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In Calabria è documentata la presenza dell’uomo fin dal Paleolitico e pure per le successive epoche rimangono molteplici reperti, sempre più significativi per la prima età del Ferro e che hanno nella necropoli di Torre del Mordillo il loro più completo sito archeologico. Alle popolazioni protostoriche che popolavano le coste della Calabria si sovrappose la presenza di coloni ellenici, a partire dall’VIII secolo, avanguardia di un movimento di emigrazione permanente che nei due secoli seguenti toccò l’apice: sorsero così le fiorenti colonie della Magna Grecia, quali Reggio, Sibari, Crotone. Le zone interne furono intanto occupate dai bruzi, da cui derivò il toponimo adottato in età classica per designare il territorio odierno della regione, con esclusione della penisola salentina, chiamata Calabria. Nelle guerre sostenute dai romani contro Pirro e Annibale, le genti calabre si schierarono con i cartaginesi, riuscendo così a rinviare di qualche decennio il loro passaggio sotto il dominio di Roma. Inserita nella regione augustea chiamata Lucania et Brutium, la Calabria rimase ai margini della storia dell’impero romano, per poi acquisire identità e sviluppo sotto Teodorico e durante la prima diffusione del monachesimo. L’occupazione longobarda separò le province settentrionali, annesse al Ducato di Benevento, da quelle meridionali, ma nell’885, tornata sotto il governo di Bisanzio, la regione riottenne la sua unità, e si aprì all’influenza della cultura greco-bizantina e del monachesimo di san Basilio. I normanni, insediatisi nel 1060, operarono la conversione della Chiesa locale al rito latino e alla fedeltà pontificia. Tra il Basso Medioevo e l’età moderna, svevi, Angioini e Aragonesi, che si succedettero nel governo della Calabria, inserita nel Regno di Napoli, esercitarono funzioni pressoché esclusivamente fiscali e militari, lasciando di fatto il governo della società locale nelle mani del ceto nobiliare, composto perlopiù di grandi signori feudali. Anche i Borbone, al potere, con l’interruzione napoleonica, dal 1735 al 1860, confermarono una linea di continuità, che ebbe tuttavia una parziale smentita nella seconda metà del Settecento: dopo il devastante terremoto del 1783, si avviarono infatti tentativi di riforme antifeudali e antiecclesiastiche, orientati a dare sviluppo all’agricoltura e ai commerci, e a far crescere la società civile. Nel periodo della repubblica giacobina di Napoli (1799) in Calabria furono reclutate le bande legittimiste del cardinale Ruffo, protagoniste del moto reazionario che stroncò l’esperienza repubblicana. Durante il governo di Gioacchino Murat, la Calabria espresse uno spiccato atteggiamento antifrancese. Restaurati i Borbone nel 1814, in Calabria si formarono le prime associazioni repubblicane, attive nei gruppi massonici e quindi nelle società mazziniane. Lo sbarco di Garibaldi a Melito di Porto Salvo, il 20 agosto 1860, diede impulso a un’insurrezione antiborbonica che fiancheggiò e sostenne l’azione militare dei Mille. Dopo l’unità (vedi Risorgimento) la Calabria fu teatro dell’episodio dell’Aspromonte (1862), quando Garibaldi e i suoi volontari furono fermati dall’esercito italiano prima che muovessero su Roma. I gravi problemi di un’economia arretrata vennero pienamente alla luce nell’ultima parte del secolo, grazie anche alle analisi e alle denunce di diversi intellettuali meridionalisti (Fortunato, Villari, Salvemini). Ma furono ancora i colpi inferti dagli eventi naturali a portare in primo piano i problemi della regione, come si vide dopo il terremoto del 1908 (40.000 vittime nella sola città di Reggio), ultimo di una serie di cinque sismi nell’arco di dieci anni. Vedi anche Questione meridionale. Durante la seconda guerra mondiale lo sbarco degli Alleati nel settembre del 1943 servì a mettere la regione al riparo dai conflitti militari e dalla guerra civile. Negli anni della repubblica l’emigrazione, fenomeno che datava dalla fine dell’Ottocento, riprese consistenza, dirigendosi ora verso le zone industriali del Nord Italia. Allo stato si rivolgevano attese e richieste di interventi a sostegno dell’occupazione e del reddito; in un clima di sfiducia, esplose una sequela di azioni pressoché insurrezionali durante la rivolta di Reggio del 1970 (“boia chi molla”): l’obiettivo immediato era di ottenere la qualifica di capoluogo regionale, in alternativa a Catanzaro, ma la protesta esprimeva un malessere più radicato, tipico di una regione che si sentiva lasciata ai margini dello sviluppo.
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