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Risultati di Windows Live® Search Servitù della gleba Istituzione che caratterizzò la struttura sociale ed economica dell’età medievale, in base alla quale i contadini erano vincolati alla terra che lavoravano per conto dei loro signori. I servi della gleba (in latino “massa di terra, zolla”) potevano coltivare parte della proprietà signorile per il proprio sostentamento, corrispondendo un canone in natura o in denaro; essi erano inoltre tenuti a pagare imposte arbitrarie (ad esempio, la “taglia”, sempre più comune a partire dal XIII secolo), tasse di successione, per l’autorizzazione del matrimonio, per l’uso del mulino o del forno padronale. Dato il vincolo con la terra che lavoravano, ogni volta che questa veniva ceduta anche i servi cambiavano signore; questi, da parte sua, era tenuto a proteggerli dagli attacchi di fuorilegge o di altri signori e ad aiutarli nei periodi di carestia. La condizione dei servi era diversa da quella degli schiavi, in quanto godevano di alcuni importanti diritti: non potevano essere venduti e avevano facoltà di ereditare, possedere e trasmettere beni, previo consenso del signore. Inoltre, i diritti del signore sul loro lavoro erano limitati dagli usi e dalla tradizione locale. I servi avevano infine la possibilità di riscattare la propria libertà. L’affrancamento si diffuse in Italia durante l’età dei Comuni: una volta trasferitisi in città, i servi furono in grado di acquisire la libertà personale per disposizione di molte legislazioni statutarie. Nel XIV secolo si affermò un processo di affrancamento in molte campagne europee, in particolare in Francia e in Germania; si verificò tuttavia anche il fenomeno opposto, di ripristino della servitù della gleba, definito “secondo servaggio”, che riguardò l’Europa orientale. Nel XVIII secolo il lavoro servile fu pressoché abolito nei territori dell’impero austriaco, mentre in Russia l’abolizione si ebbe soltanto nel 1861 con le riforme di Alessandro II.
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