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Struttura articolo
Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
La nascita del Pakistan nel 1947 ripropose la questione dei confini dell’Afghanistan. Il nuovo stato inglobò infatti una regione abitata prevalentemente da pakhtun, popolazione affine ai pashtun afghani, dai quali erano stati separati dalle artificiose frontiere tracciate in epoca coloniale. Il Pakistan ignorò la richiesta avanzata dall’Afghanistan di chiamare a decidere la popolazione della regione e, per risposta, l’Afghanistan votò contro l’ammissione del Pakistan alle Nazioni Unite. Le relazioni tra i due paesi si inasprirono negli anni successivi con il verificarsi di sporadici scontri lungo i confini, specie dopo il 1949 quando l’Afghanistan sostenne la creazione di un nuovo stato, il Pashtunistan (o Pakhtunistan), che non avrebbe però mai visto la luce.
Negli anni Cinquanta l’Afghanistan perseguì una politica di equidistanza tra Stati Uniti e Unione Sovietica, usufruendo del sostegno economico di entrambi i paesi. Muhammad Daud, un acceso nazionalista, cugino di Zahir Shah e primo ministro dal 1953, continuò tuttavia ad agitare la questione del Pashtunistan. Nel 1963 Zahir Shah rimosse Daud, assumendo il pieno controllo del governo. Nel 1964, superando le resistenze degli altri membri della famiglia reale e dei capi clan, promulgò una nuova Costituzione e legalizzò i partiti politici, tra i quali fece la sua comparsa un forte partito comunista, il Partito democratico del popolo afghano (PDPA), diviso in due tendenze, il Khalq (“Popolo”) e il Parcham (“Stendardo”), guidato da Babrak Karmal, figlio di un generale imparentato con la famiglia reale. Le riforme di Zahir incisero ben poco sulla vita politica afghana, che continuò a essere dominata dai clan. Questi reagirono ancora una volta con ostilità alla modernizzazione d’ispirazione occidentale del sovrano. Al malcontento dei clan, alla fine degli anni Sessanta si aggiunse una tragica carestia, che si abbatté sulla già provata popolazione del paese causando centinaia di migliaia di vittime. È in questo quadro che Daud, con il sostegno dell’esercito, nel 1973 si impadronì del potere, abbattendo la monarchia e proclamando la repubblica. Fautore di una politica di non allineamento, Daud accentrò molti poteri nelle sue mani (dopo la presidenza, anche la carica di primo ministro e alcuni importanti ministeri, tra cui quello della Difesa), deludendo le aspettative di quanti lo avevano sostenuto. Nel 1978 cadde vittima di un colpo di stato effettuato da militari filosovietici e da membri del PDPA; sospesa la Costituzione, un Consiglio rivoluzionario capeggiato da Nur Muhammad Taraki e Babrak Karmal avviò una radicale riforma agraria, che incontrò presto l’ostilità dei proprietari terrieri e dell’élite musulmana. Inoltre, la politica di laicizzazione dello stato suscitò il malcontento della gran parte della popolazione, fortemente legata alla tradizione religiosa e tribale. Malgrado il sostegno militare sovietico, nel paese si sviluppò una forte resistenza che crebbe di intensità in seguito all’intervento diretto dell’esercito sovietico (1979).
Nel 1979, dopo violentissimi scontri all’interno della leadership afghana, alla presidenza del paese venne insediato Karmal, mentre nel PDPA la fazione Khalq eliminava quella più moderata del Parcham. Dopo l’intervento sovietico, l’opposizione armata si trasformò in una guerra santa, il jihad, contro l’invasore straniero e infedele; la resistenza, organizzata su base tribale e condotta da potenti “signori della guerra”, si diffuse in tutto il territorio. Verso la metà degli anni Ottanta le forze governative e le truppe sovietiche (composte da circa 200.000 soldati) controllavano le grandi città e le maggiori vie di comunicazione, ma le campagne e le montagne erano in mano ai mujaheddin, affiancati dai cosiddetti “arabi-afghani” (i membri delle milizie internazionali islamiche sostenute dal Pakistan, dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti; vedi Fondamentalismo islamico). Per sfuggire alle violenze, centinaia di migliaia di persone si rifugiarono in Iran e in Pakistan, dove i campi profughi diventarono il retroterra della guerriglia. Nel 1986 Karmal venne sostituito da Muhammad Najibullah; nello stesso anno il massiccio sostegno militare degli Stati Uniti e del Pakistan ai mujaheddin trasformò profondamente il conflitto, che da guerriglia diventò guerra vera e propria, con due fronti contrapposti dotati entrambi di armi pesanti, di blindati, di artiglieria. Nel 1987 le altissime perdite subite dall’Armata Rossa indussero il nuovo leader sovietico Michail Gorbaciov a ritirare le truppe: iniziato nel maggio 1988, il ritiro fu completato nel febbraio del 1989. A causa delle divisioni all’interno della resistenza, il governo di Najibullah, privo ormai del sostegno di Mosca, resistette altri tre anni; nell’aprile 1992 i mujaheddin occuparono Kabul, abbattendo ciò che restava del regime filosovietico.
La resistenza afghana era divisa, essenzialmente su basi etniche, in quattro componenti principali: Jamiat-i Islami, islamica moderata, composta da tagiki e guidata da Ahmed Shah Massud e da Burhanuddin Rabbani; Hezb-i Wahdat, sciita, guidata dallo sceicco Alì Mazari e sostenuta dall’Iran; Hezb-i Islami, islamica radicale (vedi Fondamentalismo islamico), appoggiata dal Pakistan, composta essenzialmente da pashtun e guidata da Gulbuddin Hekmatyar; infine, gli uzbeki del generale Rashid Dostum. In breve tempo i contrasti etnici e politici in seno alla resistenza esplosero violentemente, soprattutto tra gli islamici moderati di Rabbani, che aveva assunto la presidenza del paese ed era sostenuto da Dostum, e l’Hezb-i Islami di Hekmatyar, che sottopose Kabul a un intenso bombardamento durato quasi due anni. Nel 1994 le alleanze si rovesciarono, ma l’offensiva lanciata da Hekmatyar e Dostum contro Rabbani non ebbe alcun esito. Nel 1995 le fazioni in lotta raggiunsero un accordo per la sostituzione di Rabbani con un Consiglio di rappresentanti delle diverse province del paese. Nello stesso anno ebbe inizio l’offensiva dei taliban. Ereditato il sostegno del Pakistan, dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti, i taliban conquistarono in breve tempo Kandahar, poi Herat e gran parte dell’Afghanistan meridionale; nell’estate del 1996 conquistarono Jalalabad e poi, in settembre, Kabul. Nonostante il cambiamento di fronte di molti capitribù, i taliban non riuscirono a stabilire il controllo su tutto il paese. Nel 1998 ingaggiarono un violento conflitto nelle regioni occidentali con gli sciiti azeri del partito filoiraniano Hezb-i Wahdat, coinvolgendo anche l’Iran, il cui esercito rimase per mesi schierato lungo il confine. Nel nord una consistente porzione di territorio rimase sotto il controllo delle milizie di Massud, che più volte giunsero a minacciare da vicino la stessa Kabul; ai confini del Tagikistan, nella regione del Badakhshan, si arroccarono invece le milizie tagike di Rabbani.
Insorti per porre fine alla guerra civile e agli abusi dei mujaheddin, i taliban instaurarono un regime violento e dispotico, basato su un’interpretazione oscurantista della shariah, la legge islamica. La politica dei taliban colpì in particolare le donne, che furono sottoposte a una serie di divieti: venne loro proibito di lavorare, di frequentare qualsiasi tipo di scuola, di vestirsi all’occidentale (furono anzi costrette a indossare il burqa, un pesante mantello che copre completamente la figura, con una piccola apertura davanti agli occhi), persino di uscire di casa se non accompagnate da un membro maschio della famiglia; agli uomini invece fu fatto assoluto divieto di radersi la barba. Il regime dei taliban venne formalmente riconosciuto da tre soli paesi: il Pakistan e l’Arabia Saudita, che ne avevano fortemente sostenuto l’ascesa, e gli Emirati Arabi Uniti. La durezza delle condizioni imposte alla popolazione, i ripetuti incidenti con le organizzazioni non governative, la violazione dei diritti civili e politici provocarono in più di un’occasione proteste internazionali contro il regime dei taliban. Nel 1999, allo scopo di migliorare le relazioni con i governi vicini, l’Afghanistan accolse alcune missioni diplomatiche, tra cui quella iraniana, di rilevante importanza a causa delle gravi tensioni manifestatesi nel 1998 tra i due paesi. Tra la primavera e l’estate fallirono i tentativi di dialogo tra il regime e l’Alleanza del Nord (una coalizione di gruppi guerriglieri capeggiata da Massud e Rabbani) e riprese l’offensiva dei taliban contro le roccheforti dell’opposizione. In risposta al rifiuto di consegnare Osama Bin Laden, ritenuto responsabile di alcuni gravi attentati e in particolare di quelli che nell’agosto 1998 avevano distrutto le ambasciate statunitensi in Kenya e in Tanzania, alla fine dell’anno l’Afghanistan fu sottoposto a sanzioni economiche da parte dell’ONU. A fornire sostegno ai taliban rimase soltanto il Pakistan; la stessa Arabia Saudita raffreddò infatti le sue relazioni con il regime afghano. Dopo vent’anni di guerra ininterrotta, l’economia afghana era devastata: non esisteva praticamente alcuna industria e l’agricoltura era difficilmente praticabile a causa della diffusione sul territorio di bombe e mine inesplose.
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