate, rafforzando considerevolmente il regime baathista. All’inizio del 1974 scoppiarono violente rivolte sciite a Karbala, mentre nelle regioni settentrionali ripresero gli scontri tra le forze governative e i nazionalisti curdi, sostenuti dall’Iran, che ritenevano inadeguate e insoddisfacenti le forme di autonomia ottenute nel 1970. Nel 1975 Baghdad e Teheran conclusero un accordo ad Algeri, con il quale l’Iraq accordava importanti concessioni territoriali sullo Shatt al-Arab all’Iran in cambio della cessazione del sostegno da questo fornito ai curdi. Nello stesso anno le truppe irachene soffocarono nel sangue la rivolta curda e costrinsero decine di migliaia di persone ad abbandonare città e villaggi, che vennero rasi al suolo.
Dopo aver assunto il controllo del partito, dei servizi di sicurezza e dell’esercito, nell’estate del 1979 Saddam Hussein spodestò definitivamente al-Bakr concentrando nelle sue mani, con tutte le più importanti cariche, un enorme potere. Hussein impose rapidamente al paese un controllo ancor più totalitario e dispotico, procedendo a una violenta purga contro i comunisti e contro lo stesso Baath, e distribuendo le cariche più importanti e delicate dello stato e dell’esercito tra i membri della sua famiglia e del “clan tikrita”. Contemporaneamente riannodò le relazioni con le monarchie del Golfo e con i paesi occidentali, e in particolare con gli Stati Uniti, i quali temevano la diffusione della rivoluzione khomeinista che nel gennaio del 1979 aveva costretto alla fuga lo scià Reza Pahlavi e proclamato in Iran una repubblica islamica. Nel settembre del 1980 Saddam Hussein denunciò l’accordo stipulato nel 1975 con Teheran e reclamò il controllo sull’intero estuario dello Shatt al-Arab, lanciando nel contempo il suo esercito alla conquista dell’Iran (vedi Guerra Iran-Iraq). Dopo alcuni successi iniziali il conflitto si trasformò in un’estenuante guerra di posizione, cui si accompagnò una durissima battaglia sulle rotte del golfo Persico. Pur dichiarando la propria neutralità, nel 1984 il governo degli Stati Uniti annunciò il ripristino delle relazioni diplomatiche con il regime di Saddam, garantendo altresì aiuti economici e militari a riconoscimento dell’azione di contenimento operata sul regime di Teheran. La cruentissima guerra con l’Iran non interruppe la repressione degli sciiti e soprattutto dei curdi, che nel 1987 vennero attaccati con armi chimiche dalle truppe irachene, pagando un altissimo tributo di sangue. Il conflitto Iran-Iraq si concluse senza vinti né vincitori, con un cessate il fuoco, il 20 agosto del 1988. I due paesi erano entrambi allo stremo, ma grazie al sostegno dei paesi dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti, il regime iracheno fu presto in grado di ricostruire il proprio apparato militare.
Nel 1990 l’Iraq riaprì l’annosa disputa territoriale con il Kuwait (suo alleato nella lunga guerra contro l’Iran). Il 2 agosto le truppe di Baghdad varcarono quindi i confini e rapidamente invasero l’intero paese, dichiarandolo “diciannovesima provincia irachena”. Dopo una serie di risoluzioni di condanna, il Consiglio di sicurezza dell’ONU intimò il ritiro incondizionato degli occupanti entro il 15 gennaio 1991; scaduto l’ultimatum, una vasta coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti di George Bush, con una serie di violentissimi bombardamenti su Baghdad e altri obiettivi strategici, economici e militari, obbligò Saddam Hussein a evacuare precipitosamente il Kuwait (vedi Guerra del Golfo). Terminate le operazioni di guerra (il cessate il fuoco fu firmato in aprile) senza che il loro esito disastroso intaccasse la stabilità del regime, Saddam utilizzò le residue forze militari per schiacciare l’opposizione curda a nord e sciita a sud che, accogliendo un appello degli Stati Uniti, nelle ultime fasi della guerra si era sollevata contro il regime di Baghdad. La repressione causò migliaia di vittime e la fuga in Iran e Turchia di centinaia di migliaia di profughi. Per impedire alle forze irachene di proseguire nella campagna repressiva, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna imposero a Baghdad un’area di esclusione aerea (no-fly zone) nel nord e nel sud del paese, assumendone il controllo.
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