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Ceramica

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Teiera della manifattura AntonibonTeiera della manifattura Antonibon
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8.1

La produzione anteriore all’Ottocento

Le ceramiche musulmane abbracciano anche la produzione spagnola del periodo compreso tra il XIII e il XV secolo. Tali manufatti, definiti “ispano-moreschi”, provenivano soprattutto da Paterna e Valencia e venivano esportati dall’isola di Maiorca, dal cui nome derivò il termine italiano “maiolica”.

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Maioliche italiane e di Delft

In Italia, già nel XII secolo erano attive le manifatture di maiolica ingobbiata di Firenze, Siena, Orvieto e Faenza. Fino al XIV secolo era diffuso l’uso di piatti di maiolica decorati a disegni geometrici policromi come ornamento architettonico, ma fu nel XV secolo che l’arte ceramica visse il suo periodo felice. La terracotta, in precedenza limitata agli ornamenti, incisi o a rilievo, intorno a porte, finestre e archi, fu nobilitata in pregevoli opere di scultura da artisti come Antonio Pollaiolo e Donatello in Toscana, Niccolò dell’Arca e Guido Mazzoni in Emilia. Nel contempo, Luca e Andrea della Robbia perfezionarono l’uso delle maioliche nella scultura e nella decorazione.

Nelle città toscane si susseguirono gli stili ornamentali, primi fra tutti quello detto dei verdi (per i caratteristici contorni verdi delle figure) e la decorazione “a penna di pavone”, di derivazione orientale. Verso la fine del Quattrocento i motivi prevalentemente geometrici che decoravano piatti e vasi furono sostituiti da raffigurazioni a tutto campo di scene e personaggi ispirati alla pittura dell’epoca, con abbondanza e ricchezza di colori: figure singole o scene mitologiche o sacre, immagini di caccia o di guerra. Le manifatture più creative, in questo genere di maiolica “istoriata”, erano a Faenza, Urbino, Pesaro, Cafaggiolo, Gubbio, Casteldurante. Da allora e per lungo tempo una posizione di primo piano fu occupata dalle ceramiche di Faenza, città dal cui nome deriva il termine francese faïence, coniato dopo il 1600 e tuttora usato come sinonimo di maiolica (anche nella versione italiana di ritorno, “faenza”). Dopo la maiolica istoriata, a Faenza ebbe grande successo una decorazione stilizzata a colori tenui su smalto bianco (lo stile dei “bianchi di Faenza”).

Verso il 1650 la fabbricazione di maiolica si concentrò nella città olandese di Delft, dove ebbero origine le celeberrime maioliche. Tra il 1630 e il 1700 il centro olandese produsse infatti un materiale sottile, dalle decorazioni delicate, adatto alla realizzazione di piastrelle, piatti, brocche e vasi.

Nel frattempo, in Italia, il numero delle manifatture di maiolica continuava a crescere, anche se nessuna ai livelli di eccellenza di Delft: a cominciare dal Seicento e per tutto il Settecento si produssero decorazioni istoriate, con scene generalmente burlesche, a Montelupo Fiorentino, in stile cinquecentesco a Caltagirone, ancora istoriate a Castelli in Abruzzo. Furono molto attive le manifatture liguri di Savona e Albissola e quelle venete di Bassano, Angarano e Nove, nelle cui decorazioni prevaleva il gusto barocco. Alla fine del Settecento, a un nuovo fulgore della produzione di Faenza e Orvieto si affiancarono in bella evidenza le maioliche istoriate di San Quirico d’Orcia, vicino a Siena, e quelle a figurine e paesaggi, imitanti lo stile cinese, di Lodi e Milano.

Fino all’inizio dell’Ottocento in Europa conobbe larga diffusione un tipo di ceramica che si otteneva immergendo il vaso già cotto in una vetrina piombifera cui era stato aggiunto ossido di stagno (sbiancante e opacizzante), il quale consentiva di nascondere del tutto il colore dell’argilla e di ricavare una superficie che poteva essere dipinta nella tinta desiderata mediante cottura a temperature elevate. Nel Settecento si usava dipingere la vernice stannica con smalti, per poi sottoporre i pezzi a cottura ulteriore.

Sul finire del Settecento la supremazia olandese venne indebolita dall’innovazione britannica della terraglia a impasto bianco e poroso. La tecnica, nata nello Staffordshire, fu perfezionata da Josiah Wedgwood, la cui fabbrica si specializzò nella lavorazione di terraglie dette cream-coloured, di stile neoclassico e di finissima qualità, ed ebbe il merito di trasformare la ceramica da bene di lusso a oggetto di uso comune.

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Grès e terraglie

Il grès europeo fu eleborato in Germania sul finire del Trecento. Si trattava di un materiale rivestito da smaltatura a sale, o “salatura”, ottenuta cospargendo di sale (cioè cloruro di sodio) il fondo del forno di cottura: lo strato vetroso si forma per fusione di un velo superficiale del materiale ceramico arricchito dall’ossido di sodio fondente, originato dalla vaporizzazione del sale. Tra il XVI e il XVII secolo si affermarono le terraglie Hafner, ricoperte di vernice piombica e dalle forme che imitavano i bricchi e i boccali in metallo. Le tradizionali terraglie inglesi erano rivestite da un tipo analogo di vernice e decorate con argilla semiliquida. Presentavano caratteristiche simili anche i manufatti dei contadini europei, che furono poi esportati in America dagli emigranti.

Nel 1743 l’Italia tornò a occupare una posizione di rilievo con la fondazione della Real Fabbrica di Capodimonte, voluta da Carlo III di Borbone. La manifattura, che aveva la sua sede presso il Palazzo Reale, richiamò artisti da tutta Europa e riuscì a contrastare il successo di altri prodotti europei quali quelli provenienti da Meissen, in Germania. Tuttora celebri sono le sue figurine e i suoi gruppetti animati e policromi.

8.2

L’Ottocento e il Novecento

Il XIX secolo fu per la ceramica un periodo di decadenza. In Italia l’unica manifattura in grado di fronteggiare la concorrenza europea fu quella fondata nel 1737 vicino a Firenze dal marchese Carlo Ginori, che nel 1896 si fuse con la fabbrica milanese diretta da Giulio Richard, dando luogo alla Società Ceramica Richard-Ginori, ancora oggi maggiore complesso industriale italiano del settore.

Sul finire del secolo la lavorazione della ceramica subì l’influsso dell’Art Nouveau, che segnò una ripresa di quest’arte come forma del tutto autonoma. A tale corrente si ispirarono la produzione di William Morris e del movimento Arts and Crafts in Gran Bretagna, nonché del Bauhaus in Germania.

Ai primi del Novecento assunse un ruolo di particolare rilievo l’opera del francese André Metthey, che si avvalse della collaborazione di artisti quali Pierre-Auguste Renoir e Henri Matisse. In Spagna si interessò alla ceramica Pablo Picasso, mentre in Italia Achille Farina riuscì a eseguire sulla maiolica una pittura simile a quella a olio. Oggi i centri italiani più importanti fra quelli che continuano l’antica tradizione sono, oltre a Faenza in Romagna e Albissola Marina in Liguria, la cittadina umbra di Deruta e alcune località siciliane, tra cui spicca Caltagirone. Tra i nomi più celebri nell’ambito della ceramica artistica italiana ricordiamo Emanuele Luzzati, Galileo Chini, Leoncillo, Tullio d’Albisola, Renza Sciutto, Adriano Leverone e Sandro Lorenzini.

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