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    Isocrate e la sua scuola ... Isocrate aveva fondato nel 392 a.C. una propria scuola, il cui programma è esposto nelle orazioni Contro i Sofisti e Elena, Isocrate polemizzava ...

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Isocrate

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Introduzione

Isocrate (Atene 436-338 a.C.), scrittore e oratore greco che per la perfezione formale e per il periodare ampio e armonioso della sua opera occupa un posto di rilievo nella storia della prosa attica.

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La vita e l’insegnamento

Nato da famiglia benestante, ricevette un’accurata educazione; fu infatti discepolo di Prodico, di Gorgia e di Socrate. Secondo la tradizione, la sua famiglia perse gran parte del patrimonio durante la guerra del Peloponneso, cosicché Isocrate dal 404 a.C. fu costretto per un decennio a esercitare la professione del logografo (ci restano 6 orazioni giudiziarie scritte fra il 402 e il 392 a.C.).

Nel 390 a.C. fondò, in concorrenza con l’Accademia platonica, una scuola che ebbe vastissima influenza sulla formazione culturale dei giovani greci; furono infatti suoi discepoli diversi letterati – fra cui ricordiamo gli oratori Iseo e Iperide, e gli storici Eforo e Teopompo – e importanti uomini politici. Isocrate nell’orazione Contro i sofisti (390 a.C.) definì le linee essenziali del suo insegnamento, che non si limitava solo all'arte oratoria, ma indicava anche i modi per ottenere successo nella vita politica e per gestire felicemente i propri affari privati.

Sebbene Isocrate non prendesse parte in prima persona alle tormentate vicende che opposero la città di Atene a Filippo II il Macedone, con le sue numerose orazioni di carattere epidittico influenzò per un cinquantennio la vita politica della sua città. Secondo la tradizione, Isocrate si sarebbe lasciato morire di fame nel 338 a.C., dopo la vittoria di Filippo II a Cheronea.

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Le opere

Delle opere di Isocrate sono giunte fino a noi ventuno orazioni e nove epistole, sufficienti a delineare un quadro esaustivo del suo pensiero e della sua grande espressione artistica.

La sua opera è ideologicamente improntata a valori politici conservatori, primo fra tutti la coscienza del ruolo egemone di Atene all’interno del mondo greco. Nel Panegirico (380 a.C.), documento fondamentale per la comprensione del suo pensiero politico, Isocrate si fa propugnatore dell'unificazione delle città-stato greche sotto il controllo ateniese, per opporsi sia alle discordie interne sia alla perenne minaccia persiana. Nell’Areopagitico (357-355 a.C.) l’oratore, sostenitore in politica interna della democrazia moderata, invita i concittadini a restaurare l’autorità dell’Areopago e a far ritorno all’antica costituzione di Clistene. L'orazione Sulla pace, composta nel 355 a.C. in un momento di grave crisi delle ambizioni egemoniche ateniesi, suggerisce invece di rinunciare alle pretese di imperialismo.

Quando Filippo II re di Macedonia incominciò a intervenire nelle vicende politiche della Grecia, Isocrate, diversamente da Demostene, non assunse posizioni di ostilità nei suoi confronti e, nell’orazione Filippo (346 a.C.), invitò il sovrano della Macedonia a mettersi a capo di tutte le genti greche nella lotta contro la Persia. Invece nell'ultima opera, il Panatenaico (342-339 a.C.), le proposte costruttive cedettero il posto a una celebrazione di Atene, tanto appassionata quanto intrisa di delusione. Importanti sono anche le orazioni scritte per i sovrani di Cipro A Nicocle (372 a.C.), Nicocle (368 a.C.) ed Evagora (365 a.C.) in cui, esprimendo ammirazione per la monarchia moderata, tratteggiava la figura idealizzata del sovrano illuminato.

Le epistole affrontano temi di varia natura, come l'educazione, l'arte retorica, la potenza della bellezza, oppure si strutturano retoricamente come consigli ai despoti e come appelli ai condottieri.

Lo stile delle sue opere, già molto ammirato nell’antichità, è caratterizzato da periodi ampi e armoniosi, da una scelta accurata delle parole, dall’uso di clausole metriche e delle più importanti figure retoriche. Tanta attenzione all’aspetto formale non aveva però in lui solo una dimensione esornativa; l’Isocrate maestro di retorica aveva infatti insegnato ai suoi illustri allievi che l’arte della parola aveva una funzione rilevante nella vita politica e sociale, e dunque anche in veste di scrittore cercò sempre di finalizzare il proprio “scrivere bene” ad accentuare l’aspetto comunicativo delle sue idee; ciò non toglie però che ai nostri occhi la raffinatezza e la cura della sua prosa possano apparire persino eccessive, provocando talora una sensazione di fredda monotonia.

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