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Cile

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Cile: bandiera e innoCile: bandiera e inno
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7.5

I governi del dopoguerra (1946-1970)

Nel 1946 salì alla presidenza del paese il radicale Gabriel González Videla, appoggiato da una coalizione di partiti di sinistra. L’acuirsi della Guerra Fredda ebbe gravi effetti sulla vita politica cilena, spaccando la coalizione. Nella primavera del 1947 i tre ministri comunisti abbandonarono il governo, che ruppe le relazioni con l’Unione Sovietica. Tra l’estate e l’autunno le forti agitazioni dei minatori del rame furono brutalmente represse. Nel 1948, con la cosiddetta “legge per la difesa della democrazia”, il Partito comunista venne messo fuorilegge e centinaia di suoi membri furono arrestati. Nel 1951 un’ondata di scioperi coinvolse tutti i settori dell’economia del paese. L’anno seguente fu eletto alla presidenza il generale Carlos Ibáñez, il cui programma genericamente nazionalista e demagogico si infranse contro le difficoltà della situazione economica e sociale.

Nel 1958, sostenuto da una coalizione di liberali e conservatori, fu eletto alla presidenza Jorge Alessandri Rodríguez, il figlio di Arturo Alessandri. In risposta all’opposizione del Partito comunista (da poco rilegalizzato) e del neonato Partito cristiano democratico, propose un piano decennale che includeva la riforma fiscale, progetti nel campo dell’edilizia e una riforma agraria. In politica estera il Cile interruppe le relazioni con Cuba nel 1964, ristabilendo quelle con l’URSS, ma soprattutto rafforzò i legami con gli Stati Uniti, che dal 1961 insieme con la Banca Mondiale sostennero fortemente il piano economico del governo liberal-conservatore.

Ad Alessandri successe nel 1964 il democratico cristiano Eduardo Frei Montalva, che avviò la riforma agraria, realizzò una parziale nazionalizzazione del rame e riorganizzò il sistema scolastico; i suoi provvedimenti, rivolti a ottenere una più equa distribuzione delle risorse, furono osteggiati aspramente dall’oligarchia finanziaria e fondiaria.

7.6

Il governo di Allende

All’approssimarsi delle elezioni del 1970 i partiti di centrosinistra si unirono per formare una coalizione detta di Unidad popular, che nominò quale candidato Salvador Allende, con un programma politico che prevedeva la completa nazionalizzazione di tutte le industrie di base, delle banche e dei trasporti.

Eletto presidente con un ristretto margine di voti e privo di una propria maggioranza nel Congresso, Allende iniziò subito a mettere in pratica le promesse fatte durante la campagna presidenziale, portando il paese verso posizioni socialiste. Fu istituito il controllo statale dell’economia in tutti i settori, venne accelerata la riforma agraria e si promosse una politica di redistribuzione dei redditi. La reazione a questo programma, da parte delle opposizioni, fu molto dura sin dall’inizio, aggravando le già precarie condizioni economiche causate dal calo del prezzo del rame e dall’inflazione. La crisi si acutizzò inoltre a causa dell’atteggiamento degli Stati Uniti, che, appoggiando il disegno della destra più radicale, scatenarono contro il governo di Allende una campagna di destabilizzazione utilizzando ogni sorta di mezzo, lecito o illecito.

Nonostante l’aggravarsi della situazione economica e sociale, l’inflazione galoppante, la scarsità di generi alimentari dovuta all’accaparramento da parte dei grandi commercianti, lo scontro sempre più aspro tra le formazioni di destra e di sinistra, il governo di Unidad popular conservò un largo consenso e nel marzo del 1973 si aggiudicò le elezioni legislative. In giugno un primo sciopero degli autotrasportatori bloccò il paese e un colpo di stato fu sventato solo all’ultimo momento. Durante l’estate la campagna di destabilizzazione si intensificò, culminando, l’11 settembre, nel colpo di stato messo a segno dai militari appoggiati dai servizi segreti americani.

7.7

La dittatura militare

A capo del paese si insediò una giunta militare guidata dal generale Augusto Pinochet Ugarte, che sospese la Costituzione, sciolse il Congresso, impose una severa censura e negò legittimità a tutti i partiti politici, scatenando il terrore contro i suoi oppositori; migliaia di persone vennero arrestate, torturate, uccise o fatte scomparire. Centinaia di migliaia di persone abbandonarono il Cile, rifugiandosi negli altri paesi del Sud America, nel Nord America, in Europa.

Una nuova Costituzione, approvata da un referendum (pilotato dal governo) nel settimo anniversario del colpo di stato militare (1980), rinnovò la carica a Pinochet per altri otto anni e legittimò il regime sino al 1989. Sul piano economico, il governo attuò una sfrenata politica neoliberista, che da una parte stimolò l’iniziativa privata e rallentò l’inflazione, dall’altra fece piombare una cospicua parte della popolazione nell’indigenza. Con la fase economica assai critica partita dal 1982, dovuta alla recessione mondiale e a un nuovo ribasso nei prezzi del rame, peggiorarono anche le condizioni della classe media, che tolse il sostegno al regime. La crisi economica finì così con il favorire la ricostituzione di un fronte di opposizione, cui nel novembre del 1984 Pinochet oppose il ripristino dello stato d’assedio. Nel 1986, in seguito a un attentato contro la sua persona, il dittatore impose misure ancor più repressive; ma il suo regime era ormai debole e isolato.

7.8

Il ritorno alla democrazia

Nel 1988 Pinochet tentò l’ultima carta chiamando i cileni a un referendum pro o contro il suo regime, ma venne sconfitto e promise di lasciare il potere allo scadere del suo mandato. Con le modifiche alla Costituzione e con la conservazione per sé del comando delle forze armate, stabilì però una pesante ipoteca politica sul futuro del paese. Nel dicembre del 1989, dopo sedici anni di dittatura, si tennero le prime elezioni presidenziali che videro la vittoria di Patricio Aylwin, leader di una coalizione di centrosinistra: la Concertazione per la democrazia.

Aylwin adottò una politica economica rivolta a mitigare le differenze sociali, senza modificare sostanzialmente le precedenti politiche. Il paese si aprì ulteriormente all’esterno e in particolare agli Stati Uniti, grazie a un accordo bilaterale. Nel 1996 il paese divenne membro associato del Mercosur. Nell’aprile 1990 venne istituita una commissione di indagine sulla violazione dei diritti umani compiute durante il regime di Pinochet, che ottenne un primo risultato con la condanna dei militari responsabili dell’uccisione del ministro degli Esteri del governo Allende, Orlando Letelier, avvenuta nel 1976 mentre questi era in esilio negli Stati Uniti.

La Concertazione si assicurò anche le elezioni presidenziali del 1993, in cui il democratico cristiano Eduardo Frei Ruiz-Tagle, figlio dell’ex presidente Eduardo Frei Montalva, sconfisse l’avversario Arturo Alessandri Besa (nipote dell’ex presidente Arturo Alessandri Palma).

7.9

Il peso del passato

La transizione del paese verso un regime più compiutamente democratico fu ostacolata dalla Costituzione voluta da Pinochet e dalle forze armate, che i partiti democratici cileni, privi di una maggioranza qualificata in Parlamento, non riuscirono a emendare. A causa del sistema elettorale voluto da Pinochet, la vittoria della coalizione di centrosinistra nelle elezioni del 1997 non si tradusse infatti in una netta maggioranza in Parlamento. La debolezza della coalizione di governo era ancor più accentuata al Senato, dove l’opposizione – grazie ai nove membri nominati direttamente dalla Corte Suprema e dal Consiglio per la sicurezza nazionale, cioè l’esercito, e al seggio occupato di diritto da Pinochet come ex presidente – disponeva della maggioranza. L’attività parlamentare e governativa fu peraltro condizionata dal timore della ripresa dello scontro sociale e dallo spettro di un nuovo pronunciamento militare.

Le divisioni all’interno del mondo politico e della società cilena si rivelarono drammaticamente quando l’ex dittatore Pinochet fu arrestato a Londra nell’ottobre 1998 dalle autorità britanniche, su richiesta di un magistrato spagnolo, titolare di un’imponente inchiesta sull’uccisione di cittadini spagnoli durante gli anni della dittatura militare. Il Cile si divise infatti in due parti, separate tra loro da un muro di ostilità: una accolse positivamente l’arresto di Pinochet, considerandolo come un parziale risarcimento per le sofferenze da questi inflitte al paese e un’occasione per riflettere sul passato; l’altra considerò l’episodio un’intollerabile ingerenza negli affari interni del Cile. Lo stesso governo di centrosinistra, schierandosi con molti suoi membri a difesa di una “riconciliazione nazionale” tanto invocata quanto ancora lontana dal compiersi, ingaggiò una lunga battaglia diplomatica per evitare il processo all’ex dittatore, chiedendone ufficialmente il rilascio.

La questione fu risolta infine con un artificio diplomatico. Sulla base di una dubbia perizia medica, la Gran Bretagna negò l’estradizione di Pinochet ai paesi che l’avevano richiesta (alla Spagna si erano aggiunti il Belgio, la Svizzera e la Francia), consentendogli, agli inizi del marzo 2000, di rientrare nel suo paese, dove solo due settimane dopo il Congresso votò un emendamento alla Costituzione (la stessa imposta da Pinochet) che accordava l’immunità agli ex presidenti. L’emendamento – votato, oltre che dall’opposizione, dalla componente democristiana della maggioranza – era rivolto a disinnescare le stesse inchieste cilene a carico dell’ex dittatore.

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