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Menandro

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1

Introduzione

Menandro (Atene 342 ca. - 291 ca. a.C.), commediografo greco, il maggiore esponente della cosiddetta “commedia nuova” e uno dei più noti autori del teatro classico. Con lui la commedia perde del tutto la dimensione fantastica e la natura mordace e satirica della fase più antica, per assumere, pur nella finzione teatrale, caratteri di maggiore aderenza alla realtà quotidiana e di più spiccata attenzione alla psicologia e ai sentimenti dei personaggi.

2

La vita e le opere

Ateniese, Menandro fu autore di un centinaio di testi teatrali e vinse otto volte gli agoni drammatici; nonostante ciò la sua opera ottenne i maggiori riconoscimenti solo dopo la morte. Col tempo, tuttavia, i suoi drammi vennero rappresentati con sempre minore frequenza, i testi scomparvero e la conoscenza di Menandro dovette limitarsi alle interpretazioni e rivisitazioni che ne diedero nelle loro commedie i drammaturghi latini Plauto e Terenzio. All'inizio del XX secolo venne alla luce in Egitto un codice papiraceo, detto “menandreo”, grazie al quale oggi possediamo lunghi frammenti di varie commedie, tra cui L'arbitrato, La ragazza tosata e la Samia; nel 1957, inoltre, alcuni fogli di un codice restituirono un testo quasi completo, il Misantropo, nonché parti notevoli dello Scudo e della Samia: si può dunque affermare che la conoscenza e lo studio di Menandro debbano quasi tutto alla papirologia.

L'arbitrato parla di un matrimonio che rischia di fallire per una gravidanza della sposa, Panfila, oggetto di violenza sessuale: la situazione si risolve quando si scopre che l’anonimo violentatore non era altri che il suo fidanzato e ora marito Carisio, che, ubriaco, aveva abusato di lei durante una festa, poco tempo prima delle nozze. Complesse vicende connesse al riconoscimento di bambini vengono affrontate anche nella Samia e nella Ragazza tosata. Cnemone, il burbero e asociale protagonista del Misantropo, scopre i buoni sentimenti solo dopo essere precipitato in un pozzo, da cui lo salva il futuro genero a cui aveva fino ad allora negato la mano della figlia.

Le commedie di Menandro sono dunque incentrate soprattutto sul motivo dell'amore contrastato (con una figura maschile, una femminile e un oppositore o rivale), che innesca un'azione destinata tuttavia a concludersi felicemente. Lontano dal mondo della polis e dai suoi affanni politici, Menandro mette in scena vicende che evocano la quotidianità, di cui egli ben coglie i piccoli eventi, i drammi dimessi, le umili difficoltà, offrendoci, seppure con qualche venatura malinconica, una rappresentazione sostanzialmente ottimistica del mondo. Menandro può essere dunque considerato interprete, come gli altri esponenti della “commedia nuova” (ad esempio Difilo e Filemone), della trasformazione della commedia in “dramma borghese”, nell’ottica di quel ripiegamento verso il “privato” che caratterizza larga parte della cultura dell’età ellenistica.

3

Le innovazioni drammaturgiche

Le commedie di Menandro debbono naturalmente essere messe a confronto con quelle di Aristofane, l’unico altro grande comico greco della cui opera siano rimaste testimonianze consistenti. Oltre alle differenze tematiche, e cioè all’assenza nella commedia nuova del tema politico e della componente beffarda e surreale, per tendere invece a un moderato realismo, vi sono altri importanti elementi di novità nel teatro menandreo.

Anzitutto i drammi di Menandro, suddivisi nettamente in cinque parti e con forte riduzione dell’elemento corale, paiono essere più brevi rispetto alla tradizione della commedia antica. Il prologo spesso recitato da una divinità, la costruzione di un intreccio che porta a un riconoscimento finale, una certa sentenziosità dei personaggi sembrano essere desunti dal teatro tragico di Euripide, assai apprezzato nella prima età ellenistica; il gusto per la caratterizzazione psicologica dei personaggi risente invece del magistero di Teofrasto, autore dell’opera I Caratteri, del quale Menandro fu forse discepolo.

La lingua di Menandro è quella attica parlata, con qualche elemento di anticipazione della koinè, e lo stile è semplice e lineare, lontano dall’immaginosa varietà di quello di Aristofane, ma pienamente conforme alle vicende di sapore “quotidiano” che vengono messe in scena. Assai raffinato è l’utilizzo della metrica, nella quale primeggiano i versi giambici, preferiti da Menandro ai tetrametri trocaici.

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