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Tagikistan

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Tagikistan: bandiera e innoTagikistan: bandiera e inno
Struttura articolo
6.1

Il dominio russo

Passata nel 1868 sotto il controllo russo, la regione venne divisa in due parti: una, quella meridionale, affidata al protettorato di Buhoro, l’altra amministrata direttamente da Mosca. Dopo la rivoluzione bolscevica (1917), il Tagikistan meridionale fu teatro di violente rivolte islamiche, che ne rallentarono l’annessione all’URSS. Centinaia di villaggi e di moschee vennero rasi al suolo dalle truppe bolsceviche, fino a che nel 1921 il Tagikistan divenne parte della Repubblica socialista sovietica autonoma del Turkestan, che comprendeva anche parte degli odierni Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Nel 1924 il paese fu inglobato nella Repubblica socialista sovietica autonoma dell’Uzbekistan, quindi, nel 1929, divenne repubblica costituente dell’URSS.

Negli anni Trenta, la collettivizzazione dell’agricoltura fu contrastata con violente rivolte. Nel dopoguerra la repubblica conobbe l’industrializzazione, incentrata sulla lavorazione dell’alluminio, mentre il territorio agricolo venne destinato, soprattutto a partire dagli anni Sessanta, pressoché interamente alla coltivazione del cotone. Negli anni Settanta, il centralismo di Mosca suscitò un forte malcontento tra la popolazione islamica e una nuova ondata di rivolte. Verso la metà del decennio, nacque nella clandestinità il Partito della rinascita islamica, diventando il nucleo del nazionalismo tagiko. Nel 1979, nel paese scoppiarono proteste contro l’invasione dell’Afghanistan da parte delle truppe sovietiche. Più gravi disordini scoppiarono nel 1990, quando nel paese si sparse la voce che a Duanbe sarebbero stati trasferiti profughi armeni.

6.2

L’indipendenza e la guerra civile

Nel settembre 1991, in seguito al crollo dell’URSS, il paese si proclamò indipendente, conoscendo un’improvvisa ripresa del fervore religioso islamico, a lungo tenuto a freno, ma anche quella delle divisioni del paese lungo linee tribali. Nel novembre dello stesso, l’elezione alla presidenza del paese di Rakhman Nabiyev, leader del Partito democratico del popolo (l’ex Partito comunista), provocò la reazione delle opposizioni nazionaliste e islamiche; lo scontro culminò nella primavera del 1992 nell’esplosione di una violenta guerra civile. Sostenuta dall’Iran e dalle fazioni tagiche afghane, la guerriglia islamica giunse a prendere il controllo di parti della capitale, ma verso la fine dell’anno venne battuta e costretta a riparare in Afghanistan da una massiccia controffensiva dei filogovernativi appoggiati dalle truppe di Mosca.

Nel novembre del 1994 venne eletto alla presidenza del paese Imamali Rakhmanov, che avviò trattative con le opposizioni sotto l’egida dell’ONU. Nell’aprile 1995 l’opposizione islamica lanciò una grande offensiva militare, respinta anche grazie alle truppe russe; in dicembre i rappresentanti del governo e delle opposizioni armate firmarono un accordo in seguito al quale la guida del paese venne affidata a una commissione di riconciliazione nazionale. L’accordo definitivo, firmato nel giugno del 1997, pose fine alla guerra civile, che aveva causato 30.000 morti e quasi un milione di profughi.

Una parte dell’opposizione non abbandonò tuttavia la guerriglia, continuando a compiere incursioni armate partendo dalle sue basi in Uzbekistan e in Afghanistan. Alla fine del 1997, lo stesso Rakhmanov scampò a un attentato. Alla fine del 1998 i rivoltosi si impadronirono della città di Khojand, nel Nord del paese, che venne liberata poco tempo dopo dalla truppe governative. Per contenere la guerriglia, lungo la frontiera con l’Afghanistan venne schierato un folto contingente di truppe russe. Nelle elezioni presidenziali del novembre 1999 Rakhmanov venne confermato, con il 98% dei voti, alla presidenza del paese. Nelle elezioni legislative del febbraio 2000 il Partito democratico del popolo ottenne una vasta affermazione, ma i risultati vennero contestati dalle opposizioni.

Grazie al sostegno di Mosca, il presidente Rakhmanov poté stabilire uno stretto controllo sulla vita politica del paese. Non riuscì tuttavia a fermare la guerriglia islamista, né a contrastare la diffusione di una criminalità di tipo mafioso, dedita al commercio di armi e di droga, di cui il paese diventò uno dei principali snodi in Asia centrale. Nel 2001 le guerriglia lanciò un’offensiva terroristica nella stessa capitale, uccidendo diversi esponenti politici. Rakhmanov reagì restringendo ulteriormente gli spazi di libertà politica e rafforzando il dispositivo di controllo ai confini con l’Afghanistan; nel contempo, portò il Tagikistan nel cosiddetto “gruppo di Shanghai”, volto a rafforzare la collaborazione militare ed economica in Asia centrale.

Nel 2003 accusato di gravi reati, il leader dell’opposizione islamica legale venne posto agli arresti e in seguito condannato a sedici anni di prigione; nello stesso anno, Rakhmanov ottenne una modifica costituzionale per ricandidarsi per un terzo mandato presidenziale. Nell’ottobre 2004 il governo tagiko rafforzò l’alleanza militare con Mosca, accogliendo nei dintorni della capitale Dušanbe una vera e propria base militare russa.

6.3

Sviluppi recenti

Nel dicembre 2004 viene arrestato a Mosca il leader dell’opposizione democratica; rilasciato dalle autorità russe, è rapito e condotto in Tagikistan, dove, nell’ottobre 2005, subisce una condanna a 23 anni di prigione per terrorismo e corruzione. Tra la fine del 2004 e gli inizi del 2005 gli attacchi di Rakhmanov si rivolgono all’interno dello stesso regime; accusati di gravi reati, vengono posti agli arresti il capo della guardia presidenziale e il leader del Partito democratico del popolo. Nel febbraio 2005 il Partito democratico del popolo si aggiudica incontrastato le elezioni legislative (giudicate inadeguate agli standard democratici dagli osservatori internazionali), conquistando 52 dei 63 seggi dell’Assemblea dei rappresentanti. Nel novembre 2006 Rakhmanov si aggiudica le elezioni presidenziali, il cui svolgimento è nuovamente criticato dagli osservatori internazionali.

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