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Comunismo

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Il movimento comunista in Asia

Mentre in Cina i comunisti erano riusciti a mettersi alla testa del movimento anticoloniale, in India il Partito comunista che, obbedendo alle direttive sovietiche aveva sostenuto lo sforzo bellico inglese, pagò questa scelta, nell’immediato dopoguerra e dopo l’acquisita indipendenza del paese, con l’isolamento.

In Corea il Partito comunista, che era stato una delle forze principali della guerra antigiapponese, alla fine del conflitto si ritrovò alla guida di uno stato – creato nel Nord del paese in seguito alla formalizzazione della divisione avvenuta nel 1948 – ispirato alle democrazie popolari dell’Europa orientale (vedi Corea del Nord; Corea del Sud).

Lo stesso schema si riprodusse qualche anno dopo in Vietnam, dove la lega comunista del Vietminh aveva sconfitto il colonialismo francese nel 1954 (vedi Guerra d’Indocina). I negoziati che seguirono a livello internazionale divisero in due il paese, lasciando il Nord ai comunisti. Negli anni Sessanta il conflitto tra Nord e Sud avrebbe coinvolto gli Stati Uniti in un aspro conflitto, conclusosi con il ritiro delle forze americane nel 1973 e la riunificazione del paese nel 1975 (vedi Guerra del Vietnam; Guerra di Corea).

In Indonesia il Partito comunista, il più grande in Asia dopo quello cinese, diventò nel dopoguerra il principale sostenitore del regime nazionalista di Akmed Sukarno. Quando questi fu rovesciato dalle forze del generale Suharto, di orientamento filoamericano (1965-66), centinaia di migliaia di comunisti furono trucidati.

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Il movimento rivoluzionario in America latina

La diffusione del comunismo in America latina fu irrilevante fino alla Rivoluzione cubana (1959). Lo stesso regime rivoluzionario guidato da Fidel Castro all’inizio ebbe un carattere nazionalista e modernizzatore, mentre il ruolo del Partito comunista cubano fu secondario. La tensione con gli Stati Uniti (vedi Sbarco della baia dei Porci; Crisi cubana dei missili) e la dipendenza dall’aiuto sovietico portarono a una radicalizzazione del regime.

Verso la metà degli anni Sessanta Cuba cercò di diventare la centrale di una nuova strategia della rivoluzione mondiale, basata sulla moltiplicazione dei conflitti antimperialisti (“Creare uno, due, molti Vietnam”, secondo le parole di Ernesto “Che” Guevara del 1967). Tuttavia, verso la fine del decennio, ogni attività di guerriglia ispirata dai cubani nel continente sudamericano fu liquidata o bloccata.

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Le divisioni del mondo comunista

La prima incrinatura nel monolito comunista fu provocata dalla ferma difesa, da parte della Iugoslavia di Tito, della propria autonomia in politica estera e dalle scelte economiche a favore dell’autogestione. La Iugoslavia fu espulsa dal Cominform nel 1948 e, nel timore che la deviazione iugoslava contagiasse altri paesi dell’Europa orientale, alcuni leader comunisti dei paesi dell’Europa orientale sospetti di orientamenti nazionali furono emarginati.

Nel 1953, dopo la morte di Stalin, nel Partito comunista sovietico sembrò avviarsi un processo di maggiore apertura e discussione interna. Nel 1956, al XX congresso del PCUS, il segretario generale Nikita Kruscev riconobbe il principio delle vie nazionali al socialismo e clamorosamente denunciò le illegalità e le repressioni staliniane degli anni Trenta e Quaranta.

Tuttavia, le speranze per una svolta antitotalitarista (vedi Totalitarismo) della politica sovietica furono subito disattese quando, nello stesso 1953, la rivolta degli operai polacchi di Poznań venne spietatamente soffocata dall’esercito e l’insurrezione ungherese fu stroncata dal diretto intervento dell’Armata Rossa. Nel 1968 in Cecoslovacchia, il segretario del partito, Alexander Dubček, inaugurò un periodo di liberalizzazione (vedi Primavera di Praga), ma il segretario del PCUS Leonid Brežnev, invocando il principio della “sovranità limitata”, fece intervenire ancora una volta i carri armati.

Lo scisma più grave per il blocco socialista fu però quello cinese. Nel 1958 il Partito comunista cinese si era impegnato nel cosiddetto “Grande balzo in avanti”, uno sforzo titanico per superare l’arretratezza economica, principalmente basato sulle comuni popolari, organizzazioni tendenzialmente autosufficienti che integravano agricoltura e industria. Ma il “Grande balzo” fu un catastrofico fallimento. In questa situazione, nel 1960 Kruscev ritirò gli aiuti tecnici e militari e cercò di isolare la Cina sul piano diplomatico e militare.

La Cina si propose allora come guida dei paesi in via di sviluppo contro i paesi industrializzati (“la campagna contro la città”) e inaugurò, sotto la guida di Mao Zedong, una nuova strategia politica che culminò nella rivoluzione culturale. Nel 1969 vi furono scontri fra truppe cinesi e sovietiche lungo il fiume Ussuri, al confine tra i due paesi.

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Eurocomunismo

Dopo le rivelazioni del XX congresso del PCUS, il Partito comunista italiano divenne sempre più indipendente dall’URSS. Condannò l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 e criticò le violazioni dei diritti civili dell’era brezneviana. Verso la metà degli anni Settanta, con l’elaborazione di una nuova strategia politica detta “eurocomunismo”, di cui il segretario del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer fu il principale punto di riferimento, l’URSS cessava di esercitare il ruolo di guida del movimento comunista internazionale.

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Conclusione

Con l’avvento di Michail Gorbaciov, l’URSS tentò di avviare un periodo di riforme da tempo necessarie. L’economia sovietica, impegnata nella furiosa corsa agli armamenti, si era rivelata incapace di sostenere livelli di consumo soddisfacenti; le istituzioni politiche continuavano a essere autoritarie e al riparo dal controllo dei cittadini. Gorbaciov credette che il comunismo potesse essere salvato da una combinazione di riforme economiche (perestrojka) e di trasparenza dei processi di decisione politica (glasnost).

Ma, mentre l’effetto delle riforme tardava, il paese implodeva sotto le spinte separatiste, a cominciare dalle Repubbliche baltiche. Nello stesso tempo anche il blocco sovietico cominciò a crollare, prima con la vittoria elettorale di Solidarność in Polonia, poi con la caduta del Muro di Berlino e la riunificazione tedesca (vedi Repubblica Federale Tedesca e Repubblica Democratica Tedesca).

Verso la fine del 1991, uscito di scena Gorbaciov, il Partito comunista sovietico fu dichiarato illegale e l’URSS cessò formalmente di esistere. L’esperimento comunista, che tante speranze e timori aveva suscitato, era concluso. Regimi più o meno comunisti esistono ancora in Cina, Corea del Nord, Laos, Vietnam e a Cuba. In questi paesi, tuttavia, l’introduzione di riforme orientate all’economia di mercato ha segnato l’abbandono dell’idea originaria di comunismo.

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