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Apollonio Rodio (Alessandria d'Egitto? 295 ca. - 215 ca. a.C.), poeta epico greco. Poche sono le notizie sulla vita di Apollonio Rodio: nato in Egitto, ad Alessandria o secondo altre fonti a Naucrati, nei primi anni del III secolo a.C., discepolo di Callimaco (con cui però in seguito polemizzò aspramente), fu nominato bibliotecario della biblioteca di Alessandria da Tolomeo II Filadelfo che gli affidò anche l’educazione di suo figlio, il futuro re Tolomeo III Evèrgete. Quando però nel 247 a.C. Tolomeo III salì al trono, Apollonio Rodio fu sostituito nella direzione della biblioteca da Eratostene; è probabile che questa decisione sia stata presa anche per l’intervento di Callimaco, ostile ad Apollonio Rodio e molto influente presso il nuovo re. Apollonio abbandonò allora Alessandria e si stabilì a Rodi (da qui deriva l’appellativo di “Rodio”) ove visse fino alla morte.
Apollonio Rodio fu un importante esponente della letteratura erudita dell'età ellenistica: scrisse alcuni poemetti in esametri sulle origini mitologiche di varie città (Alessandria, Naucrati, Cnido) e alcune opere di critica letteraria, di cui non restano che frammenti. Benché si fosse lui stesso cimentato anche nella composizione di epigrammi (l’Antologia Palatina ne conserva uno), Apollonio nella polemica letteraria tra i sostenitori delle antiche forme poetiche e gli innovatori alessandrini prese apertamente posizione a favore delle prime, e in particolare del poema epico, di ampio respiro e sobriamente conforme alla tradizione omerica, in aspra polemica col suo maestro, Callimaco, che prediligeva il carme breve (epillio) e lo stile artificiosamente elaborato.
Apollonio Rodio dedicò gran parte della sua vita alla composizione delle Argonautiche, un poema epico in quattro libri (per un totale di 5835 esametri) che ebbe probabilmente due stesure successive (una ad Alessandria, l’altra a Rodi). L’opera, che ci è giunta integralmente, racconta il viaggio di Giasone e dei suoi compagni, gli Argonauti, in Colchide per riconquistare il vello d’oro e nel terzo libro, forse il più originale, narra la storia d’amore fra il protagonista e la maga Medea. Nonostante le conservatrici posizioni teoriche del suo autore, il poema è frutto di un riuscito tentativo di conciliazione fra la tradizione e la nuova poetica alessandrina: infatti Apollonio Rodio, adeguandosi anche ai canoni fissati da Aristotele per il genere epico, scrisse un’opera relativamente breve (in quattro libri anziché in ventiquattro come nei poemi omerici), selezionando un tema che fosse compiuto in sé e scegliendo un unico protagonista intorno a cui far ruotare l’intera vicenda. Lo stile dell’opera, tuttavia, pur presentando diverse digressioni di carattere erudito ed eziologico, risente molto del modello omerico: la lingua è quella tradizionale dell’epica, anche se svincolata dall’uso tradizionale della formula e con l’introduzione di vocaboli rari o di recente formazione. Le Argonautiche ebbero un grande successo nell’antichità: nel I secolo a.C. il poeta neoterico Varrone Atacino le tradusse in latino, e furono una fonte d’ispirazione per Virgilio nella stesura dell’Eneide (sia per l’impianto generale dell’opera che per l’episodio dell’innamoramento di Didone). Inoltre nel I secolo d.C. il poeta Valerio Flacco ne fece un adattamento.
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