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Sciiti I seguaci della corrente dell’Islam che si distingue da quella dei sunniti per origini e concezioni teologiche. Originariamente il termine “sciiti” indicava i seguaci (in arabo shiah) del partito di Alì, cugino e genero di Maometto e quarto califfo dell’Islam, considerato come unico successore legittimo del Profeta alla guida della comunità: usurpatori sarebbero dunque i tre califfi precedenti, riconosciuti invece dai sunniti e, con essi, i fondatori della dinastia degli Omayyadi, anch’essi detentori del califfato. Storicamente, il primo gruppo dei seguaci di Alì (assassinato nel 661), che in seguito si separarono da lui, fu quello dei kharigiti. A questa prima fase di lotte a sfondo politico seguirono in epoca omayyade (661-750) le tappe dell’elaborazione della teologia caratteristica della comunità sciita. Essa venne adottata dalle correnti rimaste fedeli alla tradizione che riconosce in Alì il depositario della segreta essenza dell’Islam, un sapere esoterico trasmessogli direttamente da Maometto. Custodi di questa sapienza arcana sarebbero i legittimi discendenti di Alì, che sono venerati come imam, cioè “guide” della comunità dotate di poteri sovrannaturali, come l’infallibilità e la capacità di compiere miracoli, e garanti dell’esistenza dell’universo per mezzo della loro forza vitale. La catena di successione degli imam si sarebbe interrotta in seguito all’occultamento dell’ultimo imam, per gli sciiti più tradizionalisti presente sulla Terra soltanto in una dimensione invisibile, preludio della sua manifestazione agli uomini nella veste di apportatore di un regno di giustizia. Questa concezione, che alcuni gruppi, come i drusi, radicalizzano attribuendo agli imam carattere divino, si discosta nettamente dalla visione dei sunniti, unanimi nel venerare in Maometto l’ultimo dei profeti, depositario della rivelazione definitiva della fede, custodita tuttora dalle guide della comunità, che sono però considerati uomini privi di poteri sovrannaturali. La definizione della discendenza di Alì, assai problematica a motivo dei numerosi figli da lui avuti da mogli diverse, è alla base della divisione in correnti che ben presto caratterizzò il corpo sciita: se la maggior parte dei gruppi riconoscono come imam soltanto i diretti discendenti della genealogia risalente ad Alì e a Fatima, la figlia di Maometto, non sono mancate altre rivendicazioni, come quella dei califfi abbasidi, che si consideravano discendenti di uno dei figli di Alì e di un’altra moglie.
Pur nell’accettazione dei fondamenti comuni della fede sciita, questi diversi gruppi, fra i quali, in primo luogo, gli imamiti e gli ismailiti, hanno sviluppato pratiche e dottrine caratteristiche che li identificano peculiarmente. Cento milioni sono oggi gli sciiti imamiti, detti anche duodecimami in quanto riconoscono una successione di dodici imam. L’ultimo di essi sarebbe comparso sulla terra nell’874 e vivrebbe da allora nascosto in attesa di manifestarsi visibilmente agli uomini. Lo sciismo duodecimamo è religione di stato in Iran dal XVI secolo, quando fu adottato dalla dinastia dei Safavidi, ed è diffuso anche in Libano, in Iraq, in Pakistan e in India. Alla tradizione imamita è connessa anche la religione bahai, che, per quanto apparentemente lontana dai principi dell’Islam, deriva direttamente dal babismo, una fede sorta sulla base di alcuni elementi duodecimami. Come sciiti settimami sono invece noti gli ismailiti, oggi poco più di 15 milioni, che riconoscono una successione di sette imam. Una nuova fase di rivendicazione della discendenza da Alì in chiave politica si verificò con la nascita della dinastia dei Fatimidi, che regnò sull’Egitto per oltre due secoli (909-1171). Le scissioni avvenute in seno alla dinastia portarono alla formazione della corrente dei nizariti, che attribuiscono al loro imam il titolo di aga khan e che, a differenza degli altri gruppi, lo ritengono presente visibilmente fra gli uomini: per i khogia, la corrente nizarita che vanta oggi il maggior numero di fedeli, l’attuale aga khan sarebbe infatti il 49° imam. Un altro dei gruppi distaccatisi nel XII secolo dai Fatimidi è all’origine della comunità dei bohra (o bohara) che, dapprima emigrati nello Yemen, si stabilirono in India nel XVI secolo, venerando come legittimo rappresentante dell’imam occulto il Da’i, capo religioso e autorità giuridica e dottrinale. Da Zaid ibn Alì, morto nel 740 combattendo contro gli Omayyadi, prendono il nome gli zaiditi, che riconoscono in lui il quinto e ultimo imam, per quanto la loro dottrina presenti alcuni punti discordanti rispetto allo sciismo tradizionale: Zaid, infatti, decidendo di ribellarsi al potere degli Omayyadi, propose come modello ideale per i fedeli qualsiasi discendente di Alì e di Fatima che fosse sufficientemente devoto e politicamente attivo contro gli usurpatori: egli avvicinò così la figura dell’imam al modello del califfo quale era concepito dai sunniti. Un califfato zaidita, fondato nel IX secolo, riuscì a sopravvivere fino al 1963 nello Yemen, dove questa versione dell’Islam vanta ancora oggi circa 5 milioni di fedeli.
L’analisi dello sviluppo storico delle correnti sciite mostra come i duodecimami e gli ismailiti possano essere considerati gli effettivi custodi della tradizione teologica originaria che li differenzia nettamente dai sunniti: per loro, infatti, la saggezza suprema e arcana dell’imam garantisce la possibilità di un’interpretazione (tawil) mistica del Corano simile per tanti aspetti a quella del sufismo. Duodecimami e ismailiti sono sostanzialmente concordi nella venerazione dei primi sei imam fino ad al-Sadiq, dividendosi però sulla sua linea di successione e nella condivisione dell’ulteriore formulazione teologica: l’ultimo imam nascosto diviene per gli sciiti un personaggio escatologico, isolato dalla storia e destinato a manifestarsi all’umanità soltanto alla fine dei tempi come mahdi supremo. Proprio il nascondimento dell’imam pone alle due correnti il problema dell’autorità religiosa e giuridica, giustificando l’attribuzione, fra i duodecimami, di un ruolo di potere ai giuristi quali custodi della tradizione risalente al profeta e agli imam stessi. Venerati dai fedeli come guide nella preghiera del venerdì, i giuristi giunsero con il passare dei secoli a rivendicare a sé alcune delle prerogative dell’imam nascosto, ponendosi come garanti della fondatezza di pronunciamenti legali solenni (vedi Fatwa) e acquisendo la funzione di autorità suprema in campo politico e religioso: questa situazione fu codificata nel XVII secolo con la definizione di una precisa gerarchia che pone la figura degli ayatollah al vertice di tutta la comunità, anche nelle sue espressioni politiche, com’è avvenuto in Iran dopo la rivoluzione islamica del 1979. La tradizione dei sunniti considera come fonte unica e ufficiale di ogni norma giuridica le collezioni degli hadith, vale a dire le parole e gli atti di Maometto che completerebbero la rivelazione divina contenuta nel Corano, mentre gli sciiti attribuiscono valore normativo anche alle parole e alle azioni degli imam, e il pellegrinaggio alle loro tombe è considerato, accanto al grande pellegrinaggio alla Mecca, uno dei cinque pilastri dell’Islam. Alì e suo figlio Hasan sono venerati come martiri da tutti gli sciiti, e i duodecimami hanno istituito riti durante i quali proclamano la loro fedeltà a questi personaggi; anche i tragici fatti di Kerbala (nell’odierno Iraq), che portarono al martirio dell’altro figlio di Alì, Husayn, sono da sempre ben vivi nella memoria di tutti i fedeli che li rievocano in un rito annuale. In campo teologico, le due visioni dell’Islam si differenziano anche per un’ulteriore elaborazione dottrinale che ha portato gli sciiti a concepire il Corano come creato da Allah nella dimensione temporale, contrariamente alle convinzioni dei sunniti che ritengono il sacro libro eterno e increato. In senso più generale, il carattere mistico della teologia sciita ha favorito sicuramente una maggiore sensibilità nei confronti della speculazione filosofica, con la propensione a rielaborare attivamente anche concezioni estranee all’Islam, come il neoplatonismo, e ad attribuire grande importanza a ogni visione di contenuto spiccatamente esoterico. Vedi anche Filosofia islamica.
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