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Il paese soffre di gravi problemi ambientali quali l’inquinamento industriale, la progressiva salinizzazione del terreno, causata da una eccessiva irrigazione dei campi di cotone, l’inadeguatezza dei servizi igienici e il degrado del suolo per l’uso indiscriminato di pesticidi. Il governo del Tagikistan ha ratificato accordi internazionali per l’ambiente in materia di biodiversità, cambiamenti climatici, desertificazione, modificazioni ambientali e protezione dell’ozonosfera.
Nel 2007 la popolazione del Tagikistan era di 7.076.598 abitanti, con una densità media di 50 unità per km². I tagiki, che costituiscono circa il 70% della popolazione, sono di origine iraniana e di religione musulmana sunnita. Oltre agli uzbeki – che costituiscono la minoranza più consistente, stanziata prevalentemente nella valle di Fergana – sono presenti minoranze russe, tatare e kirghize. La guerra civile ha allontanato dal paese gruppi consistenti di uzbeki e di russi. Nel Tagikistan, che è la repubblica meno urbanizzata dell’ex URSS, il 76% della popolazione vive in aree rurali nonostante si sia verificata, a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, una discreta crescita urbana favorita dai numerosi immigrati provenienti da altre repubbliche. Oltre alla capitale, Dušanbe, centro di rilievo è Hujand (o Khojand).
L’economia del paese poggia in prevalenza sull’agricoltura, nonostante solo il 7,6% (2003) del territorio sia coltivabile. Il settore concorre nella misura del 24,4% (2005) alla formazione del PIL e occupa il 46% della popolazione attiva. Oltre al cotone – che, con 661.387 tonnellate prodotte nel 2005, è la coltura principale – si producono frumento, riso, mais, orzo, ortaggi, patate e frutta. Di notevole rilevanza anche il settore dell’allevamento, in special modo di bovini e ovini. Nel 2005 il prodotto interno lordo ammontava a 2.312 milioni di dollari USA, pari a un PIL di 355,30 dollari USA pro capite. Il paese vanta notevoli risorse minerarie che, se adeguatamente sfruttate, potrebbero rappresentare una risorsa di grande rilievo. Oltre a giacimenti di carbone, piombo, zinco, petrolio, gas naturale, ferro e antimonio sono presenti riserve d’oro e di argento. A partire dagli anni Trenta del Novecento il Tagikistan ha assistito a un discreto sviluppo industriale che attualmente include la produzione di acciaio e alluminio nonché di seta e cotone, calzature, fertilizzanti, vino e tabacco. Le possibilità di ottimizzazione del settore idroelettrico sono state ostacolate dalla guerra civile scoppiata nel 1992; il conflitto ha peraltro danneggiato seriamente l’economia locale che ha visto calare la produzione di circa il 35% tra il 1992 e il 1993. In tempi recenti il governo ha introdotto qualche cauta riforma economica di stampo liberista, che ha portato alla liberalizzazione di appena il 5% delle imprese statali. La valuta nazionale è, dal 30 ottobre del 2000, il somoni, che ha sostituito il rublo tagiko.
Già repubblica federata dell’Unione Sovietica, il paese è indipendente dal 1991. Nel 1992 scoppiò una guerra civile che si protrasse fino al 1997. In base alla Costituzione del 1994, modificata nel 1999, capo dello stato è il presidente, eletto a suffragio diretto ogni sette anni, che detiene anche il potere esecutivo. Dal 1992 il paese è membro dell’ONU. Il Parlamento è composto da due camere: l’Assemblea dei rappresentanti (Majlisi Mamoyandogan) di 63 membri, eletti a suffragio universale ogni cinque anni, e l’Assemblea nazionale (Majlisi Milliy) di 33 membri, di cui 25 eletti ogni cinque anni a suffragio universale e 8 nominati dal presidente. Il sistema giudiziario comprende una Corte suprema e una Corte costituzionale, i cui membri sono nominati dal presidente. La pena di morte è stata abolita nel 2005.
Situata all’incrocio di importanti rotte commerciali, la regione fu a lungo influenzata e dominata dalle potenti civiltà vicine. Abitata prevalentemente da genti del gruppo iranico (il termine “tagiko” non indicava allora, come oggi, un’appartenenza etnica, ma gli arabi in generale e in particolare i mercanti), venne islamizzata nell’VIII secolo e cadde poi sotto il dominio delle dinastie samanidi persiane (IX-X secolo), dei mongoli (XIII secolo), e, nel XVI secolo, del khanato di Buhoro.
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