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Struttura articolo
Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
La sovranità dell’Iraq venne sottoposta a serie limitazioni. Infatti, oltre all’imposizione della no-fly zone, il regime di Baghdad venne costretto a concedere un’ampia autonomia ai distretti curdi e a riconoscere un oneroso tracciato dei confini con il Kuwait. A ciò si aggiunsero misure di disarmo (di cui fu incaricata l’UNSCOM, Commissione speciale delle Nazioni Unite, con l’ausilio dell’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica) e restrizioni nella vendita di petrolio, una cospicua parte della quale venne destinata a ripagare gli ingenti danni inflitti al Kuwait. Nel 1992 il rifiuto di concedere l’accesso agli ispettori dell’UNSCOM causò la proclamazione da parte dell’ONU di un rigido embargo economico, i cui effetti si rivelarono devastanti soprattutto per la popolazione civile. L’economia nazionale irachena, già pesantemente segnata dai due ultimi conflitti, giunse infatti quasi al collasso, mentre fiorì un florido mercato nero strettamente controllato dal regime. Nell’ottobre 1994 un nuovo spostamento di truppe irachene al confine con il Kuwait spinse gli Stati Uniti a inviare nella regione un proprio contingente militare. Il regime di Baghdad annunciò il ritiro dall’area e riconobbe ufficialmente la sovranità del Kuwait il 10 novembre dello stesso anno, in conformità alle risoluzioni dell’ONU. Ciò non fu ritenuto sufficiente dagli Stati Uniti per rimuovere l’embargo, nonostante il parere favorevole di altri paesi occidentali. Di fronte ai gravissimi problemi umanitari causati dall’embargo, nel 1995 l’ONU attenuò le sanzioni, avviando con la risoluzione 986 il programma Oil for Food (“petrolio in cambio di cibo”), che autorizzava l’Iraq a esportare due miliardi di dollari di greggio al semestre per l’acquisto di viveri e medicinali. Temendo che il regime iracheno potesse usare il programma per approvvigionarsi di materiale di uso bellico, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna frapposero tuttavia molti ostacoli alla sua applicazione. Nonostante l’isolamento internazionale, Saddam Hussein riuscì a rimanere saldamente in sella e nell’ottobre del 1995 un “plebiscito” gli conferì un nuovo mandato presidenziale di sette anni. All’interno del regime e della stessa famiglia di Hussein si verificarono tuttavia contrasti e defezioni, affrontati dal dittatore con metodi spicci e brutali. Il caso più clamoroso fu la fuga in Giordania del generale Kamel Hassan al-Majid e di suo fratello, entrambi generi di Hussein; inspiegabilmente tornati in patria, vennero assassinati pochi giorni dopo il rientro. Nel 1997 riprese lo scontro tra Hussein e l’amministrazione statunitense, causato dagli ostacoli frapposti dalle autorità irachene ai controlli dell’UNSCOM. L’Iraq contestò sia la composizione della commissione, a suo dire troppo caratterizzata dalla presenza di statunitensi, sia la sua richiesta di accedere a determinati siti (cosiddetti “presidenziali”), dove l’UNSCOM riteneva potessero essere celati piani di armamento. Verso la fine dell’anno il contrasto fu appianato grazie alla mediazione della Russia, in seguito alla quale Hussein accettò la ripresa dei controlli. Una nuova crisi con gli Stati Uniti, che minacciarono di ricorrere nuovamente alla forza contro il regime iracheno, fu risolta in extremis nel dicembre 1998 dall’intervento personale del segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, che ottenne la ripresa delle ispezioni a patto di una revisione sostanziale delle misure alle quali l’Iraq era sottoposto. Nonostante quest’ultimo accordo, la questione rimase irrisolta. Agli inizi del 1999 gli aerei statunitensi e britannici ripresero le incursioni sul territorio iracheno. Dopo il fallimento della missione UNSCOM, i rapporti tra le autorità irachene e l’ONU proseguirono, senza tuttavia pervenire a risultati apprezzabili. La nuova missione istituita dall’ONU (UNMOVIC, Commissione per il monitoraggio, la verifica e l’ispezione degli armamenti iracheni) non ottenne infatti l’autorizzazione del governo iracheno, che chiese prioritariamente la rimozione degli ostacoli frapposti dalle autorità statunitensi e britanniche al funzionamento del programma “Oil for Food”. Nel febbraio del 2001 la tensione tornò improvvisamente a salire in seguito all’attacco compiuto da 24 bombardieri statunitensi e britannici contro alcune postazioni radar alla periferia di Baghdad. L’incursione sollevò le proteste della maggioranza dei paesi arabi e fu criticata anche da numerosi esponenti dei governi europei, in particolare in Francia e in Germania. Dopo l’attacco terroristico subito dagli Stati Uniti l’11 settembre 2001 (vedi anche vedi Stati Uniti d’America: 11 settembre 2001) e la successiva campagna militare Enduring Freedom (“Libertà duratura”) che abbatté il regime afghano dei taliban, l’Iraq tornò nel mirino degli Stati Uniti; il governo di Washington accusò infatti il regime iracheno di produrre armi di distruzione di massa, violando le risoluzioni dell’ONU. Le aviazioni statunitense e britannica ripresero gli attacchi aerei contro obiettivi strategici e militari iracheni, preparando il terreno per un nuovo intervento militare. Nel luglio 2002, nel tentativo di scongiurare il conflitto, si svolse a Vienna un incontro tra il ministro degli Esteri iracheno e il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, per discutere la ripresa dei controlli dell’UNMOVIC, senza tuttavia pervenire a un accordo. In seguito all’intensificarsi degli attacchi aerei e all’esplicita minaccia degli Stati Uniti di scatenare una nuova guerra, a settembre l’Iraq consentì la ripresa delle ispezioni dell’ONU. Il presidente statunitense George W. Bush, scettico nei confronti dell’accordo, chiese una nuova risoluzione dell’ONU che autorizzasse un nuovo intervento militare contro il regime di Saddam Hussein; la richiesta di Washington fu tuttavia accolta solo da pochi paesi e da un solo altro membro del Consiglio di sicurezza dell’ONU, la Gran Bretagna. Il 1° ottobre, messo alle strette, l’Iraq firmò l’accordo per la ripresa delle ispezioni, aprendola incondizionatamente a tutto il territorio nazionale iracheno.
Nell’autunno 2002 gli Stati Uniti e la Gran Bretagna iniziarono ad ammassare forze in Kuwait, mentre diverse portaerei presero posizione nel Golfo Persico, nel Mar Rosso e nel Mediterraneo orientale. Accogliendo le richieste statunitensi, l’8 novembre il Consiglio di sicurezza dell’ONU promulgò la risoluzione 1441, richiamando il governo iracheno al rispetto degli impegni di disarmo sottoscritti con il cessate il fuoco del 1991; per l’opposizione di Francia, Russia e Cina, il Consiglio di sicurezza non autorizzò tuttavia il ricorso automatico alla forza, limitandosi a minacciare “serie conseguenze” qualora l’Iraq non avesse soddisfatto le richieste. Nonostante la ripresa dei sopralluoghi degli ispettori dell’ONU e della distruzione degli arsenali iracheni, gli Stati Uniti sollecitarono una nuova risoluzione che li autorizzasse all’uso della forza contro l’Iraq. La richiesta venne sostenuta dalla sola Gran Bretagna, ma, corredata di prove incerte (che in seguito si sarebbero rivelate del tutto infondate), non trovò il sostegno degli altri membri permanenti del Consiglio di sicurezza e cioè di Francia, Russia e Cina, che invece la respinsero. Secondo i governi di Washington e Londra, la “guerra preventiva” contro il regime di Saddam Hussein era però inevitabile, per contrastare il terrorismo e le strategie di riarmo di altri dittatori e per “prevenire”, quindi, più sanguinosi conflitti. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sollevarono così un’aspra controversia, che divise la diplomazia internazionale indebolendo irrimediabimente il ruolo dell’ONU. Poi, il 19 marzo 2003, pur trovandosi contro il segretario Kofi Annan e gli altri membri del Consiglio di Sicurezza, la gran parte degli stati e delle opinioni pubbliche, nonché le principali autorità religiose internazionali, lanciarono l’attacco contro l’Iraq. A sostenerli si schierarono una trentina di paesi, tra cui la Spagna, l’Australia, la Danimarca, i Paesi Bassi. Molti di essi fornirono solo un sostegno politico; altri, tra cui l’Italia, non presero parte all’offensiva ma inviarono truppe in un secondo momento, con funzioni di stabilizzazione e di aiuto alla ricostruzione. La Francia, la Germania, la Russia e la Cina criticarono apertamente la scelta bellica compiuta da Stati Uniti e Gran Bretagna; a loro si unirono altri paesi, tra cui il Canada, la Nuova Zelanda, il Messico e il Brasile.
L’operazione Shock and Awe (“Colpisci e terrorizza”) iniziò con un intenso bombardamento aereo su Baghdad e sulle altre città irachene, che prese di mira le sedi del comando politico e militare così come le strutture di comunicazione e industriali del paese. L’armata americano-britannica, penetrata nel paese dal sud e dal nord (dove si avvalse del sostegno dei curdi), si impose agevolmente sulla resistenza irachena, conquistando in pochi giorni gran parte delle città e assumendo nel contempo il controllo degli impianti petroliferi. Il 9 aprile l’avanguardia militare statunitense entrò a Baghdad. Saddam Hussein si diede alla fuga, mentre il suo regime andava sgretolandosi e il paese precipitava nel caos. Il 21 aprile, gli Stati Uniti insediarono alla testa di un’autorità provvisoria (Coalition Provisional Authority, CPA) il generale Jay Garner, che fu sostituito l’11 maggio dall’ambasciatore Paul Bremer. Il 1° maggio il presidente statunitense Bush proclamò la fine della guerra. Il 22 maggio, su richiesta dello stesso Bush, il Consiglio di sicurezza dell’ONU pose fine alle sanzioni contro l’Iraq con la risoluzione n. 1483. A luglio venne instaurato un Consiglio interinale di governo, i cui posti chiave vennero assegnati a membri dell’opposizione rientrati dall’esilio e ai rappresentanti delle comunità curda e sciita. Tuttavia, nei mesi seguenti la situazione irachena andò via via deteriorandosi. Le forze alleate incontrarono infatti una crescente resistenza, condotta da forze di origini e ispirazioni diverse (ex membri del regime, dei servizi segreti e del disciolto esercito; miliziani iracheni e stranieri più o meno legati ad Al Qaeda; estremisti wahhabiti, salafiti e delle altre correnti della galassia radicale islamica). In agosto, un commando terrorista colpì la stessa rappresentanza dell’ONU, uccidendo l’inviato speciale Sergio Vieira de Mello. Tra i primi effetti della guerra e della caduta del regime, vi fu anche il risveglio delle tradizionali divisioni religiose e tribali tra la comunità sciita (maggioritaria ma emarginata durante il regime baathista) e quella sunnita. In entrambe le comunità crebbe l’avversione contro l’occupazione militare e l’amministrazione straniera, anche a causa di grossolani errori e di eccessi compiuti dalla truppe della coalizione; a tale proposito, grave fu agli inizi del 2004 la crisi causata dalla diffusione delle immagini delle torture inflitte da alcuni militari americani ai detenuti del carcere di Abu Ghraib, che sollevarono nel mondo una generale riprovazione.
Di fronte alle difficoltà e allo stillicidio di caduti tra le file della coalizione, gli Stati Uniti si rivolsero nuovamente all’ONU e alla comunità internazionale, chiedendo collaborazione. Nell’ottobre 2003, con la risoluzione 1511, l’ONU riprese un ruolo centrale nella crisi irachena; autorizzando la presenza della forza multinazionale in Iraq, fissò tuttavia un piano rivolto all’elezione di un Parlamento e alla costituzione di un governo cui trasferire la sovranità. A dicembre, le forze americane catturarono Saddam Hussein nei pressi di Tikrit, la sua città natale. Nel marzo 2004, il Consiglio interinale di governo raggiunse un accordo su una “legge di transizione”, concepita per accompagnare il paese nel delicato processo del passaggio dei poteri all’amministrazione civile nazionale. L’8 giugno il Consiglio di sicurezza dell’ONU, con la risoluzione 1546, avviò la fase di passaggio della sovranità dall’amministrazione militare a un nuovo governo provvisorio iracheno, che si insediò il 28 giugno. Alla sua guida venne nominato lo sciita Iyad Allawi, uomo di fiducia degli Stati Uniti, i quali conservarono larghi poteri, specialmente in materia di sicurezza. Nella comunità sunnita, tenuta ai margini del processo di transizione, si rafforzò un’ala radicale che intensificò la sua offensiva guerrigliera e terroristica, dirigendola contro le nuove istituzioni irachene e soprattutto contro le costituende forze di polizia. In Iraq si susseguirono così migliaia di mortali attentati e di atti di sabotaggio. La città di Falluja, uno dei principali santuari della guerriglia, venne stretta in un severo assedio dalle forze statunitensi e conquistata infine a novembre dopo diverse settimane di violentissimi combattimenti condotti casa per casa. In un clima di forte tensione, il 30 gennaio 2005 si svolsero le elezioni per eleggere il Parlamento. Sfidando le minacce della guerriglia, otto milioni e mezzo di iracheni si recarono alle urne. Lo scrutinio segnò la rivincita degli sciiti e dei curdi sulla comunità sunnita, che disertò le urne. L’Alleanza unita irachena sostenuta dall’ayatollah Alì Sistani, principale forza degli sciiti, ottenne infatti il 48% dei suffragi, seguita dall’Alleanza curda con il 26%. Uscì sconfitto dalle elezioni, penalizzato dai suoi stretti legami con gli Stati Uniti, il capo del governo provvisorio Iyad Allawi, la cui lista ottenne solo il 14% dei voti. Agli inizi di aprile Jalal Talabani, leader dell’Unione patriottica del Kurdistan, venne eletto alla presidenza del paese. Alla fine del mese, dopo difficili trattative estese anche alla comunità sunnita nel tentativo di coinvolgerla nel processo di transizione, si insediò il governo di transizione, alla cui guida fu nominato il leader dell’Alleanza unita irachena, Ibrahim Al Jaafari. In ottobre, con un referendum disertato dalla comunità sunnita, venne approvata una nuova Costituzione. Nello stesso mese prese avvio il processo contro Saddam Hussein, accusato di crimini contro l’umanità. Il 15 dicembre 2005 l’Iraq elesse il nuovo Parlamento. L’Alleanza unita irachena, fermandosi al 41% dei suffragi, mancò di poco la maggioranza assoluta (128 seggi su 275). L’Alleanza democratica e patriottica del Kurdistan ottenne il 21,7% dei voti e 53 seggi. Al terzo posto si piazzò il Fronte dell’intesa irachena con il 15% dei voti e 44 seggi. Scarsa fu la partecipazione alle elezioni della comunità sunnita, in seno alla quale si rafforzò l’influenza delle formazioni di resistenza armata al nuovo regime.
Nonostante le pressioni statunitensi e britanniche, la formazione del nuovo governo viene più volte rimandata a causa dei disaccordi tra le varie forze politiche. Nei primi mesi del 2006 si rafforzano le attività guerrigliere contro le forze d’occupazione e si intensifica lo scontro tra le comunità sciita e sunnita, con diversi attentati a moschee che provocano la morte di centinaia di persone. Ad aprile, riconfermato alla presidenza, Jalal Talabani conferisce al leader sciita Jawad al-Maliki l’incarico di formare il nuovo governo. A giugno viene ucciso in un raid aereo Abu Musab al-Zarqawi, capo delle forze di Al Qaeda in Iraq; le violenze tuttavia non si arrestano e a settembre viene rinviato il trasferimento del comando delle operazioni militari dalle forze della coalizione a quelle governative. A ottobre si conclude con una condanna a morte il processo contro Saddam Hussein, che viene giustiziato, nonostante gli appelli internazionali (tra cui quello dei paesi dell’Unione Europea), il 30 dicembre. Nel gennaio 2007 il presidente statunitense George W. Bush annuncia l’invio in Iraq di nuove truppe e una nuova strategia per “imporre la legge” nella capitale Baghdad. Tragico è il bilancio dei quattro anni di conflitto. I morti civili iracheni ammontano a diverse decine di migliaia (più di 100.000 secondo alcune fonti, più di 600.000 secondo altre); pesanti sono anche le perdite delle forze di coalizione, tra le quali gli Stati Uniti, con più di 3000 morti e migliaia di feriti, pagano il più alto prezzo.
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