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Struttura articolo
L’incisione su legno di testa, simile alla xilografia, si è sviluppata a partire dal XVIII secolo, anche se erano stati condotti alcuni esperimenti già in precedenza: gran parte del merito del suo successo si deve all’opera di Thomas Bewick, che impose il nuovo procedimento nella stampa delle illustrazioni di libri e periodici. La tecnica precede l’uso di uno strumento chiamato bulino (con punta a sezione triangolare o quadrata), con il quale si incidono i tratti dell’immagine che devono rimanere bianchi direttamente sulla tavoletta. Il legno di testa, ricavato dalla sezione del tronco in senso trasversale alle fibre, è più duro del legno di filo: solitamente si usa il bosso, ma sono indicati anche il ciliegio o il pero, la cui consistenza compatta consente all’artista di incidervi immagini molto dettagliate, composte da tratti sottili. Moltiplicando e infittendo le linee incise, o utilizzando strumenti dentellati o a pettine si possono aggiungere al disegno zone sfumate o sfondi indefiniti, che arricchiscono la stampa con sottili modulazioni tonali. Si procede quindi all’applicazione sulla matrice di un inchiostro da stampa a elevata viscosità, facendo attenzione a non farlo penetrare nelle parti incise. Infine si pone un foglio di carta liscia e sottile sulla tavoletta e si effettua la stampa a mano o tramite torchio.
La stampa calcografica, o calcografia, è ottenuta con un procedimento di incisione opposto a quello della stampa rilievografica. I tratti dell’immagine, invece di emergere dalla superficie della matrice, sono intagliati o incisi in incavo, generalmente su una lastra metallica. Vi sono due tipi principali di tecniche calcografiche: nei metodi cosiddetti diretti l’immagine è incisa nella lastra tramite utensili appuntiti, come bulini, rotelle, raschietti e puntesecche; nei metodi indiretti si usa l’azione corrosiva degli acidi. Grazie alla grande varietà dei procedimenti di incisione, queste stampe si contraddistinguono per la straordinaria ricchezza di effetti visivi. Tramite incisione, l’artista può produrre un’immagine molto dettagliata, dai tratti definiti, oppure sfumata o schizzata, a seconda della distribuzione dei solchi e della loro profondità. Dopo che l’immagine è stata incisa, si inchiostra la lastra con un rullo, facendo penetrare la miscela oleosa in tutte le parti in cavo. Poi si pulisce con cura la superficie, lasciando l’inchiostro solo nei tratti incisi; quindi si monta la matrice sul piano della pressa, vi si depone sopra il foglio di carta da stampare, e si copre quest’ultimo con particolari feltri, che, quando sono premuti dai cilindri rotanti, spingono la carta nei solchi, facendole assorbire l’inchiosto ivi contenuto.
Indispensabili operazioni preliminari per realizzare un’acquaforte sono una perfetta pulizia della lastra metallica, per eliminare ogni traccia di grasso, e la stesura su tutta la superficie di uno strato uniforme di vernice resistente all’acido. A questo punto l’artista procede all’incisione dell’immagine: servendosi di una punta d’acciaio estremamente sottile, rimuove la vernice dalla lastra in corrispondenza dei tratti del disegno. Quindi, dopo aver protetto anche il retro della lastra con la vernice, immerge la matrice in un bagno di acido, la cui azione corrosiva scava il metallo messo a nudo dalla punta. La durata dell’immersione (o morsura) nell’acido determina la profondità del solco e quindi la forza del segno stampato. Si possono realizzare anche diverse morsure successive, per ottenere una maggiore varietà di tratti.
L’introduzione dell’acquatinta risale al XVII secolo, e si deve al tentativo di ricreare nelle stampe gli effetti dell’acquerello e del guazzo. Il procedimento chimico cui è sottoposta la matrice è simile a quello dell’acquaforte, ma la tecnica di preparazione della lastra è diversa, come completamente differenti sono gli esiti della stampa: le parti della superficie metallica esposte all’azione dell’acido sono molto estese, e trattate in modo da creare zone tonali invece che motivi definiti. Per realizzare un’acquatinta, si riproduce sulla lastra il disegno da stampare (generalmente molto semplificato) cospargendo la superficie (preriscaldata per migliorarne l’aderenza) con polvere di quarzo, zucchero, bitume o sale. Quando lo strato di copertura è solidificato e seccato, la lastra viene immersa in un solvente acido, che corrode la superficie di tutte le aree non protette. Se l’artista desidera che alcuni punti dell’acquatinta finita risultino di un nero più carico rispetto ad altri, può ripetere la morsura più volte, rendendo tali zone più porose e quindi in grado di assorbire maggiori quantità di inchiostro. Il metodo ad acquatinta è spesso difficile da controllare e viene solitamente impiegato insieme alle tecniche dell’acquaforte e della puntasecca.
La puntasecca, o punta immediata, è la più semplice fra le tecniche d’incisione su metallo. L’artista incide l’immagine direttamente su una lastra in rame o zinco non trattata, utilizzando uno strumento simile a una matita, con una scheggia di diamante come punta. Premuto e trascinato sulla lastra, esso produce un solco ai cui lati si sollevano dei sottili riccioli di metallo, detti “barbe”. Durante la tiratura, lo stampatore cerca di conservare le barbe, poiché esse, trattenendo l’inchiostro, producono linee profonde e vellutate. La pressione del torchio permette raramente di ottenere più di venti o trenta esemplari prima che le barbe, molto delicate, vadano perdute. Come per l’acquatinta, il procedimento di stampa prevede che la matrice venga inchiostrata, poi ripulita con dolcezza lasciando l’inchiostro nei solchi, quindi coperta con un foglio inumidito e infine montata sotto il torchio.
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