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Libro di Giobbe Libro dell’Antico Testamento che ha come protagonista il personaggio di Giobbe. L’opera, che probabilmente prende le mosse da un nucleo derivante da antiche narrazioni popolari, mostra diverse stratificazioni interne: il prologo e l’epilogo vengono fatti risalire all’epoca che precede l’esilio degli ebrei (VII-VI secolo a.C.), mentre il corpus in poesia è collocato dalla critica biblica in un’epoca individuabile tra il 450 e il 400 a.C. Certamente il testo era completo nel 190 a.C. quando viene citato dal Siracide. Il libro appartiene alla letteratura sapienziale dell’Antico Testamento, che include l’Ecclesiaste e i Proverbi. Si suddivide in cinque sezioni: un prologo in prosa (capp. 1-2); una serie di dialoghi tra Giobbe e tre suoi amici, Elifaz, Bildad e Zofar (capp. 3-31), un dialogo tra Giobbe ed Eliu (capp. 32-37), il discorso di Dio nel turbine (38:1-42:6), in poesia, e un epilogo in prosa (42:7-17).
Satana, personaggio della corte divina (non ancora, dunque, il Diavolo) propone a Dio di mettere alla prova la fede di Giobbe convinto che quest’ultimo, ricco e sereno, sia anche pio e credente solo perché felice. Dio, pur mettendosi dalla parte di Giobbe, acconsente. Privato di tutti i suoi beni e con il corpo coperto di piaghe, Giobbe rifiuta comunque di offendere Dio, accettandone la volontà.
Tre amici, venuti per compiangere Giobbe, affermano che le sue pene e i suoi patimenti devono essere la punizione per qualche suo comportamento malvagio, ma Giobbe ribadisce categorico la propria innocenza, adirandosi poi per la superficialità dei giudizi degli amici e continuando a cercare una spiegazione alle proprie sofferenze.
Eliu, un quarto amico, interviene nella discussione e si infuria tanto con Giobbe quanto con i tre amici. Sostiene che Giobbe, contestando il giudizio di Dio, “aggiunge al suo peccato la rivolta” (34:37), e controbatte le sue asserzioni affermando che “l’Onnipotente noi non lo possiamo raggiungere, sublime in potenza e rettitudine e grande per giustizia” (37:23).
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