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Introduzione; Le origini; Aree geografiche e culturali; America settentrionale; Mesoamerica; America meridionale; La società indiana; Gli indiani d’America dopo l’arrivo degli europei
Nell’area subartica, comprendente la maggior parte del Canada (dall’Atlantico al Pacifico e dalla tundra fino a 300 km dal confine con gli Stati Uniti), la rigidità del clima rende impossibile l’agricoltura: le popolazioni della regione vivevano allo stato nomade, praticando la pesca e la caccia (principalmente di alci e caribù). A est vivevano popolazioni di lingua algonchina, tra cui i cree e gli ojibwa o chippewa; a ovest, gruppi di lingua athabaska. Molte etnie, diventate sedentarie, continuano tuttora a vivere di caccia e pesca.
La costa nordoccidentale americana presenta un’area abitabile ridotta, stretta fra le montagne a est e l’oceano Pacifico. La ricchezza dell’ambiente marino e le fertili colline costituirono condizioni favorevoli all’insediamento umano: si stanziò qui una numerosa popolazione, organizzata in grandi villaggi, che diede vita a una cultura relativamente elaborata (vi sono notevoli testimonianze circa le fastose cerimonie che scandivano la vita delle comunità e reperti che provano lo sviluppo di un raffinato artigianato del legno). Tra i gruppi di quest’area sono da segnalare i tlingit, gli tsimshian, gli haida, i kwakiutl, i nootka e i chinook.
Lungo le coste dell’Alaska e nel Canada settentrionale non si ebbero stanziamenti umani fino al ritiro dei ghiacci, avvenuto verso il 2000 a.C. Poiché anche qui l’agricoltura non è possibile, le popolazioni locali vivevano cacciando foche, caribù e, in alcune zone, balene. In Alaska si stabilirono gli inuit (eschimesi), una parte dei quali emigrò intorno al 1000 d.C. in Groenlandia; la zona sudoccidentale della regione artica fu occupata dagli yuit, presenti anche in Siberia; mentre gli aleuti, stanziati dal 6000 a.C. nelle isole Aleutine, non lasciarono mai la loro terra d’origine. Grazie all’isolamento cui furono sempre costrette, queste popolazioni mantengono vive ancora oggi molte delle loro più antiche tradizioni.
Le società arcaiche di cacciatori-raccoglitori presenti nell’area iniziarono a coltivare mais, fagioli e cucurbitacee attorno al 7000 a.C. Nel 2000 a.C. le popolazioni del Messico, dedite tra l’altro alla coltivazione della frutta e del peperoncino, fondarono le prime città; tra il 1200 e il 400 a.C. gli olmechi, stanziati sulla costa orientale, furono una delle prime popolazioni amerinde che utilizzò la pietra per costruire templi e palazzi. Il centro di Teotihuacán ebbe un ruolo preponderante nell’area tra il 400 e il 700 d.C. anche grazie agli scambi commerciali che si vennero a creare con Monte Albán, centro urbano degli zapotechi, e i fiorenti regni dei maya, ormai presenti anche nelle regioni sudoccidentali. Intorno all’anno Mille la civiltà dei toltechi, fondatori della città-stato di Tula, si impose su tutta la regione, diffondendosi fino al territorio maya di Chichén Itzá. Dal XIV al XVI secolo l’area del Messico centromeridionale venne dominata dagli aztechi, il cui impero prosperò fino all’arrivo degli spagnoli che, dopo averne distrutto la capitale Tenochtitlán, soggiogarono e decimarono la popolazione indigena. All’epoca delle prime conquiste spagnole le popolazioni indigene presenti sul territorio messicano includevano, oltre agli aztechi e ai maya, i mixtechi, gli zapotechi, gli otomí, i taraschi e i totonachi; nelle regioni di frontiera nel Messico settentrionale erano stanziati gruppi indipendenti come i tarahumara, gli yaqui e gli huicholes.
Le popolazioni stanziate nell’area del mar dei Caraibi erano organizzate in piccoli stati indipendenti che commerciavano via mare con il Messico e il Perù. Tra queste popolazioni vi erano i chibcha, in Colombia, particolarmente apprezzati per la loro abilità nella lavorazione dell’oro. I caribi, dediti alla coltivazione e alla pesca, occupavano insieme agli arawak l’area geografica che da essi prende il nome e le coste del Venezuela. I miskito erano presenti in Nicaragua e i cuna a Panamá.
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