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Coscienza (psicologia)

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Wilhelm WundtWilhelm Wundt
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1

Introduzione

Coscienza (psicologia) In psicologia, consapevolezza che un individuo ha della propria identità, del mondo che lo circonda e del rapporto tra sé e l’esterno. In realtà, i tentativi di delimitare ed esprimere il concetto di “coscienza” rischiano di essere tautologici o semplicemente descrittivi (ad esempio, quando essa viene definita in termini di sensazioni, pensieri o sentimenti). L’interesse verso questo concetto ha radici profonde; prima area di indagine della psicologia, perse successivamente d’interesse per poi tornare in auge in tempi più recenti.

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La coscienza dalla filosofia alla psicologia

La maggior parte delle discussioni filosofiche sulla coscienza nacque dall’assunto della separazione tra mente e corpo, formulato dal filosofo francese Cartesio nel XVII secolo. Egli diede alla coscienza il significato di “consapevolezza soggettiva” di sé e dei propri contenuti mentali e la considerò come l’unica forma di conoscenza di cui l’essere umano non possa dubitare.

Il filosofo inglese John Locke identificò invece la coscienza con le sensazioni e le percezioni fisiche che essa stessa registra, mentre i filosofi tedeschi Gottfried Wilhelm Leibniz e Immanuel Kant le attribuirono un ruolo più centrale e attivo nell’organizzazione dell’esperienza umana.

Il filosofo che influenzò più direttamente i successivi studi psicologici sulla coscienza fu il tedesco Johann Friedrich Herbart. Egli sostenne che le idee possiedono una certa qualità e intensità e che possono favorirsi o inibirsi a vicenda. Le idee possono così passare da stati di realtà (consci) a stati di tendenza (inconsci); la linea che separa questi due ambiti costituisce la cosiddetta “soglia della coscienza”.

Questa concezione favorì lo sviluppo, da parte del fisiologo tedesco Gustav Theodor Fechner, della misurazione psicofisica della soglia della sensazione e il successivo sviluppo, da parte di Sigmund Freud, del concetto di inconscio.

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Lo studio della coscienza

Lo studio sperimentale della coscienza ebbe inizio nel 1879, quando il fisiologo e psicologo tedesco Wilhelm Max Wundt fondò a Lipsia il primo laboratorio di ricerca in psicologia sperimentale. Per Wundt il compito della psicologia era lo studio della struttura della coscienza, che si estendeva alle sensazioni e che includeva i sentimenti, le immagini, la memoria, l’attenzione, la durata, la dinamica e il movimento. La metodologia impiegata da Wundt si basava sull’introspezione: i soggetti riferivano allo sperimentatore i contenuti mentali della propria esperienza cosciente. Tale approccio introspettivo fu, in seguito, pienamente sviluppato dallo psicologo statunitense Edward Bradford Titchener.

Avendo stabilito come obiettivo quello di descrivere la struttura della mente, Titchener tentò di evidenziare, a partire dai resoconti introspettivi, le dimensioni degli elementi della coscienza. Il gusto, ad esempio, fu descritto secondo alcune dimensioni basilari, che implicavano quattro categorie: dolce, amaro, salato e aspro. Questo approccio è conosciuto come strutturalismo.

A partire dagli anni Venti del Novecento nell’ambito della psicologia si verificò una profonda rivoluzione: lo sviluppo del comportamentismo. Ciò produsse l’esclusione del concetto di coscienza da gran parte della riflessione psicologica per oltre cinquant’anni. Ad avviare questo movimento fu lo psicologo statunitense John Broadus Watson, il quale, in un articolo del 1913, scrisse: “Ritengo che si possa riscrivere una psicologia senza usare i termini coscienza, stati mentali, mente, immaginazione e simili”. Da quel momento in poi gli psicologi si dedicarono prevalentemente allo studio del comportamento, descritto in termini di stimolo e risposta, trascurando completamente il concetto di coscienza.

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Stati alterati di coscienza

Alla fine degli anni Cinquanta del Novecento l’interesse per lo studio della coscienza riprese vigore, con specifico riferimento alle condizioni naturali o indotte che ne implicano uno stato alterato: il sonno, il sogno, la meditazione, l’ipnosi e gli effetti delle sostanze stupefacenti.

Gran parte della ricerca sul sonno e sul sogno è volta a definire la natura della coscienza in questi stati psicofisiologici. Per il sogno è stato scoperto un indicatore specifico: a intervalli di circa 90 minuti gli occhi del soggetto che dorme si muovono rapidamente e, parallelamente, l’attività elettrica del cervello risulta molto diversa da quella presente durante la veglia. Se il soggetto viene svegliato, riferisce di stare sognando. Queste ricerche dimostrano che il sonno, un tempo considerato uno stato passivo, implica invece un’attività di coscienza.

Durante gli anni Sessanta l’attenzione verso livelli più elevati di coscienza determinò un notevole interesse verso alcune discipline delle culture orientali, come il buddhismo e lo yoga. Nacquero così diversi programmi specifici di addestramento, come la meditazione trascendentale, e procedure autodirette di rilassamento fisico e di focalizzazione dell’attenzione, come le tecniche di rilassamento.

Un altro settore di grande interesse per lo studio degli stati di coscienza è l’ipnosi, una condizione intermedia tra il sonno e la veglia, caratterizzata dall’affievolimento delle capacità critiche e dall’aumento della suggestionabilità del soggetto, la cui attenzione è completamente assorbita dalle richieste dell’ipnotizzatore. L’ipnosi ha una lunga e complessa storia, che interessa in parte la medicina e in parte l’antropologia culturale, oltre a essere stata molto studiata dalla psicologia.

La possibilità di entrare in uno stato ipnotico dipende dalla suggestionabilità dell’individuo e, quindi, da tratti specifici della personalità. Anche i limiti dell’ipnosi sono ormai ben chiari: molto resta da capire, tuttavia, sulle particolarità dello stato di coscienza del soggetto ipnotizzato.

Nel corso degli anni Sessanta molte persone sperimentarono gli effetti delle sostanze psicoattive, in grado di provocare alterazioni della coscienza. Le più famose tra queste sostanze sono la dietilammide dell’acido lisergico (LSD), il peyote e la psilocibina (vedi Allucinogeni). Le ultime due sostanze sono utilizzate tradizionalmente nel corso delle cerimonie religiose delle culture del Centro e Sud America. L’LSD è stato, in particolare, utilizzato dai ricercatori per il suo potere “psicotico-mimetico” (è in grado, cioè, di produrre effetti simili a quelli delle psicosi). Queste sostanze hanno anche effetti collaterali rilevanti, che hanno imposto una notevole restrizione del loro uso.

A partire dagli anni Settanta è stata messa a punto una metodica, il biofeedback, che consente, mediante l’apprendimento di alcune tecniche specifiche, di estendere il controllo cosciente dell’individuo anche a sistemi di regolazione corporea il cui funzionamento è normalmente spontaneo e non influenzato consapevolmente (quali la pressione sanguigna o la temperatura corporea). Alcuni ricercatori hanno riscontrato che le persone sono in grado di controllare, in certa misura, anche la propria attività cerebrale e, in particolare, il cosiddetto “ritmo alfa”, caratteristico degli stati di rilassamento e di meditazione. Queste scoperte hanno portato allo sviluppo di specifici programmi di addestramento definiti alfa training.

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