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Castiglione, Baldassarre (Casatico, Mantova 1478 - Toledo 1529), scrittore italiano. La sua opera principale, Il libro del cortegiano, è una delle sintesi culturali più significative dell’età rinascimentale.
Nobile per parte di madre, compiuti solidi studi umanistici a Milano, nel 1499 entrò a far parte del seguito del marchese Francesco Gonzaga. Nel 1504 si trasferì a Urbino, presso i duchi del Montefeltro, Guidubaldo e Francesco della Rovere, per i quali svolse importanti compiti diplomatici e militari, dalle ambasciate alle corti di Francia e Inghilterra alla repressione delle rivolte popolari in Romagna (1511-12). Nel 1513 venne nominato ambasciatore residente a Roma presso la Curia pontificia di Leone X: nei tre anni seguenti ebbe modo di frequentare i cenacoli letterari e artistici più importanti dell’epoca e di intrecciare amicizie con figure-chiave del Rinascimento italiano, come Pietro Bembo, il Bibbiena, Michelangelo. In questi anni Raffaello lo ritrasse in un celebre quadro. Il passaggio del ducato di Urbino dai della Rovere ai Medici, nel 1516, costrinse Castiglione a ritornare a Mantova, presso i Gonzaga, per i quali continuò a svolgere la sua attività di prestigioso diplomatico. Rimasto vedovo, nel 1521 prese i voti ecclesiastici e tre anni più tardi divenne nunzio apostolico in Spagna, dove rivestì un ruolo politico delicatissimo, viste le tensioni tra il papato e Carlo V che sfociarono drammaticamente nel sacco di Roma del 1527 da parte delle truppe imperiali. Amareggiato dalle accuse che gli giungevano dalla Curia di non aver saputo mediare presso l’imperatore per evitare la sciagura, Castiglione rimase in Spagna, dove morì nel 1529, anche lui vittima della grande peste che falcidiava l’Europa.
L’opera alla quale si lega la fama letteraria di Baldassarre Castiglione, Il libro del cortegiano (1528), è molto più che un prontuario di regole di comportamento del perfetto uomo di corte rinascimentale. Il trattato, oltre a fornire una preziosa fonte diretta di informazioni sulla società cortese cinquecentesca, rappresenta una delle massime espressioni in forma artistica dei valori fondanti la civiltà rinascimentale. Iniziato nel 1513, il testo venne redatto a più riprese e solo nel 1524 raggiunse una forma contenutisticamente ben definita; da lì al 1528, anno della sua prima edizione a Venezia, l’opera subì ancora adattamenti di tipo strutturale e soprattutto linguistico. Subito dopo la sua pubblicazione, Il libro del cortegiano, grazie anche alla riconosciuta fama del suo autore, ebbe un enorme successo e venne più volte ristampato e tradotto. Scritta in forma di dialogo, l’opera è ambientata nella corte di Urbino dei primi anni del Cinquecento e mette in scena prestigiosi personaggi della storia e della cultura del tempo: la duchessa Elisabetta Gonzaga, animatrice delle conversazioni, lo stesso duca, Francesco della Rovere; signori e alti prelati come Ottaviano Fregoso, poi doge di Genova, e il fratello di lui, Federico, futuro vescovo di Salerno; letterati come Pietro Bembo, il Bibbiena e il Calmeta. Nelle quattro serate, corrispondenti ai quattro libri, gli illustri personaggi tracciano il profilo ideale del cortigiano. Nobiltà di nascita, ingegno, bellezza d’aspetto associata a grazia ed eleganza nel porsi nel modo più naturale e senza affettazione; preparazione culturale nei campi dell’arte, della musica e della letteratura, sono i tratti distintivi dell’uomo e della donna di corte. Se al primo spetta anche saper mostrare il vario repertorio delle abilità cavalleresche, alla donna è associato il discorso del tema d’amore e delle sue varie caratterizzazioni ideali. Non viene trascurato l’aspetto ludico del buon comportamento del cortigiano, abile nel conversare e nei giochi di società, così come nella danza e nel canto. Infine, di particolare importanza sono le diverse esposizioni su quale sia la migliore forma di governo, legate al tema della funzione di consigliere del signore che il cortigiano deve rivestire con equilibrio e intelligenza delle cose del mondo. Gli stessi principi di ideale bellezza, armonia ed eleganza che regolano il comportamento dell’aristocrazia rinascimentale si riflettono, stilisticamente, sulla forma letteraria del testo, uno dei maggiori capolavori della prosa italiana. Castiglione, soprattutto durante il periodo del suo soggiorno presso la corte di Urbino, fu autore di liriche in volgare e in latino, di un’epistola encomiastica in latino sulla vita e le imprese del duca Guidubaldo e del Tirsi (1506) un’egloga drammatica di una certa importanza all’interno della storia del genere pastorale; è andato perduto invece il prologo scritto in occasione della rappresentazione nel 1513 della commedia del Bibbiena, La Calandria, curata dallo stesso Castiglione.
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