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Struttura articolo
Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
In seguito all’attacco terroristico lanciato l’11 settembre 2001 contro le torri del World Trade Center di New York e il palazzo del Pentagono di Washington (vedi anche vedi Stati Uniti d’America, Storia: 11 settembre 2001), la Francia aderì alla coalizione capeggiata dagli Stati Uniti fornendo proprie truppe alla campagna militare in Afghanistan “Enduring Freedom” (“Libertà duratura”). Alla fine dell’anno, ancor prima della presentazione ufficiale delle candidature, prese avvio la campagna per le elezioni presidenziali, contrassegnata da aspre polemiche tra Jacques Chirac e Lionel Jospin. Il primo turno delle elezioni presidenziali, svoltosi il 21 aprile 2002, provocò un vero e proprio terremoto nel panorama politico francese. Grazie a una forte astensione (28%) e all’estrema frammentazione della sinistra, il leader del Front national, Jean-Marie Le Pen, riuscì a strappare, con il 16,91% dei suffragi, il secondo posto al primo ministro Jospin (16,14%), candidato del Partito socialista. Il risultato risultò estremamente deludente anche per il presidente Chirac, che conquistò, con 800.000 voti più di Le Pen, solo il 19,83% dei suffragi. La clamorosa affermazione del Front national, un partito apertamente xenofobo e razzista, sollevò lo sconcerto nel paese e in tutto il mondo. Il secondo turno delle elezioni presidenziali, diventato un vero e proprio referendum pro o contro Le Pen, si concluse con la schiacciante vittoria di Chirac, che raccolse anche i voti della sinistra, con l’82% dei suffragi. All’indomani delle elezioni, in seguito alle dimissioni di Jospin, Chirac nominò il nuovo primo ministro nella persona di Jean-Pierre Raffarin, con il compito di guidare il paese alle elezioni legislative. Forti del successo di Chirac, i gollisti si presentarono compatti alle elezioni legislative di giugno sotto le insegne di una coalizione, l’Unione per la maggioranza presidenziale (UMP), rivolta ad assicurare la maggioranza al presidente e a scongiurare un altro periodo di “coabitazione”. Nelle elezioni che si svolsero tra il 9 e il 16 giugno l’UMP si collocò al primo posto con il 33,7% dei suffragi, conquistando 357 dei 577 seggi dell’Assemblea nazionale. L’altro partito conservatore, l’Unione per la democrazia francese (UDF), ottenne il 4,8% dei voti e 29 seggi. Netta fu la sconfitta della sinistra; a una parziale tenuta del Partito socialista, che conquistò il 24,1% dei suffragi (ma solo 140 seggi), corrispose infatti una forte flessione del Partito comunista (4,8% dei voti e 21 seggi) e dei Verdi (4,5% dei voti e 3 seggi). Il Front national, che raccolse l’11,3% dei suffragi, non ottenne alcun seggio. Jean-Pierre Raffarin, confermato alla carica di primo ministro, apportò solo poche modifiche al gabinetto formato in maggio. Il 14 luglio, nel corso della tradizionale parata per la festa della Repubblica, uno squilibrato con simpatie neonaziste tentò di far fuoco con un fucile calibro 22 contro il presidente Jacques Chirac, ma venne bloccato da alcuni presenti e dagli agenti di polizia. A novembre esordì una nuova forza politica della destra francese, l’Unione per un movimento popolare. La guida del nuovo partito – che riuniva il Raggruppamento per la repubblica, Democrazia liberale, altre formazioni golliste, liberali e centriste – venne affidata ad Alain Juppé, già primo ministro dal 1995 al 1997.
Agli inizi del 2003 la Francia si oppose alla “guerra preventiva” lanciata dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna contro l’Iraq di Saddam Hussein. Dopo aver contrastato la strategia di Washington in seno alle Nazioni Unite, il governo di Parigi pose il veto sull’impiego di forze NATO per proteggere la Turchia nel caso di uno sconfinamento del conflitto. In polemica con la decisione di George W. Bush e Tony Blair di attaccare l’Iraq senza l’avallo dell’ONU, la Francia si rifiutò di fornire le proprie truppe, confermando la sua decisione anche in seguito alla risoluzione che le Nazioni Unite approvarono nel giugno 2004, che stabiliva il trasferimento di parte della sovranità a un governo provvisorio iracheno. Sul fronte interno, il governo francese avviò un risoluto processo di riforme neoliberiste (in materia di pensioni, sanità, imposte, istruzione, ricerca ecc.) che suscitò forti malcontenti. Particolarmente clamorosa fu la protesta dei lavoratori interinali dello spettacolo, che provocò l’annullamento di diversi festival. Nel gennaio 2004 il governo approvò, tra molte polemiche, una “legge sulla laicità”, che vietava i simboli religiosi, tra cui il velo islamico, nelle scuole. Le elezioni amministrative di marzo registrarono la secca sconfitta dei partiti di governo e l’ampia affermazione dei partiti di sinistra, che conquistarono 13 regioni (arrivando a controllarne 20 su 22) e, per la prima volta dalla loro costituzione nel 1790, la maggioranza dei dipartimenti. Il primo ministro Raffarin, presentatosi dimissionario, ricevette l’incarico di formare un nuovo governo. Nel gennaio 2005, con lo sciopero dei dipendenti pubblici, si aprì una fase di accese proteste contro le politiche governative. In maggio, in seguito al risultato del referendum sulla proposta di Costituzione europea, respinta da una maggioranza del 55% dei votanti, il primo ministro rassegnò definitivamente le dimissioni e venne sostituito alla guida del governo da Dominique de Villepin. Un nuovo sciopero fermò la Francia in ottobre; nello stesso mese esplosero le banlieues (sobborghi) di Parigi e di molte altre città del paese. Provocata dal disagio dei giovani delle periferie urbane, figli di immigrati o delle famiglie francesi maggiormente colpite dalla disoccupazione e dalla crisi economica, la violenta rivolta durò più di due settimane, accompagnandosi ogni notte a una rituale distruzione di centinaia di autovetture, e si fermò solo grazie all’intervento di migliaia di agenti e al ricorso a severissime misure tra cui il coprifuoco. La rivolta, che conquistò le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, portò nel contempo alla luce l’aspra lotta per la successione a Chirac che opponeva De Villepin al potente ministro degli Interni Nicolas Sarkozy. Dopo la rivolta delle banlieues, nel marzo 2006 esplose la protesta degli studenti e dei sindacati contro una nuova legge di regolamentazione del mercato del lavoro, il Contratto di primo impiego, in base al quale per i giovani fino a 26 anni il periodo di prova era esteso fino a due anni. Dopo un lungo braccio di ferro che vide scendere in piazza milioni di persone, il governo fu costretto ad annunciare la modifica del provvedimento.
Nicolas Sarkozy, candidato dell’Unione per un movimento popolare (UMP), si aggiudica le elezioni presidenziali con il 53% dei voti battendo la canditata del Partito socialista Ségolène Royal. Nelle successive elezioni legislative di giugno la destra francese conquista la maggioranza dei seggi dell’Assemblea nazionale, ottenendo tuttavia un risultato molto al disotto delle aspettative. La coalizione che sostiene il presidente conquista infatti 348 seggi, perdendone 39 rispetto alla precedente Assemblea. Nel secondo turno il Partito socialista compie una grande rimonta, riuscendo a smentire le catastrofiche previsioni della vigilia e ad aggiudicarsi 186 seggi, guadagnandone 45 rispetto alle precedenti elezioni. Il Partito comunista ottiene 15 seggi (-6), mentre non riesce a entrare nel Parlamento francese il Fronte nazionale di Jean-Marie Le Pen. Le elezioni amministrative del marzo 2008 si concludono con la sconfitta del partito di governo e l’affermazione delle sinistre, che conquistano la maggioranza dei dipartimenti e tutte le principali città, tranne Marsiglia.
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