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Afghanistan

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7.12

La guerra contro l’Occidente

Alla fine del 2000 il Consiglio di sicurezza dell’ONU impose nuove sanzioni all’Afghanistan. La risposta dei taliban ai nuovi provvedimenti fu immediata. Nel gennaio successivo Mohammed Omar Akhund, il capo del movimento fondamentalista, ordinò la distruzione del patrimonio artistico del paese non legato alla tradizione e alla cultura islamiche; in breve tempo vennero distrutte migliaia di statue di divinità buddhiste, eredità e testimonianza di una lunga presenza di questa fede nel territorio afghano. Nonostante gli appelli provenienti dalla gran parte dei paesi, da importanti autorità politiche e religiose del mondo islamico e dalla diplomazia delle Nazioni Unite e dell’UNESCO, nel marzo 2001 i taliban distrussero anche due famose statue giganti del Buddha, alte rispettivamente 38 e 53 metri, scavate nella roccia nel IX secolo d.C. nella valle di Bamian (o Bamiyan), a ovest di Kabul.

Agli inizi di settembre del 2001 la resistenza armata al regime dei taliban subì un durissimo colpo; Ahmed Shah Massud, il leader dell’Alleanza del Nord, morì infatti in seguito alle ferite riportate in un attentato eseguito da membri di Al Qaeda.

L’attentato a Massud precedette di poche ore l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 contro le due torri del World Trade Center di New York e il Pentagono, sede del ministero della Difesa, causando la morte di migliaia di persone (vedi anche vedi Stati Uniti d’America: 11 settembre 2001). Gli Stati Uniti attribuirono il gravissimo attacco terroristico a Bin Laden e, minacciando una severa rappresaglia, ne chiesero la consegna ai taliban, ottenendone un rifiuto. Sempre più isolato dalla comunità internazionale, il regime afghano perse anche il prezioso sostegno pakistano, il quale, pressato dalla diplomazia occidentale, dopo aver effettuato vari tentativi di mediazione con il regime dei taliban, si schierò con gli Stati Uniti.

7.13

Il crollo del regime dei taliban

Agli inizi di ottobre 2001, gli Stati Uniti, sostenuti dagli alleati della NATO e dalla Russia, lanciarono l’offensiva contro l’Afghanistan. A partire dal 7 ottobre tutte le principali città del paese vennero sottoposte a un intenso bombardamento rivolto ad annientare le capacità di difesa dei taliban, mentre l’Alleanza del Nord si preparava a sferrare l’attacco di terra per conquistare Kabul.

In pochi giorni il fronte dei taliban si sgretolò, consentendo ai mujaheddin dell’Alleanza del Nord di conquistare una a una le regioni settentrionali e occidentali e avanzare verso Kabul.

Incalzato dai bombardamenti aerei, agli inizi di novembre Osama Bin Laden rivolse al mondo musulmano un appello al jihad contro gli invasori dell’Afghanistan. Le sorti del conflitto erano tuttavia segnate. Dopo un assedio durato due settimane, il 9 novembre l’importante città di Mazar-e Sharif cadde nelle mani dei mujaheddin di Rashid Dostum. Conquistata Jalalabad, il 13 novembre l’Alleanza del Nord entrò a Kabul, mentre le residue forze dei taliban si concentrarono a Kandahar, la roccaforte del mullah Mohammed Omar.

Agli inizi di dicembre, abbandonata anche Kandahar, i taliban cercarono rifugio nella regione montuosa di Tora Bora, dove vennero sottoposti a un intenso bombardamento. L’11 dicembre i taliban proclamarono la resa. Nonostante l’eccezionale dispiegamento di forze, Osama Bin Laden e il capo dei taliban Mohammed Omar riuscirono tuttavia a far perdere le proprie tracce.

7.14

Un paese da ricostruire

Dopo la presa di Kabul si intensificarono gli sforzi della diplomazia internazionale che, temendo la rottura del precario equilibrio politico tra le forze dell’Alleanza del Nord e la spartizione del territorio afghano tra i “signori della guerra”, chiese la costituzione di un governo di unità nazionale.

Sotto l’egida delle Nazioni Unite, il 23 novembre 2001 iniziò a Petersberg, vicino a Bonn, l’incontro dei rappresentanti dei quattro principali gruppi etnici e politici afghani. Il 5 dicembre venne raggiunto un accordo che prevedeva la costituzione di un governo provvisorio della durata di sei mesi, alla cui guida fu nominato Hamid Karzai, uno dei leader dell’etnia pashtun; l’accordo prevedeva inoltre il dispiegamento delle forze di pace dell’ONU a Kabul e la convocazione della Loya Jirga, l’assemblea generale dei capi delle tribù, con il compito di formare il nuovo governo.

Il 22 dicembre si insediò a Kabul il governo di Karzai, composto, in rappresentanza di tutte le etnie del paese, da trenta membri, di cui undici pashtun, otto tagiki, cinque azeri, tre uzbeki e tre di altre minoranze. Alla fine del mese giunsero a Kabul i primi contingenti della Forza internazionale di sicurezza (ISAF, International Security Assistance Force).

Per molti mesi la situazione del paese rimase instabile e continuarono a susseguirsi scontri tra milizie opposte e attentati ai danni delle nuove autorità e delle forze alleate. Nell’aprile 2002, dopo 29 anni di esilio in Italia, fece rientro in Afghanistan l’ex re Zahir Shah. In maggio il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite estese di altri sei mesi il mandato della Forza internazionale di sicurezza.

7.15

Il puzzle etnico

Nel giugno 2002, la Loya Jirga, l’assemblea generale dei capi delle tribù, elesse Karzai alla guida di un governo di transizione, affidandogli l’incarico di organizzare le elezioni entro due anni. La composizione del nuovo governo rifletté i rapporti di forza dello scacchiere politico-militare afghano: i tagiki dell’Alleanza del Nord ottennero i ministeri chiave della Difesa e degli Affari Esteri, mentre all’etnia pashtun, compromessa con il passato regime dei taliban, fu riconosciuto un ruolo pressoché marginale.

Grazie al dispiegamento delle forze dell’ISAF, Karzai riuscì a stabilire un precario controllo sulla capitale Kabul, mentre nel resto del paese andarono consolidandosi i tradizionali poteri etnici e tribali dei “signori della guerra”: nel nordest e nella stessa Kabul il tagiko Muhammad Fahim, successore di Massud; nel nordovest l’uzbeko Rashid Dostum; a Herat il tagiko Ismail Khan; nell’ovest l’hazara sciita Karim Khalili, diventato leader dell’Hezb-i Wahdat dopo la morte di Alì Mazari. Le aree pashtun rimasero in parte sotto il controllo dei taliban, in parte di Gulbuddin Hekmatyar e di altri gruppi armati in lotta tra loro. La corsa al controllo dei dazi, degli aiuti internazionali e dei proventi del traffico di oppio alimentò lo scontro tra le varie milizie e all’interno dello stesso governo. L’assassinio, nel luglio del 2002, di Hadji Abdul Qadir, uno dei cinque vicepresidenti, e il fallito attentato a Karzai nel settembre seguente confermarono la fragilità dell’alleanza di governo e la precarietà degli equilibri costituiti all’indomani della caduta del regime dei taliban.

Oltre alle profonde divisioni etniche e tribali, a frenare la ricostruzione delle infrastrutture politiche ed economiche del paese fu anche la scarsità di aiuti finanziari che il paese ricevette. L’attenzione verso l’Afghanistan diminuì ulteriormente alla fine del 2002 con lo scoppio della crisi irachena. Nell’estate del 2003 il controllo della sicurezza della ragione di Kabul passò dall’ISAF alla NATO.

Pochi furono così i successi che il governo Karzai poté vantare; tra questi, i più importanti furono una riforma monetaria, con l’introduzione del nuovo afghani, e soprattutto l’avvio di una contrastata riforma scolastica che riaprì l’accesso delle donne all’istruzione. Sul versante economico si manifestò una modesta ripresa dell’agricoltura, ma a giocare il ruolo più importante fu la coltivazione del papavero da oppio, rilanciata su larga scala su tutto il territorio nazionale.

7.16

La democrazia parlamentare

Nel gennaio 2004 il paese si dotò di una nuova Costituzione, diventando formalmente una democrazia parlamentare. A ottobre Hamid Karzai fu confermato alla presidenza con il 55% dei voti nelle prime elezioni democratiche tenute nel paese.

Nel settembre 2005 si svolsero le elezioni politiche, basate sulla candidatura individuale e senza la partecipazione dei partiti. I risultati rifletterono le divisioni tribali ed etniche del paese, confermando anche il rilevante ruolo dei “signori della guerra”; nel sud del paese a maggioranza pashtun vennero eletti diversi ex esponenti del regime dei taliban. Tra le poche donne elette Malalai Joya, una giovanissima attivista per i diritti umani che nella Loya Jirga del 2003 aveva sferrato un duro attacco contro i capi dell’Alleanza del Nord, accusandoli di crimini contro l’umanità.

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