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Struttura articolo
Nell’ultimo ventennio si è sviluppato molto il free climbing, una disciplina in cui viene privilegiato il gesto atletico e sportivo fine a se stesso. Si pratica su piccole pareti dall’elevato grado di difficoltà (strutture di fondovalle, massi erratici e rocce a strapiombo sul mare). Nel free climbing sono stati aboliti i carichi, come lo zaino, e si adottano scarpette morbide e leggere che nulla hanno a che vedere con i tradizionali scarponi da alpinismo. Il free climbing è diventato popolare in molte parti del mondo, diffondendo l’attività alpinistica tra i più giovani.
L’alpinismo moderno nacque nel XVIII secolo, con la prima ascensione al Monte Bianco: nel 1786 la vetta fu conquistata da Jacques Balmat e Michel Paccard. In seguito, per più di un secolo l’alpinismo coincise con l’esplorazione dell’intero arco alpino e con la conquista delle sue vette. La prima donna a conquistare il Bianco fu la francese Marie Pastoris (1812). Nel 1842 Giovanni Gnifetti e Giuseppe Farinetti raggiunsero la vetta del Monte Rosa. La conquista del Cervino (Matterhorn) avvenne nel 1865, quando una spedizione guidata dall’inglese Edward Whymper, salendo per il versante svizzero, giunse in vetta precedendo di due giorni una spedizione guidata dall’italiano Giovanni Antonio Carrel, salito dalla via italiana. La conquista delle più impervie vette delle Alpi orientali è dovuta principalmente all’irlandese John Ball e all’inglese Francis Fox Tuckett (e, nel XX secolo, all’inglese Charles Bonnington e ai nostri Emilio Comici e Cesare Maestri). Intorno alla seconda metà dell’Ottocento prese avvio una nuova fase dell’alpinismo che, dalla conquista delle cime inviolate, passò ai tentativi di scalare vie impervie e pericolose, in minor tempo e differenti condizioni climatiche (ad esempio d’inverno). Nel corso del XX secolo l’attenzione degli scalatori si spostò sempre di più sulle grandi catene, quali l’Himalaya, le Ande e il Karakoram. Nel 1913 gli statunitensi Hudson Stuck e Robert Tatum giunsero sulla cima del monte McKinley, in Alaska, la vetta più alta del Nord America. L’Everest, la vetta più ambita, venne conquistato nel 1953 dal neozelandese Edmund Hillary e dallo sherpa nepalese Tensing Norkey. Nel 1954 una spedizione italiana, guidata da Ardito Desio, raggiunse il K2, la seconda cima al mondo; salirono in vetta Achille Compagnoni e Lino Lacedelli. Nel 1959 Cesare Maestri raggiunse la cima del Cerro Torre, in Patagonia; alla spedizione partecipò anche Toni Egger, che trovò la morte durante il ritorno. Infine, merita di essere ricordata l’impresa di Riccardo Cassin che, dopo esser salito (con Walter Bonatti e Carlo Mauri) nel 1958 sul Gasherbrum IV (Karakoram), quattro anni dopo conquistò la cima sud del McKinley. Gli anni Sessanta segnarono il ritorno alle Alpi e la definitiva supremazia dell’arrampicata libera. Si sono aperte, durante la stagione invernale, vie sulle tre più impervie pareti nord delle Alpi: l’Eiger (1961), il Cervino (1962) e le Grandes Jorasses (1963, a opera di Walter Bonatti e Cosimo Zappelli). Un cenno particolare va fatto per lo scalatore altoatesino Reinhold Messner, autore dell’eccezionale impresa di salire su tutte le quattordici vette del mondo oltre gli 8.000 metri. Nel nostro paese l’attività alpinistica è organizzata dal CAI (Club Alpino Italiano), fondato nel 1863, e dal CAAI (Club Alpino Accademico Italiano); dal 1991 esiste anche la FASI (Federazione Arrampicata Sportiva Italiana).
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