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Struttura articolo
Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
L’instabilità politica, causata dalla corruzione, dagli scandali e dagli interventi statunitensi, si protrasse anche dopo la prima guerra mondiale. Nel novembre 1924 fu eletto alla presidenza Gerardo Machado y Morales, il quale, ispirandosi al fascismo, trasformò il suo governo in una violenta dittatura militare. La grande depressione seguita alla crisi del 1929 ebbe sull’economia dell’isola, totalmente dipendente dagli Stati Uniti, effetti disastrosi, alimentando una forte opposizione contro Machado, che fu costretto alla fuga nel 1933 da una rivolta in seno all’esercito (la cosiddetta “rivolta dei sergenti”). Tra i sergenti emerse la figura di Fulgencio Batista y Zaldívar, che nel 1934 assunse di fatto il comando del paese. Nello stesso anno gli Stati Uniti rinunciarono formalmente al diritto di intervento negli affari interni di Cuba, rivedendo inoltre il prezzo dello zucchero a favore del paese. Nei fatti, Washington continuò a esercitare la sua egemonia su Cuba, mentre la comunità statunitense animava una vita mondana che strideva con le condizioni della gran parte della popolazione del paese. Promosso a colonnello, nel 1935 Batista si sbarazzò delle opposizioni e nel 1940 fu eletto, anche grazie all’appoggio delle sinistre, alla presidenza del paese. Nel dicembre 1941 Cuba entrò con gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale e nel 1945 divenne membro delle Nazioni Unite. Nel 1944 venne eletto alla presidenza Ramon Grau San Martín, candidato di un’ampia coalizione di partiti. Anche il secondo dopoguerra si caratterizzò per una profonda instabilità politica e per la crisi economica, causa di malcontento e di massicce agitazioni sociali e sindacali duramente represse dal governo. Nel 1948 Cuba aderì all’Organizzazione degli stati americani (OSA). Nel giugno 1948 diventò presidente Carlos Prio Socarrás, già membro del governo di Grau San Martín, i cui provvedimenti non servirono a frenare la profonda crisi economica e sociale del paese.
Nel marzo del 1952 l’ex presidente Batista, con il sostegno dell’esercito, sospese la Costituzione, sciolse il Parlamento e istituì un governo provvisorio promettendo lo svolgimento di nuove elezioni. Sostenuto dagli Stati Uniti, Batista instaurò invece una dittatura corrotta e sanguinaria, sottomessa agli interessi statunitensi e dell’oligarchia nazionale. L’indifferenza del regime nei confronti delle misere condizioni della popolazione, la mancanza di qualsivoglia spazio di libertà politica, la rapacità delle classi dirigenti e la brutalità della polizia e dell’esercito spinsero molti cubani sulla strada di un’opposizione radicale al regime dittatoriale. Il 26 luglio 1953, l’attacco guidato dal giovane avvocato Fidel Castro contro la caserma Moncada di Santiago di Cuba segnò la nascita della resistenza armata al regime di Batista. Gli insorti vennero tuttavia sconfitti e Batista fu eletto incontrastato nel 1954 alla presidenza del paese. Castro, condannato a quindici anni di prigione, nel 1955 venne costretto all’esilio in Messico, dove raccolse attorno a sé un piccolo gruppo di rivoluzionari al quale si unì il medico argentino Ernesto “Che” Guevara.
Il 2 dicembre 1956, Castro giunse a Cuba a bordo dello yacht Granma con un’ottantina di compagni, la gran parte dei quali perse la vita per il disastroso sbarco e scontrandosi con l’esercito regolare. Rifugiatosi sulla Sierra Maestra, Castro organizzò il “Movimento 26 luglio”, così chiamato per commemorare la rivolta del 1953, aprendo diversi focolai di guerriglia (vedi Rivoluzione cubana). Il 17 marzo 1958, forte di un ampio sostegno popolare, scatenò l’offensiva che il 1° gennaio 1959 culminò nell’insurrezione dell’Avana e nella fuga di Batista dal paese. Fu allora istituito un governo provvisorio in cui Castro ricoprì la carica di primo ministro. Castro lanciò un programma di lavori pubblici per combattere la disoccupazione e un piano per migliorare l’istruzione e la sanità del paese, conquistandosi un vasto consenso. La riforma agraria promulgata nel giugno 1959, che espropriò le terre delle compagnie statunitensi proibendo altresì a imprese straniere la gestione e lo sfruttamento delle piantagioni di canna da zucchero, inaugurò un aspro conflitto con gli Stati Uniti destinato a durare nel tempo e a rivelarsi come uno dei più complessi dell’intera storia delle relazioni internazionali.
Gli Stati Uniti furono dall’esordio della rivoluzione castrista l’ostacolo principale per il governo cubano. Nel 1960 imposero su Cuba un embargo commerciale, cui seguì nel gennaio 1961 la rottura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi. Gli Stati Uniti sostennero anche nell’aprile 1961 il tentativo insurrezionale degli esuli anticastristi della baia dei Porci, che spinse il regime cubano a stringere un’alleanza con l’Unione Sovietica e a proclamare nel maggio successivo la “prima repubblica socialista d’America”. Eppure, nello stesso anno un documento del Dipartimento di stato riconosceva l’ineluttabilità (e la legittimità) della sollevazione contro il regime di Batista. Ma la rivoluzione castrista non aveva solo rovesciato un brutale dittatore, o colpito, con le nazionalizzazioni, gli interessi economici statunitensi sull’isola; aveva soprattutto fornito un modello che metteva in pericolo gli interessi economici e politici di Washington in tutto il mondo. Gli Stati Uniti non potevano quindi permettere che quell’esempio si diffondesse, soprattutto nel momento in cui la guerra del Vietnam apriva un nuovo pericoloso capitolo della Guerra Fredda. Nel 1962, l’installazione di rampe missilistiche sovietiche fece di Cuba uno dei principali terreni di scontro tra le due superpotenze. La vicenda portò nell’ottobre di quell’anno alla gravissima crisi dei missili, che fece temere per lo scoppio di una guerra nucleare e si risolse dopo un durissimo scontro tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Per tutti gli anni Sessanta, le relazioni tra USA e Cuba furono improntate a una forte ostilità e Cuba tentò inutilmente di ottenere lo smantellamento della base navale statunitense della baia di Guantánamo. Gli Stati Uniti continuarono in seguito a contrastare a tutti i livelli il governo dell’Avana, costringendo la gran parte degli stati americani a rompere le relazioni diplomatiche con Cuba; sostennero anche, attraverso la CIA, una strategia di destabilizzazione attuata con sistemi terroristici dalle agguerrite organizzazioni anticastriste nate in seno all’emigrazione cubana.
Nel primo decennio di governo, Castro apportò modifiche radicali al paese, che beneficiò di conquiste sociali senza precedenti nel continente latinoamericano. All’avvio di un processo di costruzione di una società socialista all’interno, corrispose all’esterno una politica rivolta a fare di Cuba il punto di riferimento delle lotte anticoloniali e antimperialiste. Infatti, la sfida rivoluzionaria di Castro ebbe un forte impatto in America latina riscuotendo ampi consensi, non solo tra i movimenti radicali e armati (tra cui si diffusero correnti “castriste”), ma anche tra le forze che si ispiravano al nazionalismo e che tentavano di arginare l’influenza politica ed economica della potenza statunitense nel continente. La reazione dei governi sudamericani, sollecitata anche dagli Stati Uniti, fu quella di creare un cordone sanitario intorno a Cuba, che nel 1962 fu espulsa dall’Organizzazione degli stati americani (OSA). Per buona parte degli anni Sessanta e soprattutto dopo la sfortunata impresa di “Che” Guevara in Bolivia (1967), Cuba fu più volte accusata di fomentare la ribellione in Sudamerica. Il paese, isolato nel suo stesso continente, poté contare esclusivamente sull’aiuto economico e militare del blocco sovietico, al quale si ritrovò del tutto allineato. Nel 1968 Cuba approvò l’intervento dell’URSS in Cecoslovacchia; nel 1972 diventò membro del Consiglio di mutua assistenza economica (COMECON); nel 1976, una nuova Costituzione fece del Partito comunista il perno dello stato cubano, abbondantemente ispirato al modello sovietico. Castro, consolidato definitivamente il suo potere, diventò il “líder máximo”, nella cui controversa figura convergevano tratti di autoritarismo sovietico e di caudillismo sudamericano.
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