Scelti da Encarta
I migliori testi sull'argomento Estinzione, scelti dalla redazione di Encarta Elementi correlati
Cerca in Encarta
Cerca in Encarta informazioni su Estinzione |
Risultati di Windows Live® Search
Risultati di Windows Live® Search Struttura articolo
Introduzione; Cause dell’estinzione; Azione dell’uomo sulla scomparsa delle specie; Livelli di rischio nelle specie in estinzione; Interventi di conservazione
Estinzione In biologia, la scomparsa definitiva di una specie; può essere dovuta a una o più cause concomitanti, quali l’incapacità di adattarsi alle modificazioni ambientali, epidemie, drastiche modificazioni climatiche, predazione eccessiva, fattori antropici come la caccia, la distruzione dell’ambiente naturale, l’introduzione in un habitat di specie che entrano in competizione con quelle autoctone. Il termine viene applicato anche alla scomparsa di categorie tassonomiche superiori, come famiglie o ordini. Sebbene il termine in genere evochi eclatanti episodi di estinzione di massa avvenuti in ere geologiche passate, non va dimenticato che la scomparsa di specie è un fenomeno che si verifica continuamente, anche ai nostri giorni. Oltre alla perdita del suo patrimonio biologico e alla diminuzione della biodiversità, la scomparsa di una specie comporta un’alterazione della catena alimentare di cui essa costituisce un “anello” e, quindi, ha ripercussioni negative anche su altri organismi.
La maggior parte delle estinzioni avvenute nel corso delle ere geologiche è stata provocata da cambiamenti climatici e ambientali, come le glaciazioni, o dalla comparsa di specie nuove (speciazione), meglio adattate alle condizioni ambientali di quelle preesistenti e capaci di occuparne la nicchia ecologica; le specie preesistenti, dunque, per effetto della selezione naturale hanno dovuto soccombere ed estinguersi. I reperti fossili mostrano che la frequenza delle estinzioni non è stata costante nel tempo, ma è caratterizzata da alcuni episodi di estinzioni di massa, alternati a periodi di incremento della diversità degli organismi. Le grandi estinzioni passate di cui si abbia testimonianza sono cinque: la prima fu quella dell’Ordoviciano, avvenuta circa 440 milioni di anni fa ai danni dei due terzi circa delle specie allora viventi. Poi vi fu l’estinzione del Devoniano, circa 360 milioni di anni fa (vi scomparve il 60% circa delle specie); l’estinzione del Permiano, circa 245 milioni di anni fa, che fu la più catastrofica; quella del tardo Triassico, 220 milioni di anni fa; infine, l’estinzione del Cretaceo, circa 65 milioni di anni fa, nota per aver segnato la scomparsa dei dinosauri.
Verso la fine del Permiano, circa 245 milioni di anni fa, si verificò un primo e notevole episodio di estinzione di massa, per cause principalmente climatiche e geomorfologiche. Gli imponenti movimenti delle terre emerse e la formazione del supercontinente Pangea provocarono l’innalzamento di catene montuose (il cosiddetto “corrugamento ercinico”) e una notevole riduzione delle zone umide, a fronte di un progressivo inaridimento del clima e della desertificazione delle regioni centrali di Pangea. Queste variazioni colpirono soprattutto gli anfibi e forme marine come coralli, brachiopodi, briozoi, molluschi; le trilobiti scomparvero per sempre. Si calcola che si estinse circa l’85-90% delle specie.
Un altro periodo di rapide estinzioni, risalente a circa 65 milioni di anni fa, è ricordato soprattutto per la scomparsa dei dinosauri, anche se oltre a essi si estinse anche un terzo di tutte le specie di animali e di piante del pianeta. L’estinzione richiese un arco di tempo che può apparire estremamente lungo, considerandolo secondo la scala dei tempi umani; da un punto di vista geologico, in realtà, avvenne in un periodo breve, di qualche milione di anni, e portò alla scomparsa dei rettili marini (ittiosauri, mosasauri e plesiosauri) e volanti (pterosauri), di moltissimi invertebrati, come le ammoniti e le rudiste, e organismi del plancton. Questa estinzione di massa viene generalmente attribuita a un cambiamento climatico catastrofico, provocato dalla caduta di un asteroide o di una cometa sulla Terra. Una prova a sostegno di tale ipotesi è il ritrovamento, nella penisola messicana dello Yucatán, di un cratere di 300 km di diametro, risalente alla fine del Cretaceo, cioè approssimativamente allo stesso periodo in cui avvenne l’estinzione. L’opinione più accreditata è che, come conseguenza della collisione, si sollevarono enormi nubi di polvere o di acido solforico che formarono una coltre densa nell’atmosfera; impedendo il passaggio della luce solare, resero impossibile lo svolgimento della fotosintesi e provocarono un brusco raffreddamento globale del pianeta. Dunque, gli organismi morirono per l’impossibilità di nutrirsi e di adattarsi alle mutate condizioni climatiche. Un limite di questa teoria è che non spiega perché si siano estinti tutti i dinosauri, mentre altri organismi terrestri sono riusciti a sopravvivere. Secondo un’altra ipotesi, questa estinzione di massa sarebbe, invece, avvenuta gradualmente in parallelo con variazioni climatiche prodotte da modificazioni del campo magnetico terrestre o da un’attività vulcanica particolarmente intensa. Il dibattito non è ancora concluso. Nell’aprile del 2003 i ricercatori della Princeton University (New Jersey) hanno dichiarato di avere trovato microfossili che dimostrerebbero una sopravvivenza del plancton, all’impatto dell’asteroide, di almeno 300.000 anni. I reperti erano presenti proprio nella zona centrale del cratere dello Yucatán, cioè laddove ogni forma di vita avrebbe dovuto essere completamente estirpata. Il team del New Jersey sostiene anche che il cratere sia in realtà più piccolo di quanto si riteneva, e che potrebbe essersi verificata una serie di collisioni della Terra con piccoli asteroidi. L’ipotesi è stata vivacemente dibattuta nell’ambito di una conferenza internazionale tenutasi a Nizza nell’aprile 2003, in cui sono stati esposti i risultati sui primi carotaggi eseguiti nel “cuore” del cratere nel febbraio 2002.
|
© 2008 Microsoft
![]() ![]() |