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Introduzione; La comunicazione linguistica e il concetto di codice; Lingua parlata e lingua scritta; Evoluzione del linguaggio e delle lingue
Lingua e linguaggio In linguistica, con il termine “linguaggio” si indica la facoltà umana di esprimere e comunicare il pensiero attraverso un sistema di simboli auditivi o visivi, mentre “lingua”, benché spesso confuso nell’uso comune con il termine precedente, definisce la realizzazione pratica, che varia da cultura a cultura, di quella stessa facoltà attraverso sistemi di segni che uniscono in modo arbitrario sigificante e significato. Non appartengono al dominio del linguaggio così inteso né la comunicazione non verbale tra gli uomini né la comunicazione tra gli animali. Al di fuori della disciplina linguistica, tuttavia, il termine “linguaggio” è applicato anche alle forme di comunicazione create artificialmente, quali ad esempio l’algebra e i linguaggi di programmazione per i computer.
Le lingue sono codici arbitrari. Con “codice” si intende un procedimento usato per associare un’espressione (ad esempio il gesto del pugno chiuso con il pollice alzato, fatto al bordo di una strada) con un contenuto (la richiesta di un passaggio in automobile). Nel linguaggio verbale, ai contenuti si associano suoni (vedi Fonetica) o espressioni, ad esempio i suoni che compongono la parola “matita” (la m, la a ecc.) e l’oggetto “matita”. Questa relazione può essere “iconica”, quando esiste una somiglianza fra espressione e contenuto, come nei cartelli stradali, in cui le sagome “somigliano” ai pedoni della realtà e alle vetture, o nei cartelli di “vietato fumare” dove si vede una sigaretta sbarrata. Oppure la relazione può essere “arbitraria”, quando questa somiglianza non c’è, come in un cartello rosso attraversato da una fascia bianca, a indicare il “divieto di transito”. Nelle lingue le parole non “somigliano” alle cose (la parola “pecora” non ricorda in alcun modo una pecora): sono perciò codici arbitrari. Tale proprietà è fondamentale, perché determina l’esistenza di lingue diverse: il nome italiano “pecora” è immotivato rispetto alla cosa quanto il nome inglese sheep o il nome ceco ovce. Inoltre, mentre i codici iconici si devono limitare a esprimere concetti raffigurabili (e quindi cose reali), i codici arbitrari hanno una possibilità di espressione illimitata.
Alcuni linguaggi verbali possiedono una forma scritta, che è la trasposizione, con un altro mezzo (visivo invece che auditivo), dell’informazione. I sistemi di scrittura delle lingue possono variare considerevolmente, ma si possono ricondurre a due tipi principali: le scritture che trasmettono direttamente il significato, senza passare per la forma sonora che assume la parola o la frase (come quelle pittografiche e ideografiche) e le scritture sillabiche o alfabetiche, che rispecchiano la forma parlata della lingua, di cui offrono una trascrizione dei suoni. Ad esempio, in cinese esiste un ideogramma diverso per ogni morfema, per cui è possibile, in teoria, capire che cosa è scritto in un testo senza saperlo pronunciare (è quello che succede con i numeri nelle notazioni occidentali: si possono perfettamente capire i significati dei numeri scritti in testi di una lingua che non si conosce, però non si è in grado di “leggerli”). In etiopico, ad esempio, esiste un segno grafico per ogni sillaba della lingua, mentre la maggior parte delle lingue moderne adotta un sistema di scrittura alfabetico, in cui a ogni segno corrisponde un suono. In quest’ultimo caso si può ricostruire, leggendo, il parlato della lingua, ma non il suo significato, a meno di non conoscerne la grammatica. La forma scritta di una lingua è spesso statica, resiste ai mutamenti e rispecchia talora la pronuncia o la grammatica di fasi arcaiche. Ciò è particolarmente evidente in lingue come il francese o l’inglese, in cui la grafia di una parola rinvia alla pronuncia di molti secoli fa. La lingua parlata e la lingua scritta differiscono anche per ragioni strutturali: nel parlato, la presenza dell’interlocutore permette nel discorso continue spiegazioni, chiarificazioni, ripetizioni; inoltre il mezzo impiegato (la voce) consente l’uso dell’intonazione per rendere più comprensibile il messaggio; infine, la comunicazione può essere aiutata da altri fattori, quali la mimica. Anche nello scritto i segni di interpunzione aiutano a seguire l’andamento del discorso, ma molte delle informazioni veicolate dal tono di voce o dall’atteggiamento di chi parla vengono perdute. La scrittura, d’altronde, permette una maggiore articolazione del pensiero e una maggiore pianificazione testuale, dal momento che si può in ogni momento controllare quello che è già stato detto. Spesso, inoltre, la scrittura rappresenta una fase più unitaria della lingua, mentre nella conversazione orale si introducono variabili di pronuncia personali o locali (vedi Dialetto e Gergo).
L’evoluzione del linguaggio, cioè della facoltà di produzione e percezione della lingua da parte dell’uomo, fu parallela a quella della specie umana. Si ritiene che la comprensione del linguaggio umano implichi una particolare specializzazione del lobo frontale sinistro del cervello (l’area di Broca): è possibile che il linguaggio umano non potesse essere distinto dalla comunicazione animale finché non si verificò questa specializzazione fisiologica. Si ritiene che già l’uomo di Neanderthal fosse in grado di produrre un linguaggio articolato: l’imporsi, 40.000 o 30.000 anni fa, di Homo sapiens (che presenta organi vocali e forma del cranio molto meglio adattati al linguaggio) determinò un netto sviluppo della capacità linguistica. Le lingue umane moderne potrebbero dunque datare da 30 a 40.000 anni: la grande diversità fra le lingue parlate nel mondo indica la straordinaria velocità del cambiamento del linguaggio umano a partire dalla sua formazione. Nel Settecento il filosofo tedesco Gottfried Leibniz avanzò l’ipotesi che tutte le lingue antiche e moderne derivassero da un unico protolinguaggio. Questa teoria è conosciuta come “monogenesi”: la maggior parte degli studiosi ritiene che il protolinguaggio si possa configurare come un insieme di tratti ipotetici comuni a tutte le lingue, e non come una lingua che sia stata realmente parlata. Se è vero che molte lingue attuali derivano da progenitori comuni, è tuttavia possibile, secondo la teoria della “poligenesi”, che il linguaggio umano sia sorto spontaneamente in molti luoghi diversi e che dunque le lingue del mondo non abbiano alcun progenitore comune. Anche accogliendo l’ipotesi di una sola lingua originaria, oggi non possiamo determinarne né i suoni, né la grammatica, né il vocabolario. È possibile tuttavia indicare leggi generali dell’evoluzione delle lingue: è questo il campo di studio della glottologia. Sia il linguaggio umano poligenetico o monogenetico, le differenze fra le varie lingue sembrano essere relativamente superficiali; anche se lingue come il cinese, l’italiano e il turco sembrano avere poco in comune, le differenze sono comunque minori delle somiglianze. Sul piano fonetico, le lingue usano più o meno gli stessi suoni, e non c’è lingua che adoperi suoni non presenti in almeno un’altra lingua non correlata o che non possano, con l’esercizio, essere prodotti da tutti gli uomini. Così è per le strutture grammaticali, che variano comunque all’interno di categorie definite. È dunque possibile pensare a strutture universali del linguaggio. Se una lingua soggiace a cambiamenti molto ampi sul piano fonetico, grammaticale e lessicale, può trasformarsi in un’altra lingua: è ciò che accadde ad esempio al latino, mutatosi nelle lingue romanze, e che possiamo vedere oggi nell’evoluzione in pidgin dell’inglese o del francese. Lingue vicine geograficamente possono tendere ad assomigliarsi, come accade nelle lingue caucasiche o in quelle balcaniche, e una stessa lingua parlata in territori molto lontani può tendere alla differenziazione, come accade per l’inglese britannico e l’inglese americano o per il portoghese e il brasiliano. Questa continua crescita ed evoluzione caratterizza le lingue in tutti i loro aspetti, come espressione della natura e della cultura umana.
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