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La riunificazione della Cina sotto le dinastie Sui (589-618) e Tang (618-906) favorì l’affermarsi del sincretismo religioso e filosofico, con la coesistenza di idee del taoismo, del buddhismo e del neoconfucianesimo. I principi confuciani, i più coerenti con le esigenze di un impero fortemente centralizzato, finirono per divenire la base della formazione scolastica dei futuri funzionari. L’affermarsi di una classe di dignitari confuciani e il timore di un influsso negativo sulla popolazione dei monaci taoisti e buddhisti finì per provocare una serie di persecuzioni contro i seguaci di queste religioni. Il confucianesimo tornò in auge con l’avvento della dinastia Sung, dopo che la Cina aveva vissuto un’altra epoca di divisioni nota come “periodo delle cinque dinastie” (907-960). Nato con il rinnovato interesse per lo studio dei classici, e richiesto come requisito ai funzionari imperiali, il neoconfucianesimo impresse nuovo vigore all’etica, conferendole un fondamento metafisico, e fece proprie alcune forme di buddhismo e taoismo. Rimase comunque sostanzialmente diverso da queste due dottrine. Il neoconfucianesimo riteneva che esistesse un principio cosmico originario (li): conoscendo tale principio, l’individuo si sarebbe unito all’universo nell’atto di stringere relazioni personali, sociali e politiche. Nella concezione buddhista, invece, l’essenza di ogni oggetto materiale è in realtà il vuoto e l’individuo deve mirare all’illuminazione, poiché solo così potrà arrivare all’astrazione dalle vicende del mondo. Il taoismo, infine, pur non identificando l’universo con il vuoto, intende porre l’individuo su un piano astratto rispetto alla società, in modo da trascendere i concetti di vita e di morte.
Il neoconfucianesimo si manifestò in tre scuole: la scuola del Principio (razionalista), la scuola della Mente (idealista) e la scuola dell’Apprendimento Pratico (empirista).
La speculazione metafisica conobbe una nuova fioritura nel XII secolo con Zhu Xi, fondatore della scuola del Principio, le cui dottrine furono adottate nel XIV secolo per gli esami dei funzionari imperiali e rimasero in vigore fino al 1905. Secondo questa concezione tutto è costituito da due elementi: il principio cosmico (li), riflesso del Grande Creatore (Tai Chi), e la materia (qi); in realtà il qi, che in cinese possiede la stessa etimologia di “respiro”, non si identifica con una sostanza meramente fisica, ma con un caotico flusso di massa-energia e con il perpetuo congelamento e dissolvimento degli elementi. Grazie all’illuminazione, l’individuo può comprendere le vicende del cosmo e influire su di esse con il potere della virtù personale.
Sorta nell’XI secolo, questa scuola ebbe il suo massimo esponente nel XV secolo in Wang Yangming, secondo il quale la mente non è una combinazione di li e qi, ma puro li, o principio, indifferente al qi, e ha quindi in sé la bontà intrinseca della natura umana; poiché ciascun individuo possiede un’innata conoscenza del bene, deve solo guardare nella propria mente per trovarlo. Alla morte di Wang la scuola si orientò verso la pratica della meditazione Zen per giungere all’illuminazione, e alcuni suoi seguaci trovarono nel soggettivismo la risposta più spontanea a qualsiasi problema posto dalla natura. Questa tendenza si affermò all’epoca della decadenza del potere centrale negli ultimi anni della dinastia Ming, che ebbe termine nel 1644.
All’inizio della dinastia Manciù, nel 1644, i filosofi confuciani si dedicarono allo studio della civiltà Ming nel tentativo di capire le ragioni della sua decadenza. Respingendo sia la speculazione metafisica della scuola del Principio sia l’idealismo soggettivo dei seguaci di Wang Yangming, la scuola dell’Apprendimento Pratico suggeriva lo studio dei testi classici dell’epoca Han per riscoprire le vere radici etiche e sociopolitiche del confucianesimo, applicando un metodo critico e scientifico per l’interpretazione dei testi. Nel XVIII secolo il massimo esponente di questa scuola, Dai Zhen, sostenne che i principi di tutte le cose sono conoscibili attraverso l’indagine empirica. A suo giudizio, il neoconfucianesimo aveva condotto a un’eccessiva introspezione e al misticismo. Il principio primo si trovava solo negli oggetti materiali e poteva essere studiato oggettivamente raccogliendo e analizzando dati empirici. Tuttavia, il metodo empirico non fu applicato allo studio della natura, ma solo all’analisi delle vicende umane già registrate nei testi classici, con notevoli progressi nel campo della filologia, della linguistica e della geografia storica, ma senza reale progresso nelle scienze naturali.
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