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Introduzione; Origini; La scuola napoletana e la scuola francese; Grande diffusione e popolarità dell’opera; I periodi preclassico e classico; Il periodo romantico; Tra Ottocento e Novecento; Tendenze moderne; La produzione operistica
Opera Rappresentazione teatrale cantata, con accompagnamento musicale, generalmente caratterizzata da ouverture e interludi. Forme d’arte vicine all’opera sono il musical e l’operetta.
L’opera nacque in Italia tra il Cinquecento e il Seicento. Alle sue origini si collocano i madrigali, con scene di dialogo ma senza azione scenica, i masques, i ballets de cour, gli intermezzi, e gli spettacoli di corte rinascimentali. L’opera vera e propria fu sviluppata da un gruppo di musicisti e intellettuali, la cosiddetta Camerata fiorentina, che si proponeva un duplice obiettivo: far rivivere lo stile musicale del teatro dell’antica Grecia (o almeno dell’idea che essi ne avevano) e sviluppare un’alternativa allo stile fittamente contrappuntistico della musica del tardo Rinascimento. Specificamente, essi auspicavano che i compositori prestassero maggiore attenzione al testo su cui era basata la loro musica, ossia che lo rendessero accessibile facendo sì che la musica riflettesse frase per frase il suo significato. Lo stile vocale della Camerata consisteva di semplici linee melodiche, che seguivano l’andamento parlato e i ritmi del testo, accompagnate dalla successione degli accordi forniti dal basso continuo, eseguito dal clavicembalo o da altri strumenti, e sostenute da uno strumento melodico basso. Due membri della Camerata, Giulio Caccini e Jacopo Peri, intuirono che questo stile, la monodia, poteva essere usato per monologhi e dialoghi in una rappresentazione scenica. Nel 1597 Peri compose la prima opera, Dafne, che purtroppo non è giunta sino a noi. Nel 1600 veniva rappresentata a Firenze un’opera intitolata Euridice, con musica di Peri e di Caccini. Il primo grande compositore che si dedicò al nuovo genere del “recitar cantando” fu Claudio Monteverdi. Le sue opere facevano uso non solo della monodia centrata sulla parola, ma anche di canzoni, duetti, cori e sezioni strumentali. I pezzi monodici avevano una forma coerente basata su relazioni puramente musicali: in tal modo Monteverdi dimostrava che era possibile ricorrere a un’ampia varietà di stili ed espedienti musicali per dare vigore al dramma. L’opera ebbe una rapida diffusione in Italia. Il suo centro principale, nella seconda metà del Seicento, fu Venezia. A Roma, seconda per importanza, venne fissata per la prima volta una chiara differenza tra lo stile di canto dell’aria e quello del recitativo, usato nei dialoghi e per fornire delucidazioni sullo svolgimento della trama. I maggiori compositori romani furono Stefano Landi e Luigi Rossi. Il pubblico veneziano preferiva gli allestimenti sfarzosi e gli spettacolari effetti visivi. I compositori veneziani più importanti furono, oltre al già citato Claudio Monteverdi, Pier Francesco Cavalli e Antonio Cesti.
Alessandro Scarlatti sviluppò a Napoli un nuovo stile operistico, dando risalto alle parti solistiche e accentuando la differenziazione tra i vari tipi di canto. I compositori napoletani adottarono due tipi di recitativo: il recitativo secco, accompagnato dal solo basso continuo, e il recitativo accompagnato, nel quale interveniva l’intera orchestra, usato per i momenti di maggiore coinvolgimento drammatico. Si deve inoltre a loro l’introduzione dell’arioso, uno stile che combinava l’andamento melodico dell’aria con i ritmi dialogici del recitativo. All’inizio del Settecento, lo stile napoletano si era ormai imposto in gran parte d’Europa, eccetto in Francia. Qui, intorno al 1670, un compositore di origine italiana, Jean-Baptiste Lully, aveva infatti codificato la scuola operistica francese. Protettore di Lully era Luigi XIV, e gli imponenti e fastosi episodi corali e strumentali delle opere del musicista riflettono la pompa e la magnificenza della corte d’oltralpe, così come accadeva per i balletti, più frequenti al teatro di corte francese che nell’opera italiana. I suoi libretti si basavano sulla tragedia classica francese, in particolare su Corneille; un altro contributo di Lully fu l’introduzione dell’ouverture nella forma che sarebbe diventata in seguito quella standard.
Tra la fine del XVII secolo e l’inizio del XVIII, il neonato stile operistico tedesco fu letteralmente travolto da quello italiano. Il centro più importante fu Amburgo, dove Reinhard Keiser compose più di cento opere. Dopo la sua morte, i compositori e i cantanti italiani dominarono tutti i teatri d’opera tedeschi. L’opera italiana era estremamente popolare anche in Inghilterra. Ciononostante, due opere scritte prima del 1700 da compositori inglesi ebbero un grande successo: Venus and Adonis di John Blow e Dido and Aeneas di Henry Purcell. Ispirate alle rappresentazioni di corte inglesi dette masque, queste incorporavano elementi francesi e italiani, evidenti nell’uso degli strumenti di Lully e nella forza emotiva dei recitativi e delle arie italiane. Georg Friedrich Händel scrisse in Inghilterra 40 opere in stile italiano prima di abbandonare il genere dedicandosi all’oratorio. Nel Settecento l’opera era ormai ben lontana dagli ideali della Camerata fiorentina e i cantanti venivano valutati principalmente in base alle loro qualità vocali e al loro virtuosismo. Le opere finirono per diventare poco più che una successione di arie, e in particolare di arie con “da capo”.
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