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Introduzione; Gli esordi in lingua inglese; Beckett romanziere e drammaturgo; Una nuova drammaturgia
Beckett, Samuel (Foxrock, Dublino 1906 - Parigi 1989), drammaturgo, poeta e romanziere irlandese, massimo esponente, insieme a Eugène Ionesco, del teatro dell’assurdo.
Dopo aver studiato lingue e letterature romanze al Trinity College di Dublino, per due anni, dal 1928 al 1930, Beckett fu lettore d’inglese all’Ecole Normale Supérieure di Parigi. Nella capitale francese conobbe e divenne amico di James Joyce. Nel 1937, dopo anni irrequieti trascorsi tra Irlanda, Inghilterra e Francia, si stabilì definitivamente a Parigi. Fece parte della Resistenza e nel 1942 riuscì a sfuggire alla Gestapo rifugiandosi nella Francia meridionale, dove rimase fino al termine della guerra e dove scrisse il romanzo Watt, rimasto inedito fino al 1953. Dopo i primi scritti in lingua inglese, tra cui un saggio filosofico (Dante, Bruno, Vico, Joyce, 1929), un poema (Whoroscope, 1930), un saggio critico (Proust, 1931), una raccolta di versi (Echo’s bones, 1935) e il primo romanzo (Murphy, 1938), nel 1943 Beckett iniziò a scrivere in francese, traducendo poi egli stesso le sue opere in inglese.
A Parigi, dove era rientrato alla fine del 1945, Beckett compose i romanzi Molloy (1951), Malone muore (1951) e L’innominabile (1953), una sorta di trilogia narrativa in cui personaggi monologanti votati all’immobilismo annunciano i temi e la poetica dell’intera produzione beckettiana. Del 1952 è il primo dramma, Aspettando Godot (messo in scena per la prima volta nel 1953 da Roger Blin), considerato il suo capolavoro. Pur continuando a produrre opere di narrativa, tra cui Novelle e testi per nulla (1955) e Come è (1961), Beckett si dedicò in maniera sempre crescente al teatro, componendo numerosi atti unici, alcuni dei quali brevissimi. Tra i più celebri testi della sua ricca produzione teatrale emergono Finale di partita (1957), Atto senza parole (1957), L’ultimo nastro di Krapp (1958), Giorni felici (1961), Commedia (1964), Non io (1973), Tre pezzi d’occasione (1982).
L’intera opera di Beckett mette in scena la solitudine dell’uomo e la sua angoscia di fronte all’assurdità dell’esistenza. Attraverso un linguaggio che si fa via via più scarno ed essenziale, i drammi esprimono, anche fisicamente, l’immobilità dei personaggi, in un quadro dove non è possibile alcuna evoluzione esistenziale né psicologica. In Aspettando Godot i due protagonisti, Vladimir ed Estragon, trascorrono sul ciglio della strada due giornate, e probabilmente l’intera esistenza, nella vana attesa del misterioso Godot; in Finale di partita il protagonista, cieco e immobilizzato su una sedia a rotelle, viene assistito da un’insofferente figura di figlio-schiavo, mentre da due bidoni della spazzatura fanno sporadiche apparizioni i due vecchi genitori, ridotti a moncherini; i tre personaggi di Commedia recitano stando dentro a urne funerarie; infine, in Giorni felici la protagonista, immersa nella sabbia sino al collo, vaneggia di cose futili e vacue, rivolgendosi a un marito la cui presenza è assicurata solo da qualche risposta sporadica e puramente interlocutoria. Nel 1969 Beckett fu insignito del premio Nobel per la letteratura.
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