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Risultati di Windows Live® Search Natura morta In pittura, immagine composta da elementi naturali inanimati, come frutti, fiori, pesci o selvaggina morta, o da oggetti, come libri e strumenti musicali, generalmente disposti su una superficie piana. Sia nell’antica arte romana (in mosaici e dipinti murali basati su modelli greci) sia in quella medievale italiana si riconoscono composizioni assimilabili alla natura morta; con spirito differente, anche l’arte cinese e giapponese si interessarono agli aspetti del mondo naturale, ritraendoli con molta sensibilità. Tuttavia, la natura morta intesa come forma artistica indipendente è un fenomeno precipuamente occidentale, che conobbe particolare fortuna in area fiamminga; in Italia, si indica spesso come primo esempio una tavola (1504, Alte Pinakothek, Monaco) raffigurante una pernice morta e un paio di guanti d’armatura in metallo, opera del pittore veneziano Jacopo de’ Barbari. Lo sviluppo di questo genere ebbe luogo principalmente nei Paesi Bassi, dove artisti come Jan Bruegel, Pieter Claesz, Willem Kalf e Frans Snyders dipinsero mazzi di fiori e tavole riccamente imbandite con frutta e cacciagione, con una tecnica pittorica precisa, attenta a ogni minuto particolare. Al di fuori dei Paesi Bassi la natura morta era considerata una forma artistica minore. Già nel Cinquecento, tuttavia, ma soprattutto nel secolo successivo, il significato della natura morta si arricchì di implicazioni simboliche e i dipinti assunsero un valore allegorico, come immagine della transitorietà della vita: tra i tanti oggetti apparve sempre più spesso un teschio, insieme alla clessidra o alla candela, a indicare lo scorrere del tempo. Nel Seicento, in Italia, dipinsero nature morte Vincenzo Campi, il Caravaggio e i suoi epigoni, il bergamasco Evaristo Baschenis, con raffinate nature morte di strumenti musicali, il napoletano Giuseppe Recco. Nella Spagna secentesca si dedicarono alla natura morta grandi artisti come Diego Velázquez e Francisco Zurbarán, e la tradizione giunse fino a Francisco Goya. Nel Settecento il francese Jean-Baptiste-Siméon Chardin ne mise in luce tutte le possibilità espressive e nel secolo successivo la natura morta crebbe d’importanza, soprattutto in ambito francese, grazie alle interpretazioni originali e diversissime di pittori come Eugène Delacroix, Gustave Courbet, Camille Corot, Edouard Manet, Vincent van Gogh, fino a divenire uno dei principali soggetti nell’elaborazione pittorica di Paul Cézanne, i cui numerosi dipinti di mele e arance sono veri capolavori di composizione formale. Agli inizi del Novecento la natura morta si affermò come una delle principali forme di espressione e sperimentazione artistica nell’ambito di cubismo, fauvismo ed espressionismo, a opera di grandi maestri quali lo spagnolo Pablo Picasso e i francesi Henri Matisse, Georges Braque, Juan Gris. In Italia alla natura morta si dedicarono i pittori metafisici, come Giorgio de Chirico e Filippo de Pisis; Giorgio Morandi improntò quasi tutta la sua produzione artistica a questo genere.
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