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Angola

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Angola: bandiera e innoAngola: bandiera e inno
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5

Ordinamento dello stato

Colonia e poi, dal 1951, provincia d’oltremare portoghese, l’Angola diventò indipendente nel 1975 dopo una lunga lotta di liberazione condotta da movimenti di diversa ispirazione, tra i quali il Movimento popolare per la liberazione dell’Angola (MPLA) di Agostinho Neto, che si insediò al potere. Da allora, i tentativi di stabilizzare la vita politica del paese sono stati a lungo vanificati da un violento scontro tra le forze governative e quelle dell’Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola (UNITA) di Jonas Savimbi. Trattative tra il governo e la guerriglia furono avviate già alla fine degli anni Ottanta, ma solo nel 2002, dopo la morte di Savimbi, sono pervenute a un accordo efficace, che ha aperto una fase di difficile e incerta pacificazione.

Secondo la Costituzione del 1975, più volte rivista, il presidente della repubblica, eletto a suffragio universale ogni cinque anni, è anche capo del governo. Il potere legislativo è affidato a un Parlamento unicamerale (Assembleia Nacional) di 220 membri, eletti a suffragio universale ogni quattro anni. Al vertice del sistema giudiziario, che unisce elementi di diritto portoghese e consuetudinario, è una Corte suprema i cui membri sono nominati dal capo dello stato. La pena di morte è stata abolita nel 1992.

6

Storia

Abitata fin dall’età della Pietra da popolazioni dedite alla caccia e all’agricoltura, a cui si sostituirono nel VII secolo d.C. le popolazioni bantu, la regione fu interessata dai flussi migratori di popoli provenienti da nord e da est che, mescolandosi tra loro, diedero origine a nuove etnie. Nel 1483, quando i portoghesi sbarcarono in Angola, alla ricerca del regno leggendario del Prete Gianni, vennero a contatto con un regno, quello dei ManiKongo, ben consolidato. Accolti amichevolmente, i nuovi arrivati riuscirono gradualmente a stabilire rapporti diplomatici con i sovrani i quali, convertitisi al cristianesimo, accettarono la loro guida nell’amministrazione del regno. A partire dal 1570, lo stato di ManiKongo si indebolì progressivamente a causa degli attacchi degli jaga (popolazione nomade dell’est) e dell’ampliamento della sfera d’influenza portoghese, estesasi ormai, grazie alla costituzione di numerosi avamposti commerciali, fino all’intera regione a sud dell’attuale Luanda.

Il territorio così colonizzato prese nome dal potente re N’gola al quale una delegazione portoghese aveva reso visita nel 1574. La tratta degli schiavi, praticata su larga scala con l’ausilio di alcuni capi locali, costituì per i colonizzatori la fonte dei maggiori profitti al punto che, tra il 1640 e il 1648, i portoghesi dichiararono guerra agli olandesi per il controllo della regione. Si calcola che, fino alla fine del XIX secolo, siano stati deportati oltre tre milioni di persone, nonostante il commercio degli schiavi fosse stato ufficialmente abolito nel 1830. A causa della forte resistenza opposta dalle popolazioni locali, il completo controllo del paese, soprattutto delle regioni interne, fu conseguito solo agli inizi del XX secolo, quando il governo portoghese instaurò il cosiddetto regime do indigenato, un sistema basato sullo sfruttamento economico e sulla repressione politica rimasto in vigore fino al 1961.

6.1

Indipendenza e guerra civile

Nel 1961 l’MPLA (Movimento popular para a libertacaõ da Angola), guidato da Agostinho Neto, diede inizio alla lotta per l’indipendenza; negli anni seguenti fecero la loro comparsa due altri movimenti anticolonialisti: l’FNLA (Frente nacional de libertacaõ da Angola), guidato da Holden Roberto, e l’UNITA (Uniaõ nacional para a indipendencia total da Angola), guidato da Jonas Savimbi. I tre movimenti, divisi da rivalità etniche e politiche, non giunsero uniti all’indipendenza (11 novembre del 1975) e due differenti governi, insediatisi rispettivamente a Luanda (MPLA) e a Huambo (UNITA), rivendicarono il controllo del paese, dando vita a un conflitto che coinvolse le stesse superpotenze; l’Unione Sovietica sostenne l’MPLA, mentre l’UNITA fu sostenuta soprattutto dagli Stati Uniti e dal Sudafrica.

All’inizio del 1976 lo scontro si risolse a favore dell’MPLA. Il governo guidato dal suo leader Agostinho Neto, nominato presidente, ottenne gradualmente il riconoscimento internazionale. A Neto, scomparso nel 1979, successe alla guida del paese José Eduardo dos Santos. Nello stesso periodo, uscito di scena l’FLNA, proseguirono le azioni di guerriglia guidate dall’UNITA. A queste, tra il 1981 e il 1982, si aggiunsero incursioni militari sudafricane, ufficialmente condotte per perseguire i ribelli namibiani, ma in realtà tese a destabilizzare il governo di Dos Santos, a sostegno del quale intervennero militarmente 50.000 soldati cubani.

6.2

Un difficile processo di pace

Nel 1988 vennero avviati negoziati tra Angola, Sudafrica e Cuba per concertare un piano di pace che ponesse fine all’intervento straniero. In base a tali accordi le ultime truppe cubane lasciarono il paese nel maggio del 1991 e il governo centrale firmò un compromesso con l’UNITA per il cessate il fuoco sotto la supervisione dell’ONU. Le nuove elezioni, indette nel settembre del 1992, confermarono la maggioranza parlamentare all’MPLA (130 seggi contro 70), ma l’UNITA non riconobbe i risultati elettorali e riprese la guerriglia, che si intensificò notevolmente nel corso del 1993 quando i combattimenti tra le forze governative e i guerriglieri causarono l’esodo di un milione di profughi.

Nel 1994 l’MPLA e l’UNITA raggiunsero un nuovo accordo a Lusaka. A fronte di ampie concessioni all’UNITA (tra cui lo sfruttamento di miniere di diamanti indispensabili per la sopravvivenza politica del movimento), questa si impegnava a entrare con propri ministri in un governo di unità e riconciliazione nazionale.

Il paese non raggiunse tuttavia una stabilità, a causa della profonda crisi e del malcontento sociale, dell’estesa corruzione e del non sopito antagonismo tra i due movimenti. Nel giugno del 1997 nel paese giunsero i “caschi blu” della Missione di osservazione delle Nazioni Unite in Angola (MONUA), con il compito di favorire il processo di riconciliazione. Nel 1998 fu concordato un nuovo accordo di pace, al fine di integrare membri della direzione politica dell’UNITA in un governo di unità nazionale e le sue truppe nell’esercito nazionale angolano. Tuttavia, solo una parte dell’UNITA fu effettivamente smobilitata e le ripetute violazioni della tregua indussero l’MPLA a espellere dal governo l’UNITA, che conservò sotto il suo controllo ampie porzioni di territorio e soprattutto una regione ricca di diamanti a nord. Nell’estate del 1998 l’Angola inviò proprie truppe nella Repubblica democratica del Congo, a sostegno del governo di Laurent-Désiré Kabila.

Alla fine del 1998 il conflitto civile si aggravò ulteriormente. Grazie ai proventi del contrabbando dei diamanti e al tacito sostegno di alcuni paesi, non solo africani, l’UNITA si preparò, dotandosi di armi e apparecchiature molto sofisticate, a fronteggiare una massiccia offensiva annunciata dal presidente José Eduardo dos Santos. Nel marzo 1999 il governo angolano invitò l’ONU a richiamare la missione MONUA, ritenendola inadeguata a imporre un reale disarmo all’UNITA. Nel 2000 quest’ultima venne colpita da un embargo dell’ONU.

Agli inizi del 2002 il leader dell’UNITA Jonas Savimbi morì in uno scontro a fuoco con le truppe governative. In seguito alla scomparsa dello storico avversario del governo angolano – e di quella, avvenuta pochi giorni dopo, di Antonio Dembo, altro importante esponente della guerriglia – ripresero le trattative tra governo e ribelli. Il 4 aprile dello stesso anno governo e ribelli raggiunsero un accordo che prevedeva l’amnistia per i guerriglieri dell’UNITA, l’integrazione di una parte di essi nelle forze regolari angolane e la costituzione di una commissione mista a salvaguardia della tregua.

6.3

Sviluppi recenti

Devastato dalla lunghissima guerra civile – che ha causato circa un milione di morti e quattro milioni di profughi – il paese vive oggi una situazione gravissima, nonostante le ingenti ricchezze di cui dispone. Per lungo tempo, i proventi della vendita del petrolio e dei diamanti sono andati ad alimentare quasi unicamente lo scontro armato e una ramificatissima rete di clientelismo e di corruzione; la gran parte della popolazione angolana vive invece nella miseria, ammassata ai margini delle grandi città per sfuggire alla guerra e all’insidia delle mine antiuomo, di cui il territorio del paese è letteralmente disseminato.

Nel 2004 sono stati espulsi dal paese circa 300.000 lavoratori stranieri impiegati in attività illegali di estrazione dei diamanti.

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