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Introduzione; Il patriarca di Costantinopoli e i patriarcati; La tradizione dottrinale; Liturgia; Le icone e il monachesimo; Storia; Rapporti con le altre Chiese
Chiese ortodosse Chiese cristiane orientali (vedi Chiese orientali) che nel 1054 rifiutarono l’autorità del papa e si resero indipendenti da Roma proclamandosi ortodosse, cioè “di retta fede”. Unite da una comune tradizione teologica e liturgica, le singole Chiese ortodosse sono autocefale, ovvero indipendenti; ciascuna di esse è rappresentata da un vescovo che si fregia del titolo di patriarca, metropolita o arcivescovo e presiede il sinodo dei vescovi, la suprema istanza amministrativa della Chiesa.
Una posizione di particolare prestigio è riconosciuta al patriarca di Costantinopoli (oggi Istanbul), la città che fu la capitale dell’impero bizantino e il centro della cristianità orientale fra il 320 e il 1453. Depositario di una tradizione giuridica che venne fissata fin dall’epoca dei concili di Costantinopoli (381) e di Calcedonia (451), il patriarca non esercita comunque un’autorità paragonabile a quella del papa, venendogli riconosciuto solo un primato d’onore. Eredi di una gloriosa tradizione storica sono anche i patriarcati di Alessandria d’Egitto e di Gerusalemme, la cui lingua liturgica è il greco, e quello di Antiochia, con sede a Damasco, in Siria, cui fanno capo i cristiani ortodossi di lingua araba di Siria, Libano e Iraq. Il Patriarcato di Mosca è numericamente la maggiore comunità ortodossa, seguita dai patriarcati georgiano, romeno, serbo e bulgaro. Seguono invece l’autorità arcivescovile la Chiesa greca, cipriota e albanese, mentre sono rette da un metropolita le chiese di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e la comunità ortodossa degli Stati Uniti.
Le Chiese ortodosse hanno sempre rivendicato la loro fedeltà ai principi della tradizione cristiana delle origini che per un millennio fu comune sia all’Oriente sia all’Occidente. Esse fanno riferimento alle definizioni di fede stabilite dai primi concili ecumenici, quelli di Nicea (325), Costantinopoli I (381), Efeso (431), Calcedonia (451), Costantinopoli II (553) e III (680), e Nicea II (787), di cui le successive dichiarazioni dottrinali non sarebbero altro che precisazioni e sviluppi. La difesa di questa tradizione apostolica, che si vuole stabilita sotto la guida dello Spirito Santo disceso sulla Chiesa il giorno di Pentecoste, è affidata non solo all’autorità dei vescovi e dei ministri, ma anche all’intera comunità dei fedeli, il “popolo di Dio”. Gli ortodossi condividono con i cattolici le dottrine relative alla Trinità e alla natura umana e divina della persona di Cristo, venerando la Vergine Maria come madre di Dio (pur non accettandone i più recenti sviluppi dogmatici presenti nel cattolicesimo, come la definizione dell’Immacolata Concezione). Comune con i cattolici è anche la dottrina e la pratica dei sette sacramenti, e un valore fondamentale viene attribuito all’Eucaristia accanto al battesimo, amministrato per immersione e seguito immediatamente dall’unzione con il crisma della confermazione, alla penitenza, al matrimonio (ritenuto in certi casi dissolubile), all’ordinazione sacerdotale e all’unzione degli infermi. All’ordinazione sacerdotale possono accedere anche gli uomini sposati, mentre i vescovi vengono eletti fra i monaci o i sacerdoti celibi o vedovi.
Fulcro della celebrazione liturgica ortodossa è il rito eucaristico, nella versione tradizionalmente attribuita a san Giovanni Crisostomo e culminante con una solenne invocazione allo Spirito Santo. Caratteristico della liturgia ortodossa è l’abbondantissimo patrimonio di orazioni e inni, con un ciclo quotidiano per la liturgia delle Ore e un ciclo pasquale utilizzato nel periodo che comprende la Quaresima, la Pasqua e i 50 giorni successivi fino alla Pentecoste, oltre che in tutte le domeniche dell’anno. A esso si affianca un ciclo annuale con i testi per le celebrazioni delle festività fisse dell’anno liturgico e per le memorie dei santi, oggetto di culto solenne nell’intera tradizione ortodossa.
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