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Virgilio Marone, Publio

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Introduzione

Virgilio Marone, Publio (Andes, odierna Pietole, Mantova 70 a.C. - Brindisi 19 a.C.), poeta latino, autore di uno dei massimi capolavori della letteratura classica, l’Eneide.

Nato da una famiglia di modesti proprietari terrieri, studiò prima a Cremona e a Milano, poi a Roma e a Napoli, presso il filosofo epicureo Sirone. Asinio Pollione, celebre uomo politico e di cultura, lo esortò a dedicarsi alla poesia bucolica; in seguito, entrato a far parte del circolo di Mecenate, Virgilio divenne uno dei principali poeti della corte di Augusto.

Nel 19 partì per un viaggio in Grecia e in Asia, con l’intenzione di lavorare al suo poema e di consacrarsi per il resto dei suoi giorni agli studi di filosofia. Ad Atene incontrò Augusto e fece ritorno in Italia con lui; prima dell’imbarco, tuttavia, si ammalò e morì poco dopo l’arrivo a Brindisi. In punto di morte diede istruzioni affinché l’Eneide venisse distrutta, ma per ordine di Augusto il poema fu pubblicato.

2

Le Egloghe

Nel 37 Virgilio completò la sua prima opera di rilievo, le dieci Egloghe o Bucoliche, canti pastorali modellati sugli idilli di Teocrito, poeta alessandrino del III secolo a.C. Virgilio mantenne le convenzioni del predecessore, i benevoli motteggi dei pastori e i loro canti d’amore, i lamenti e le sfide canore; ma invece del sorridente distacco teocriteo, qui si riscontra una partecipazione sentimentale che accomuna il poeta alle sue creature, creando un’atmosfera di indefinibile, struggente dolcezza.

La famosa quarta Egloga celebra la nascita di un bambino destinato ad annunciare una nuova età dell’oro, pacifica e prospera; in età tardo-antica e medievale questa immagine fu interpretata come una profezia della venuta di Gesù Cristo.

3

Le Georgiche

Composte tra il 36 e il 29, le Georgiche sono un poema didascalico sull’agricoltura e al contempo un invito a far rifiorire i valori della civiltà contadina, sui quali si era sempre fondata la grandezza di Roma, ma che erano stati rinnegati dalle guerre civili. Ispirandosi a Le opere e i giorni di Esiodo e al De rerum natura di Lucrezio, Virgilio dedicò il poema alla natura e all’uomo, accomunati dalla dolorosa e necessaria fatica di vivere.

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L’Eneide

Virgilio consacrò gli ultimi undici anni della sua vita al progetto più ambizioso e più caro ai suoi potenti protettori: un lungo poema epico nazionale che celebrasse la romanità. Il protagonista non è, come nell’idea originaria, Augusto, ma l’eroe troiano Enea, figlio di Venere e fondatore della gens Giulia, alla quale, peraltro, Augusto rivendicava di appartenere. L’Eneide narra i suoi sette anni di pellegrinaggio dalla caduta di Troia alla vittoria militare in Italia, preludio della futura grandezza di Roma.

Lo stile e la concezione dell’opera derivano dal modello dei grandi poemi epici greci attribuiti a Omero, l’Iliade e l’Odissea, ma vi si riconoscono anche influenze delle Argonautiche di Apollonio Rodio, poeta greco del III secolo a.C., e degli Annales di Ennio. I riferimenti più specificamente storici e legati all’età augustea predominano nei libri V-VIII, ossia nella parte centrale dell’opera. Nonostante l’intento dichiarato di glorificare Roma e l’imperatore, l’ampio respiro dell’opera, la finezza psicologica, l’attenzione alla condizione dell’individuo, conferiscono all’Eneide un valore universale. Anche sul piano formale è un monumento di perfezione stilistica.

Virgilio fu il creatore di un linguaggio poetico “classico” e svolse un ruolo corrispondente a quello che Cicerone aveva avuto nella prosa: nonostante l’estrema eleganza, i suoi versi hanno una naturalezza senza precedenti nella poesia latina. Il poema ebbe un successo e una fama immediati. Durante il Medioevo gli si vollero attribuire significati filosofici e religiosi e l’autore fu ritenuto mago e profeta. Dante gli rese onore nella Divina Commedia, facendone la propria guida nel viaggio attraverso l’inferno e il purgatorio fino alle soglie del paradiso.

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