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Mafia

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Manifestazione contro la mafia, Reggio CalabriaManifestazione contro la mafia, Reggio Calabria
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Cosa Nostra

Il periodo della guerra determinò cambiamenti anche per altre ragioni: già dal 1943 avevano cominciato a fare rientro in Sicilia i mafiosi italo-americani. Il fenomeno mafioso si era radicato negli Stati Uniti sulla scia delle emigrazioni di fine Ottocento, aveva prosperato durante il proibizionismo e si era strutturato in una potente organizzazione criminale con diramazioni internazionali: i legami con Cosa Nostra (il nome della mafia americana) portarono la mafia siciliana ad allargare i propri interessi e la propria sfera d’azione, trasformando successivamente l’isola nel più importante centro mediterraneo per il traffico internazionale di armi e di droga.

In Sicilia le cosche locali si radicarono nel nuovo tessuto del parastato e degli enti regionali che offrivano ulteriori occasioni di potere e ricchezza. Si moltiplicarono nel frattempo violenze e crimini di stampo mafioso e sanguinosi regolamenti di conti che testimoniavano della guerra tra le cosche per la supremazia e per il controllo del territorio. Fu in questo periodo che si parlò per la prima volta di una “commissione”, o “cupola”, con compiti di coordinamento e mediazione tra le varie cosche, e che la mafia adottò una nuova e più strutturata organizzazione.

Le antiche cosche clandestine legate dal ferreo e segreto codice d’onore lasciarono il posto alla nuova “mafia imprenditrice” che operava nel commercio della droga, nella prostituzione e nei sequestri, cimentandosi in azioni criminose sempre più feroci. La mafia allungò i suoi tentacoli nell’isola e nel Mezzogiorno, fece il suo ingresso nei mercati finanziari e cercò nuovi canali di investimento per il riciclaggio del denaro sporco.

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La lotta alla mafia

La sempre più scoperta e proterva sfida allo stato iniziò a generare una serie di contromisure: nel 1962 venne istituita la prima Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia in Sicilia, nota anche come Commissione antimafia, che tuttavia non produsse risultati apprezzabili; per rendere più efficaci le misure di prevenzione furono varate nuove leggi che introdussero il reato di “associazione di stampo mafioso” e definirono giuridicamente il delitto di mafia (1982). Strumenti più efficaci vennero forniti alle forze dell’ordine e alla magistratura, come ad esempio la possibilità di sequestrare i patrimoni dei mafiosi e di sciogliere i consigli comunali e provinciali sospettati di collusione. Venne quindi esercitato un maggiore controllo sul riciclaggio del denaro e si procedette al rafforzamento degli apparati repressivi: nacque nel 1982 l’Alto commissariato per la lotta alla mafia e nel 1983 venne istituita una nuova Commissione parlamentare antimafia, tuttora in funzione. Tutte queste misure culminarono nel 1986 nel primo “maxiprocesso” istruito da Giovanni Falcone.

Intanto, si era scatenata la violenta offensiva mafiosa contro rappresentanti del governo statale e locale, investigatori e agenti delle forze dell’ordine, giudici, uomini politici e sindacalisti, comuni cittadini: nel corso degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta furono uccisi, tra gli altri, il deputato democristiano Piersanti Mattarella, il deputato comunista Pio La Torre, il prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa, il giudice Rocco Chinnici, il giornalista Giuseppe Fava, il giudice Rosario Livatino; infine, con l’omicidio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (1992), i due giudici che con più successo avevano combattuto il fenomeno mafioso, la sfida delle cosche raggiunse il suo apice.

Con il cambiamento del clima politico, la mafia inaugurò una serie di atti di ritorsione nei confronti di rappresentanti del potere locale e nazionale, ritenuti colpevoli di aver tradito il patto stretto in precedenza: gli omicidi “eccellenti” del deputato della Democrazia Cristiana Salvo Lima e dell’esattore Ignazio Salvo confermarono l’intreccio, denunciato e indagato proprio da Falcone, tra mafia e politica, ossia la penetrazione dell’organizzazione criminale nei gangli politici, economici, amministrativi, istituzionali non solo nel Mezzogiorno, ma in tutto il territorio nazionale.

In seguito, una più stretta cooperazione a livello internazionale con gli organismi anticrimine degli altri paesi e la legislazione sui pentiti (poi sottoposta a revisione, dopo le aspre polemiche che aveva prodotto) portarono a buoni risultati, sostenuti anche da una più convinta azione repressiva da parte dello stato, con l’istituzione nel 1991 di una Direzione investigativa antimafia (DIA) e di una Direzione nazionale antimafia (DNA). Altrettanto decisiva fu la forte reazione dell’opinione pubblica italiana, e soprattutto siciliana, all’indomani degli omicidi di Falcone e Borsellino. Nel 1993, lanciando una nuova e più forte sfida allo stato, la mafia effettuò una serie eclatante di attentati contro istituzioni culturali e monumenti di fama mondiale, quali la Galleria degli Uffizi a Firenze, il Padiglione di arte contemporanea di Milano, la basilica di San Giovanni in Laterano e la chiesa di San Giovanni al Velabro a Roma.

Le rivelazioni dei pentiti, o “collaboratori di giustizia” (tra cui di determinante portata furono quelle dell’ex boss Tommaso Buscetta), e la serrata azione investigativa e giudiziaria da parte di polizia e magistratura – coordinata dal procuratore di Palermo Giancarlo Caselli – hanno condotto negli ultimi anni all’arresto di famosi boss latitanti come Salvatore Riina, Nitto Santapaola e, nell’aprile 2006, di Bernardo Provenzano, dopo una latitanza durata 43 anni.

Fallita la strategia di attacco diretto allo stato, la mafia è tornata tuttavia a operare nell’ombra, cercando di far passare inosservata la continua proliferazione delle sue attività illegali.

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