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Joyce, James

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Joyce: Molly BloomJoyce: Molly Bloom
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Introduzione

Joyce, James (Dublino 1882 - Zurigo 1941), scrittore irlandese. Di famiglia cattolica e nazionalista, ricevette a Dublino, presso i gesuiti, un’educazione solida e rigida insieme, che lo attrasse (pensò anche di farsi prete), ma a cui finì col ribellarsi. Negli anni dell’università conobbe William Butler Yeats e, per via epistolare, Henrik Ibsen.

Dopo la laurea, conseguita all’Università di Dublino, nel 1904 lasciò l’Irlanda, per un volontario “esilio” sul continente, insieme con Nora Barnacle, che sarebbe rimasta accanto a lui per tutta la vita e gli avrebbe dato due figli. Nel 1905 lasciò Zurigo per andare a insegnare inglese in un istituto privato di Trieste, città dove abitò fino al 1915 (salvo una breve parentesi romana) e dove strinse amicizia con Italo Svevo. Trascorse gli anni della guerra a Zurigo, dove conobbe Ezra Pound.

Dal 1920 e per i successivi vent’anni fu a Parigi e qui strinse rapporti con intellettuali di primo piano: Valéry Larbaud, Paul Eluard, Thomas Stearns Eliot, Ernest Hemingway, Samuel Beckett. A Parigi si aggravarono i disturbi alla vista che si erano manifestati già nel 1907, e dovette fronteggiare la grave malattia psichica della figlia Lucia: per curarla ebbe un incontro con Carl Gustav Jung, che lo aiutò a sondare la psicologia del profondo. In seguito all’invasione tedesca nel corso della seconda guerra mondiale, tornò a Zurigo, dove si spense.

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L’esordio letterario e “Gente di Dublino”

Joyce esordì come poeta con Musica da camera (1907), 36 liriche d’amore che rivelano una forte sensibilità ritmica; alla poesia sarebbe poi tornato nel 1927, con i tredici Po(e)mi un soldo l’uno. Nel 1918 apparve l’unico testo teatrale, Esuli, un lavoro giovanile di sapore ibseniano.

L’opera narrativa prese avvio nel 1914 con Gente di Dublino, quindici racconti, risalenti al decennio precedente, nei quali Joyce ripercorre le tappe dell’infanzia, dell’adolescenza, della maturità e della vita pubblica della sua città in momenti esemplari, capaci di cogliere – tra delusioni, insufficienze e senso di paralisi (che giustificano il suo “esilio”) e attraverso folgoranti rivelazioni (“epifanie”) di sapore simbolista – l’essenza interiore dell’individuo e della stessa realtà vissuta.

Nel 1917 apparve Ritratto dell’artista da giovane (tradotto in Italia per la prima volta da Cesare Pavese nel 1933 e più noto con il titolo di Dedalus). Di questo testo esiste una prima versione i cui ultimi capitoli, molto diversi rispetto alla stesura successiva, furono pubblicati postumi nel 1944 col titolo di Le gesta di Stephen.

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L’“Ulisse”

L’opera che diede fama internazionale a Joyce, e che costituisce una delle più grandi interpretazioni dell’uomo contemporaneo, è Ulisse (1922), ispirato all’Odissea di Omero.

Il romanzo, in sostituzione delle peregrinazioni dell’eroe greco Ulisse, racconta una giornata della vita dell’ebreo irlandese Leopold Bloom e, parallelamente, la stessa giornata vissuta da Stephen Dedalus; la giornata culmina nell’incontro delle due figure: Bloom si muove nell’inconscia e simbolica ricerca di un figlio e Stephen, altrettanto inconsciamente, alla ricerca di una figura paterna che faccia da punto di riferimento alle sue inquietudini intellettuali. Il romanzo, che registra la realtà prevalentemente attraverso lo stream of consciousness di cui vivono i protagonisti (compresa Molly, la moglie di Bloom), tenta di presentare una summa degli aspetti dell’uomo moderno e insieme di rintracciare un filo, un ordine, dentro il caos anarchico della realtà contemporanea.

Questo fondamentale romanzo della cultura occidentale apparve a puntate sulla rivista statunitense “Little Review” dal 1918 al 1920, anno in cui la pubblicazione venne interrotta perché i contenuti furono giudicati osceni. La prima edizione completa apparve a Parigi nel 1922.

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“La veglia di Finnegan”

L’ultima e incompiuta opera di Joyce, La veglia di Finnegan (1939; il titolo originario, Finnegans Wake, allude a una ballata popolare irlandese), che può apparire caotica e in uno stadio di metamorfosi linguistica, è il tentativo dello scrittore di esporre in forma narrativa la teoria (ripresa dal filosofo Giambattista Vico) della ciclicità della storia, intesa come intelaiatura profonda del reale.

Intricati sono i percorsi mitologici e complesse le valenze simboliche del testo. A ciò si aggiungono le manipolazioni multilinguistiche che, nel loro incessante prodursi, conferiscono alla pagina l’aspetto di un magma in continua ebollizione di analogie, di concordanze, di interpretazioni e spiegazioni, di condensazioni e duplicazioni secondo la morfologia del sogno e dell’inconscio. Il libro descrive una serie ininterrotta di sogni compiuti da Humphrey Chimpden Earwicker nell’arco di una notte. Nell’evanescenza onirica, Earwicker e i suoi famigliari e conoscenti si fondono gli uni negli altri e in figure storiche e mitologiche, simboli dell’umanità intera.

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