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Smaltimento dei rifiuti solidi

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Introduzione

Smaltimento dei rifiuti solidi Insieme delle tecniche utilizzate per eliminare materiali solidi o semisolidi prodotti, direttamente o indirettamente, dall’uomo e dagli animali.

I rifiuti solidi considerati inutili o nocivi sono costituiti perlopiù da: materiali decomponibili (scarti organici in genere, residui vegetali, carta, legno, tessili, avanzi di cibo); materiali non decomponibili (metalli, vetro, ceramica, materiali ferrosi e plastici); ceneri e polveri; rifiuti ingombranti (materiali provenienti da demolizioni, macchinari, elettrodomestici, vecchie auto e parti meccaniche); contenitori e imballaggi (in vetro, alluminio, materiale plastico, materiale cellulosico); rifiuti urbani pericolosi (pile, batterie, farmaci, i prodotti tossici e infiammabili, come candeggina, vernici, colle, insetticidi, oli minerali usati, residui ospedalieri, lampade a vapori di gas, tubi catodici); residui solidi risultanti dal processo di trattamento dei liquami (materiali trattenuti dalle griglie degli impianti di depurazione, materiali solidi stabilizzati, fanghi biologici); rifiuti industriali (sostanze chimiche di varia natura, tinture e simili, sabbie, cascami di lavorazione, oli e grassi); rifiuti derivanti da attività minerarie (scorie di vario genere, polveri e residui di carbone); rifiuti derivanti da attività agricole (letame e rifiuti zootecnici vari, scarti vegetali).

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Produzione e smaltimento dei rifiuti in Italia

In Italia, il monitoraggio dei sistemi di smaltimento dei rifiuti è affidato all’Osservatorio nazionale dei rifiuti (ONR), istituito con il decreto n. 369 del 18/4/2000, e avente sede a Roma. Questo ente nasce infatti con il compito di verificare le modalità di smaltimento, l’efficacia della gestione dei rifiuti nelle diverse realtà territoriali, con particolare riguardo ai rifiuti pericolosi, e la tutela della salute pubblica e dell’ambiente in relazione alla presenza di discariche e inceneritori. In collaborazione con l’Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici (APAT), l’ONR elabora periodicamente il “Rapporto rifiuti”, analizzando la situazione italiana.

Facendo particolare riferimento ai rifiuti urbani, secondo i dati ONR-APAT, nell’anno 2002 la produzione è stata di circa 29,8 milioni di tonnellate, con un incremento dell’1,3% rispetto al 2001 e una media di 516 kg/abitante per anno; nei paesi dell’Unione europea (considerando gli stati membri al momento della realizzazione del rapporto), la produzione di rifiuti ha superato i 198 milioni di tonnellate, con una media di 527 kg/abitante per anno.

La modalità principale di smaltimento dei rifiuti in Italia è: mediante discariche controllate che, secondo il Rapporto già citato, riguarda il 67,1% dei rifiuti; seguono la produzione di CDR (combustibile derivato dai rifiuti) (12,7%), l’incenerimento e termovalorizzazione (8,7%), la produzione di compost da frazioni selezionate di rifiuti (scarti organici di cibo, residui verdi di potature, fanghi industriali e rifiuti organici del settore agro-alimentare) (5,8%) e altre forme di recupero (5,7%) come la produzione di biocombustibile.

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Rifiuti pericolosi e scorie nucleari

Vengono classificati come rifiuti tossici e nocivi tutti quei rifiuti industriali o urbani che, per le loro caratteristiche, sono nocivi per l’uomo e per l’ambiente. Il D. Lgs. 5/2/97 n. 22, più noto come “Decreto Ronchi”, che contiene una nuova classificazione dei rifiuti ed è tuttora un testo di riferimento in materia, comprende nella categoria dei “rifiuti pericolosi” un’ampia rassegna di materiali, come esplosivi, irritanti, catrame, ammoniaca, fitofarmaci, saponi, vernici, oli esausti, pile, accumulatori al piombo e al nichel-cadmio, componenti elettroniche, materiali derivanti da laboratori e ospedali, materiali contenenti arsenico, mercurio, cromo, piombo e così via. I rifiuti tossici possono essere solidi, liquidi, gassosi o presentarsi sotto forma di fanghi.

3.1

Il problema delle scorie radioattive

Un discorso a parte richiedono le scorie radioattive, estremamente nocive per gli effetti biologici a breve e medio termine (comprendenti fra l’altro sterilità, tumori e leucemia) e a lungo termine (comparsa di mutazioni genetiche e malformazioni nelle generazioni successive). Le scorie derivano dai processi di fissione, da residui della lavorazione dei minerali dell’uranio, da materiali radioattivi utilizzati nei laboratori di ricerca; comprendono ad esempio cesio, rubidio, stronzio. Esse si suddividono in tre classi di pericolosità (bassa, media e alta), in base al livello di radioattività. Per la possibile nocività, il loro stoccaggio è ancora oggi oggetto di controversie. In Italia, in particolare, con il referendum del 1987 fu stabilito lo smantellamento delle centrali nucleari esistenti nel territorio nazionale; il totale delle scorie prodotte fino a quella data dalle centrali ammonta a 55.000 metri cubi, cui si aggiungono le scorie di altra provenienza. Si calcola che attualmente il valore complessivo di scorie in Italia si aggiri sui 90.000 metri cubi. I depositi attualmente si trovano (almeno, relativamente alle scorie di terza classe di pericolosità) presso le centrali dismesse di Caorso, di Trino Vercellese e l’impianto Fiat di Saluggia.

Ma la soluzione non è ritenuta definitiva; si propone di sottoporre le scorie a un processo di vetrificazione (cioè di conglobarle in una matrice vetrosa) e di sigillarle in contenitori di acciaio, da collocare quindi in depositi sotterranei, stabili da un punto di vista geologico. Nel 2003 il decreto 13/11/2003 n. 131 individuò nel comune lucano di Scanzano Jonico la località più adatta per creare il “sito unico” delle scorie radioattive. La vivacissima polemica che ne derivò, non solo a carattere politico ma anche scientifico, e le manifestazioni di protesta della popolazione locale, di fatto bloccarono l’attuazione del progetto.

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