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    In Genesi 10:21 è scritto “Shem, padre di tutti i figli di Eber” – o più correttamente, “Ever”, secondo la pronuncia ebraica.

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    Articolo sulle condizioni degli ebrei sotto l'Impero Romano. Fa parte di uno spazio di studi storici liberamente consultabile

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Ebrei

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Introduzione

Ebrei Appartenenti alla comunità etnica e religiosa che trae le sue origini da alcune tribù semitiche nomadi stanziate nell’area del Mediterraneo orientale prima del 1300 a.C., e insediatesi poi nella “terra di Canaan”, ovvero l’antica Palestina. Qui, rafforzando il loro legame fondato sul culto monoteistico di Jahve, costituirono verso il 1020 a.C. un organismo politico unitario retto da un re.

Se come “ebrei”, termine derivato dal nome di Eber, indicato dalla Bibbia (Genesi, 10:21) come uno dei discendenti di Sem, si identificavano gli stessi appartenenti a questo popolo nella fase più antica della loro storia, di origine remota è anche il nome “Israele”: dapprima esso fu proprio del patriarca Giacobbe (Genesi, 39:29), poi fu esteso a tutto il popolo considerato sua discendenza (Genesi, 32:33).

Seguendo i testi biblici, che esaltano Jahve come “Dio di Israele” e dei “figli di Israele” (Esodo, 1:7), riferendosi soprattutto al periodo compreso fra la conquista della terra di Canaan e la caduta, nel 721 a.C., del Regno di Israele per mano di Sargon II, re degli assiri dal 722 al 705, la lingua italiana indica gli ebrei anche come “israeliti”.

Fin dall’epoca della cattività babilonese, tuttavia, il termine “ebrei”, come pure le denominazioni derivate dalla parola “Israele”, fu sostituito con l’ebraico yehudi, originariamente indicante i membri della tribù di Giuda e successivamente tutto il popolo. I romani denominarono Judaea la Palestina e judaei i suoi abitanti, identificati come depositari di una tradizione religiosa: da judaei derivano, oltre all’italiano “giudei”, poco utilizzato dalla lingua comune, i termini impiegati dalle principali lingue europee per indicare gli ebrei: in inglese jews, in francese juifs e in tedesco juden.

Occorre comunque precisare che il termine “giudei” sopravvive in italiano soprattutto con un’accezione religiosa che esprime un riferimento esplicito, anche nelle traduzioni dei testi del Nuovo Testamento, agli ebrei avversari dell’ebreo Cristo e, in misura ancora maggiore, agli ebrei che, rivendicando la fedeltà ai principi della loro tradizione religiosa, furono identificati come oppositori dalla stessa componente ebraica della prima comunità cristiana.

L’ideale religioso, infatti, pur abbandonato dal XIX secolo da un numero non trascurabile di israeliti, ha costituito il motivo fondamentale per l’identità e l’unità degli ebrei della diaspora, dispersi nei diversi paesi, dall’Europa allo stesso Medio Oriente fino agli Stati Uniti, dal 135 d.C., anno del fallimento dell’ultima rivolta antiromana, fino alla fondazione, nel 1948, dello stato di Israele. Stabilendo un criterio univoco per identificare gli eredi di questa millenaria tradizione, etnica e religiosa insieme, il Parlamento israeliano ha definito per legge, nel 1970, come ebreo chiunque sia nato da madre ebrea.

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La tradizione delle origini

La ricostruzione della storia più antica degli ebrei nel quadro delle migrazioni dei popoli del Vicino Oriente fra il III e il II millennio a.C. appare oltremodo difficile. Gli studiosi fin dal XIX secolo hanno tentato di reinterpretare, specialmente sulla base dei dati archeologici, i contenuti della tradizione biblica, e soprattutto il materiale relativo all’epoca dei cosiddetti patriarchi, confluito nel libro del Genesi intorno al VI secolo a.C., epoca della sua redazione definitiva, assieme agli altri quattro libri della prima e fondamentale sezione della Bibbia: Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio.

Se, infatti, la storia ebraica può essere ricostruita su fondamenti sufficientemente attendibili soltanto a partire dall’epoca monarchica, la tradizione religiosa degli ebrei, invece, attribuisce un’importanza centrale proprio alle vicende che precedettero questa fase più propriamente storica nel senso moderno del termine.

La tradizione biblica identifica dunque gli antenati degli ebrei con i nomadi aramei della Mesopotamia meridionale, dalle cui file discenderebbe Abramo, emigrato dalla città di Ur per stabilirsi infine nella regione intorno al fiume Giordano; qui egli sarebbe divenuto il capostipite di un popolo distinto dalle altre tribù contigue, come gli ammoniti, i moabiti e gli edomiti, in quanto adoratore dell’unico Dio.

Forse connessa con l’espansione degli hyksos, i dominatori semitici dell’Egitto fra il 1694 e il 1600 a.C., è la vicenda egiziana degli ebrei che, penetrati al di là del Sinai, avrebbero conosciuto il successo e la prosperità prima di essere praticamente ridotti in schiavitù, intorno al 1570 a.C.

In questo contesto storico si colloca probabilmente l’epopea della liberazione e dell’esodo al di là del Mar Rosso, episodio non documentato dalle fonti egiziane, forse a motivo dell’esiguo numero di ebrei effettivamente coinvolti, ma di importanza fondamentale per la tradizione ebraica, che identifica in Mosè il condottiero incaricato dalla divinità di guidare il suo popolo verso la libertà e la terra promessa.

Mosè avrebbe ricevuto da Dio, sul monte Sinai, le Tavole della legge, fondamento della vita sociale e religiosa del suo popolo, chiamato a prendere possesso di quella terra situata a occidente del Giordano, la cui conquista sarebbe stata portata vittoriosamente a termine, sotto la guida di Giosuè, dalle dodici tribù di Israele.

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Il regno

Attraversato dunque il Giordano (oltre il quale Israele si sarebbe imbattuto nella città di Gerico, miracolosamente conquistata), gli ebrei si insediarono nella Palestina occidentale, soggiogando le popolazioni locali, i cananei, e respingendo gli attacchi dei moabiti e dei filistei, un’etnia appartenente ai cosiddetti “popoli del mare” da cui prende il nome la Palestina. Consolidate le loro posizioni sotto la guida dei capi militari e civili noti come “giudici”, gli israeliti raggiunsero un’effettiva unità politica con il primo re, Saul, salito al trono intorno al 1030 a.C. e caduto combattendo contro i filistei.

Con il successore Davide la conquista di Gerusalemme, antica fortezza cananea proclamata capitale del regno, segnò l’inizio del periodo di massimo splendore per l’antico Israele, ormai dominatore di tutti i popoli dell’area palestinese e sempre più unito dall’ideale religioso. Salomone, figlio di Davide, promosse la costruzione del Tempio di Gerusalemme, il simbolo supremo dell’ebraismo antico, e dotò il regno di una struttura amministrativa e militare degna di una potenza internazionale, anche se la pressione fiscale e il lavoro forzato, strumenti necessari per realizzare opere poderose quali la fortezza di Meghiddo (riportata alla luce dagli archeologi fra il 1925 e il 1939), suscitarono lo scontento della popolazione, creando i presupposti per la rivolta guidata da Geroboamo.

Costui, alla morte di Salomone, avvenuta intorno al 922, rientrò dall’Egitto dove si era rifugiato sotto la protezione del faraone Sisach I (o Sheshonq; 946-913); di fronte al rifiuto di Roboamo, figlio e successore di Salomone, di procedere ad alcune riforme in campo politico e sociale, Geroboamo condusse la spedizione militare che avrebbe portato alla divisione del regno: egli stesso sarebbe stato proclamato sovrano del Regno di Israele, costituito dalle regioni settentrionali della Palestina, mentre Roboamo avrebbe conservato la sovranità sul solo Regno di Giuda, un territorio che si estende per circa 775 km² intorno a Gerusalemme.

Con il re Omri (876-869), fondatore, intorno all’880, della capitale Samaria, il Regno di Israele conobbe un periodo di eccezionale prosperità, mentre il regno di suo figlio Acab fu segnato da una dura controversia religiosa scatenata dall’atteggiamento di sua moglie Gezabele, una principessa di Tiro decisa a introdurre fra gli ebrei le pratiche del paganesimo della sua terra d’origine, respinte come idolatriche dal monoteismo ebraico ed esplicitamente condannate dalla legge mosaica; è questa l’epoca dei profeti, figure come Elia, Eliseo, Amos e Osea, solleciti nel levare la loro voce contro quella che sembrava loro un’intollerabile degenerazione religiosa, un tradimento dell’alleanza con l’unico Dio.

Ma sul regno incombeva ormai l’ombra degli assiri, potenza dominante del Vicino Oriente nell’VIII secolo a.C.: se un primo tentativo d’invasione, condotto nell’853 da Salmanassar III (859-824), fu respinto da Israele, associato alla coalizione di piccoli stati guidata dal re di Damasco Ben Hadad I (morto intorno all’841), nulla poté il regno settentrionale nel 734 di fronte alle armate di Tiglatpileser III (745-727). Caduta fra il 722 e il 721 anche la roccaforte di Samaria, molti degli abitanti furono deportati e la capitale fu ripopolata con coloni assiri che avrebbero adottato la religione ebraica e costituito, con gli israeliti rimasti, la stirpe dissidente dei samaritani.

Il Regno di Giuda dovette invece soccombere alla potenza dei babilonesi, e già nel 598 a.C. Gerusalemme fu conquistata da Nabucodonosor II, che lasciò comunque una minima autonomia agli ebrei elevando al rango di re il principe Sedecìa. La rivolta guidata nel 588 dallo stesso Sedecìa condusse alla fine dell’indipendenza del regno, con l’intervento delle armate di Nabucodonosor che nel 586 distrussero il Tempio di Gerusalemme deportando a Babilonia l’élite intellettuale e politica del popolo ebraico.

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Dai babilonesi ai romani

La comunità degli ebrei deportati a Babilonia riuscì comunque a mantenere, unendosi con i gruppi già insediatisi in quella città dopo la caduta del Regno di Israele del 721, la propria identità religiosa, soprattutto grazie all’azione del profeta-sacerdote Ezechiele, che indirizzò i compagni di esilio verso una religiosità di carattere spirituale; la preghiera divenne la pratica fondamentale dei devoti, ormai privi del tempio, luogo dei solenni riti del sacrificio.

La speranza di un ritorno nella patria perduta si concretizzò nel 538 a.C., quando l’imperatore persiano Ciro il Grande, un anno dopo la sua conquista di Babilonia, restituì agli ebrei la libertà, consentendo il rientro in Palestina di una comunità di circa 42.000 individui. Guidati da Zorobabele, raggiunsero Gerusalemme determinati a ricondurre, sull’onda della predicazione vigorosa dei profeti Aggeo e Zaccaria, la loro terra all’antico splendore. Si giunse così, nel 516, alla ricostruzione del Tempio, e a questa data la tradizione ebraica fa risalire la fine della cattività babilonese, attribuendole la durata convenzionale di settant’anni, dal 586 al 516.

Anche se lentamente, l’opera di ricostruzione della Palestina procedette nei decenni successivi fino al 445, anno in cui Neemia, funzionario del re persiano Artaserse I (464-424 a.C.), assunse la carica di governatore imprimendo una svolta decisiva al processo di restaurazione del regno e della religione dei padri, evoluzione che fu ulteriormente accelerata soprattutto dopo l’arrivo a Gerusalemme di Esdra, il sacerdote posto dalla tradizione a fianco di Neemia, ma più verosimilmente inviato dalla comunità babilonese solo nel 398 o nel 397 a.C.

Caratterizzò la storia degli ebrei nel IV secolo a.C. una rinascita religiosa, avvenuta quando una potente casta sacerdotale seppe imporre la legge mosaica come principio normativo fondamentale per l’intero corpo sociale, tanto che la fede comune sarebbe divenuta l’unico motivo di identificazione per un popolo peraltro privo di autonomia politica.

Con il crollo dell’impero persiano di fronte ad Alessandro Magno nel 331 a.C. e il passaggio della Palestina sotto il dominio macedone, prese avvio quel fenomeno di emigrazione che vedrà le comunità ebraiche prosperare economicamente e culturalmente nei centri della nuova compagine imperiale, dalla stessa Alessandria fino alle coste del Mar Nero: l’uso della lingua greca non farà dimenticare agli ebrei la loro tradizione religiosa, tanto che a partire dal II secolo i libri biblici verranno tradotti dall’ebraico al greco (si tratta della celebre versione dei Settanta), a uso dei fedeli che non comprendevano più la lingua dei padri.

Assegnata dapprima a Tolomeo I d’Egitto in seguito alla divisione del regno fra i successori di Alessandro, dopo la sua morte nel 323, la Palestina passò nel 198 a.C. sotto il dominio di Antioco III di Siria e dei sovrani seleucidi, inclini a imporre la cultura ellenistica per cementare il proprio vasto impero. Così tentò di fare Antioco IV, che nel 168, dichiarando fuori legge la religione degli ebrei, fece collocare nel Tempio di Gerusalemme un altare in onore di Zeus.

Contro questi provvedimenti si scatenò la reazione degli israeliti più devoti, guidati dal sacerdote Mattatia e dai suoi cinque figli, i Maccabei, che riuscirono, dopo un duro confronto militare, a sconfiggere le forze straniere instaurando un regno indipendente retto dalla dinastia degli Asmonei, loro diretti discendenti. In epoca asmonea la ricerca di una visione religiosa il più possibile pura di fronte alle influenze straniere porterà alla formazione delle correnti, come quelle dei farisei, dei sadducei e degli esseni, che caratterizzeranno l’ebraismo nei secoli successivi, e all’istituzione del Sinedrio, la suprema autorità legislativa formata da 71 saggi.

L’instabilità politica caratteristica del periodo asmoneo raggiunse il suo culmine nel I secolo a.C. con la lotta tra i fratelli Ircano II e Aristobulo II, entrambi aspiranti al trono: Aristobulo, apparentemente sostenitore di Ircano, tramando dietro le quinte con i romani per risolvere il conflitto a suo favore e fare della Giudea uno stato vassallo dell’impero romano, aprì la strada all’esercito di Pompeo, che entrò a Gerusalemme nel 63 a.C.

Le vicende successive portarono alla ribalta le figure di Antipatro, un idumeo convertitosi all’ebraismo e divenuto consigliere di Ircano II, e del figlio Erode che, dopo alterne vicende, venne incoronato re nel 39 a.C. Con la riduzione della Giudea, nel 6 d.C., al rango di provincia romana, iniziò un periodo caratterizzato da una parte dall’attività di alcuni gruppi ebraici che, mal tollerando l’atteggiamento collaborazionista delle autorità religiose, ambivano alla liberazione dal potere romano e, dall’altra, dalla diffusione del cristianesimo, sorto in Galilea e diffusosi anche in Giudea e poi soprattutto fra i pagani, ma anche fra gli ebrei sparsi fuori della loro patria, da Babilonia a Roma, in un contesto spesso conflittuale con gli israeliti rimasti fedeli alla loro tradizione religiosa.

La rivolta antiromana promossa nel 66 d.C. dagli zeloti fu domata dalle truppe, guidate prima da Vespasiano e poi da Tito, e si concluse di fatto con la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70, anche se l’ultima roccaforte della resistenza, Masada, cadde soltanto nel 73. L’ebraismo fu praticamente sradicato dalla Giudea per iniziativa dell’imperatore Adriano, che fece di Gerusalemme una città di stile ellenistico ribattezzandola Aelia Capitolina in onore di Giove. Il fallimento della disperata rivolta condotta da Simon Bar Kokeba fra il 131 e il 135 portò a un ulteriore inasprimento delle misure contro gli ebrei, ormai posti di fronte al divieto di praticare la loro fede nella loro patria e di entrare in Gerusalemme.

Nella rovina della città santa i cristiani vedranno ben presto la giusta punizione divina contro gli ebrei a motivo della loro incredulità di fronte a Cristo, e questo atteggiamento porterà, soprattutto con il trionfo del cristianesimo dopo il 313, a un’animosità crescente verso gli israeliti, esecrati come “deicidi” perché ritenuti responsabili della morte di Gesù.

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