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Nel 1987 nel cervello di pazienti parkinsoniani in stadio avanzato sono state trapiantate per la prima volta cellule della midollare del surrene, che producono dopamina; inoltre, fu introdotta una nuova tecnica, detta stimolazione cerebrale profonda o DBS. Questo tipo di terapia prevede l’introduzione di un elettrodo all’interno di zone predefinite del cervello (alcuni nuclei del talamo), collegato a un particolare pacemaker che viene posizionato a livello sottocutaneo in prossimità di una clavicola. Il pacemaker stimola la zona cerebrale in modo da provocarne un blocco funzionale. Possono essere sottoposti a questo intervento i malati nei quali la terapia farmacologica ha provocato importanti effetti collaterali. Sembra che nell’80-85% dei casi si assista a un notevole miglioramento dei sintomi e alla scomparsa del tremore.
La ricerca sul trattamento del Parkinson è focalizzata su due filoni: il rallentamento della degenerazione del tessuto cerebrale (neuroprotezione) e la possibilità di ripristinare le funzioni perse. Tra i composti sperimentati per la possibile azione neuroprotettiva, vi sono quelli che potenziano l’azione di un potente antiossidante, il glutatione; quelli che agiscono contro i radicali liberi, molecole responsabili di fenomeni ossidativi cellulari; ancora, quelli che agiscono contro la funzione ossidativa della dopamina e quelli che eliminano gli eccessi di ferro (elemento ossidante e perciò dannoso se non legato ad altri composti). Il recupero delle funzioni neurologiche potrebbe ottenersi con l’impiego di fattori neurotrofici, cioè composti che intervengono durante lo sviluppo fetale nella crescita del sistema nervoso; tra questi, le molecole proteiche di tipo GNDF (fattore neurotrofico di origine gliale) che, in corso di sperimentazione negli Stati Uniti, non sembrano possano trovare una concreta applicazione perché devono essere inoculate direttamente nel tessuto cerebrale. Allo studio anche le proteine note come immunoneurofilline che, al contrario delle precedenti, possono essere somministrate per via orale e quindi, in futuro, potrebbero essere indicate non solo ai malati ma anche ai soggetti a rischio di Parkinson. Un altro gruppo di farmaci sono gli inibitori del glutammato, sostanza che normalmente è presente nel cervello ed è coinvolta nella sintesi di radicali liberi ed acqua ossigenata. Poiché questi composti sono prodotti in eccesso nei parkinsoniani e risultano dannosi, farmaci che limitano l’azione del glutammato potrebbero avere effetti positivi; tra questi, la remacemide che in Italia viene già usata negli ospedali per il trattamento della sclerosi laterale amiotrofica. Allo studio anche la possibilità di effettuare una terapia cellulare impiegando cellule staminali indotte a differenziarsi in cellule di tipo neuronale. Se non è ancora stato trovato il farmaco definitivo anti-Parkinson, un agente protettivo dalla potente azione ritardante nei confronti della degenerazione neurologica sembra essere un enzima, il cosiddetto Q10. Ciò almeno è quanto emerge dai risultati di uno studio triennale condotto dal medico statunitense Clifford Shults all’Università di San Diego (California), resi noti nell’ottobre 2002. La molecola è già presente fisiologicamente nell’organismo umano e risiede nei mitocondri, dove svolge un’azione antiossidante e inibisce la sintesi di radicali liberi, assai dannosi per la cellula. Si trova anche in molti integratori alimentari in commercio. Lo studio del team californiano si è basato sull’osservazione che molti pazienti parkinsoniani possiedono livelli insolitamente bassi di enzima Q10; ciò potrebbe essere correlato al processo degenerativo. I risultati di Shults hanno suscitato molto interesse nella comunità scientifica, ma anche perplessità determinate dal fatto che la sua ricerca ha misurato il rallentamento della malattia nei pazienti attraverso la valutazione dei sintomi visibili, mentre non ha potuto fornire dati certi sulla reale condizione neurologica dei malati. Dunque, l’enzima potrebbe secondo alcuni solo alleviare i sintomi. I National Institutes of Health statunitensi stanno valutando di sottoporre questa molecola e altre, come i farmaci antinfiammatori, a trials clinici su ampia scala.
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