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Introduzione; Tipi, procedimenti e tecniche; Asia orientale; L’America precolombiana; Medio Oriente; Il bacino del Mediterraneo; Il mondo islamico; Europa
Ceramica Materiale ricavato dalla cottura, in appositi forni, di sostanze minerali naturali, principalmente argilla e caolino. In particolare, dal caolino si ottengono la porcellana, le terraglie e i grès fini, dalle argille comuni si ottengono le terrecotte e i grès naturali, e dalle argille fini le maioliche.
Con riferimento alla porosità del materiale, prendono il nome di ceramiche “a pasta compatta” il grès e la porcellana, di ceramiche “a pasta porosa” la terracotta, la terraglia e la maiolica: le prime sono per loro natura impermeabili all’acqua, mentre le seconde lo diventano solo dopo essere state sottoposte a vetrinatura o smaltatura. La terracotta è la meno pregiata fra le ceramiche porose e si ottiene dalla cottura a temperature relativamente basse (900-1200 °C). Secondo la percentuale e il tipo di ossido di ferro contenuto nell’argilla impiegata, durante la cottura il materiale acquista colore rosso acceso, rosso scuro, marrone o nero. Il grès si ottiene dall’argilla cotta a temperature comprese fra 1200 e 1280 °C ed è un materiale durissimo. Può essere bianco, grigio o rosso scuro e, essendo a pasta compatta, viene vetrinato solo a scopo decorativo. La maiolica o faenza è prodotta con argilla fine a basso contenuto di ossidi di ferro, per cui è di colore oscillante fra il rosso chiaro e il giallo paglierino; viene cotta di solito a 900-950 °C e rivestita di smalto o vetrina trasparente.
Tranne il caso, raro, in cui si lavori l’argilla naturale così come viene estratta dalla cava, si deve anzitutto procedere alla miscelazione dei componenti, regolando nello stesso tempo il grado di umidità della miscela con l’eventuale aggiunta o sottrazione di acqua. La plasticità dell’argilla consente di modellare le forme più diverse: a tale scopo si può ricorrere allo stampaggio o ad altri metodi, tra cui la sovrapposizione a colombini (in cui si usano rotolini di argilla calcati l’uno sull’altro), la spianatura in lastre (in cui ci si avvale di pani di argilla che danno luogo a manufatti di forma geometrica), il colaggio (che consiste nel colare lentamente in uno stampo l’argilla resa fluida dall’aggiunta di acqua) e la foggiatura al tornio. Il tipo più semplice di tornio da vasaio, inventato nel IV millennio a.C., è costituito da un piatto orizzontale che gira attorno a un asse verticale. Il ceramista modella il vaso o l’anfora con le mani partendo da un blocco di argilla collocato al centro del disco. Alcuni torni sono azionati a mano con l’aiuto di un bastone e rappresentano la tipologia tuttora in uso presso gli artigiani giapponesi. Nell’Europa del Cinquecento apparve un nuovo modello di tornio, azionato con i piedi mediante una ruota fissata all’estremità inferiore dell’asse. Nel XIX secolo fu invece inventato il tornio a pedale, sostituito nel Novecento da torni elettrici, in cui il motore a velocità variabile permette un maggiore controllo della rotazione e quindi una lavorazione più accurata.
Affinché cuocia senza rompersi, l’argilla deve essere essiccata, cioè lasciata riposare fino a perdere la maggior parte dell’umidità. Quando l’impasto argilloso è quasi completamente asciutto risulta morbido e poroso e può essere cotto sul fuoco a temperature che si aggirano fra i 650 °C e i 750 °C: è questo il metodo tuttora seguito per la fabbricazione di manufatti nelle zone meno sviluppate del mondo. I primi forni, che fecero la loro comparsa nel VI millennio a.C., richiedevano una particolare attenzione perché anche il combustibile (dapprima legna e in seguito carbone) poteva influire sul risultato finale, variando il grado di durezza dell’argilla e producendo ad esempio terraglie anziché grès. Oggi vengono applicati i metodi della fiamma ossidante e della fiamma riducente, che consistono nell’aumentare o ridurre la quantità di ossigeno disponibile per la combustione. A seconda del tipo di cottura si ottengono infatti materiali diversi; ad esempio l’argilla contenente un’alta percentuale di ossido di ferro appare rossa se cotta con fiamma ossidante, grigia o nera se cotta con fiamma riducente: la variazione di colore è dovuta al cambiamento delle percentuali relative di ossido ferroso (nero) e di ossido ferrico (rosso) variabili a seconda della reazione chimica.
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