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Struttura articolo
Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
Nella seconda metà degli anni Ottanta si acuirono le contraddizioni provocate dalla modernizzazione. La liberalizzazione economica aveva dato origine a una forte inflazione, alimentata dall’emissione di quantitativi ingenti di moneta per sostenere il deficitario settore pubblico dell’economia cinese. Nel gennaio del 1987 Hu Yaobang fu costretto a dimettersi e Zhao Ziyang fu nominato segretario generale del Partito comunista. Il mutamento ai vertici ebbe luogo dopo un’ondata di manifestazioni studentesche che rivendicavano maggiore democrazia e libertà di espressione. Il XIII Congresso del Partito comunista, che si aprì in ottobre, segnò il trionfo della corrente di Deng, ufficialmente ritiratosi dal Comitato centrale. Li Peng fu confermato primo ministro e ad altri esponenti della nuova generazione di giovani tecnocrati vennero assegnati incarichi di rilievo. La morte di Hu Yaobang nell’aprile del 1989 fu seguita da una nuova ondata di dimostrazioni in nome della democrazia, che si intensificò in maggio (in concomitanza della visita a Pechino del leader sovietico Michail Gorbaciov) con appelli al governo per una glasnost di stile sovietico. I manifestanti occuparono il centro della capitale fino alla mattina del 4 giugno, quando truppe dell’esercito repressero in un bagno di sangue la protesta di piazza Tienanmen. Nei mutamenti politici che seguirono, Zhao Ziyang – che si era pronunciato a favore dei dimostranti – fu privato di ogni incarico nel partito, alla cui guida fu chiamato Jiang Zemin. Deng rinunciò alla sua ultima carica ufficiale nel marzo del 1990, ma conservò una grande influenza sulla politica cinese. Nel marzo del 1993 Jiang Zemin fu eletto alla presidenza della Cina; alla morte di Deng, avvenuta nel febbraio del 1997, il potere si concentrò nelle sue mani. Ulteriori cambiamenti ai vertici del partito si ebbero tra il Congresso del Partito comunista, svoltosi nel settembre del 1997, e l’Assemblea nazionale del marzo 1998, con la vittoria di Jiang Zemin su Qiao Shi, il suo più forte concorrente in seno al partito, e la nomina alla carica di primo ministro di Zhu Rongji al posto di Li Peng.
Il Congresso del 1997 rappresentò per la Cina l’inizio di una nuova e profonda svolta politica ed economica. Sul piano politico, venne lanciata la lotta contro la corruzione nel partito, che venne ulteriormente aperto alla partecipazione dei tecnocrati; il governo intraprese inoltre una riforma globale dell’amministrazione, con la diminuzione delle cariche ministeriali e direttive e con un generale svecchiamento della leadership. Il paese compì nel contempo altri grandi passi verso il cambiamento del sistema economico in senso capitalistico, sintetizzato nella formula “socialismo di mercato”. L’industria venne abbondantemente ristrutturata e vennero create nuove “zone economiche speciali” che attrassero, per le favorevolissime condizioni di investimento, molti capitali stranieri. La riforma economica e la privatizzazione delle imprese statali, avviata a partire dal 1996, provocò tuttavia la chiusura di migliaia di aziende pubbliche, causando un sensibile aumento della disoccupazione e del malcontento sociale, sfociato in molte occasioni in violenta protesta. Ad aggravare la situazione sopraggiunse la crisi finanziaria che colpì dal 1997 i mercati asiatici, a partire dalla borsa di Hong Kong. Con la decisione politica di non svalutare lo yuan allineandolo alle monete degli altri paesi della regione, la Cina si accollò un ulteriore costo, derivato dalla perdita di competitività dei suoi prodotti sul mercato internazionale. Con le modifiche costituzionali del 1999, la Cina riconobbe ufficialmente il diritto alla proprietà privata e la legalità del settore economico privato. Le modifiche rivestirono tuttavia un significato solo formale, volto più a rafforzare l’immagine del paese all’esterno che non a guidare gli sviluppi sociali ed economici interni. Il processo di modernizzazione avviato negli anni Ottanta e intensificatosi nel decennio successivo, aveva infatti già determinato, nell’indifferenza di regole e leggi, lo sviluppo di un forte settore privato accanto a quello pubblico. La riforma costituzionale si limitò quindi a prendere atto della nuova realtà economica, senza prevedere una più chiara definizione del quadro giuridico-istituzionale, diventata indispensabile sia per governare meglio la modernizzazione, sia per limitare gli estesi fenomeni di corruzione e di criminalità che l’avevano accompagnata. Le campagne di moralizzazione lanciate dal governo centrale contro la corruzione nel partito e il fenomeno mafioso, diedero infatti risultati controversi, anche per l’attitudine delle stesse autorità centrali e soprattutto di quelle periferiche a sottovalutare il problema. Ancora più formale risultò l’introduzione nella Costituzione del principio dello “stato di diritto”; la leadership cinese continuò infatti a rinviare l’introduzione di riforme (e a giustificare il permanere di un controllo pressoché totale del partito sulla società cinese) nel timore di una crescita dell’opposizione al regime e dell’esplosione di lotte sociali. Per certi aspetti, a provocare l’aumento dell’instabilità, oltre agli effetti della profonda ristrutturazione economica, fu la stessa condotta del regime; il continuo rinvio di una reale riforma che assicurasse alla società cinese maggiori diritti politici e civili, aveva suscitato negli anni Ottanta un vasto movimento di dissenso che non si era spento nemmeno con la violenta repressione di piazza Tienanmen. La miscela ideologica di nazionalismo e confucianesimo che il partito aveva utilizzato nel tentativo di ricreare la coesione sociale, aveva peraltro provocato un’inedita diffusione di sette (tra cui la temuta Falun Gong, i cui membri vengono stimati in milioni) ostili allo stesso processo di modernizzazione. I consistenti risultati economici e diplomatici ottenuti non consentirono quindi a Zhu Rongji né di conquistare alle sue posizioni tutto il partito – preoccupato di perdere il consenso della sua base operaia e contadina – né l’esercito, una cospicua parte del quale continuò a nutrire scetticismo nei confronti della scelta capitalistica e timore per l’aumento della disgregazione sociale e della criminalità. Il compito della leadership cinese si presentava quindi, alla fine del XX secolo, particolarmente arduo, dovendo conciliare l’esigenza di integrarsi nel sistema economico mondiale e quella di mantenere unito un enorme e popoloso paese, attraversato da laceranti contraddizioni.
Il 1° luglio del 1997, dopo 156 anni di colonizzazione britannica, Hong Kong tornò alla Cina. Nel dicembre 1999 fu la volta di Macao, dal 1849 sotto la sovranità portoghese. Pechino si impegnò a non sconvolgere gli ordinamenti politici ed economici delle due ex colonie, secondo il principio “un paese, due sistemi”. I cambiamenti nella politica interna determinarono un inedito miglioramento nelle relazioni internazionali della Cina, che tuttavia subirono uno stallo alla fine degli anni Novanta. Dopo diversi anni di apertura, i rapporti tra Cina e Stati Uniti, nonostante lo scambio di visite ai più alti livelli avvenuti nel 1997-98, peggiorarono sensibilmente. I due paesi sfiorarono infatti gravi crisi diplomatiche quando, nel maggio 1999, durante la crisi del Kosovo, l’ambasciata cinese a Belgrado fu colpita dagli aerei della NATO, e quando, poche settimane dopo, Washington denunciò una sistematica attività di spionaggio durata 25 anni, attraverso la quale Pechino sarebbe entrata in possesso di importanti informazioni sugli armamenti nucleari e sui dispositivi balistici statunitensi. Tuttavia, alla fine dell’anno più travagliato per le relazioni tra i due paesi, nel novembre del 1999 Cina e Stati Uniti firmarono (smentendo le voci che davano per imminente una clamorosa rottura dei negoziati) uno storico accordo commerciale, che apriva alle merci statunitensi quello che era stato definito il “mercato più grande del mondo”. L’accordo, sul quale la leadership cinese era profondamente divisa, costituì un’importante vittoria per Zhu Rongji e un rafforzamento della sua posizione nel Partito comunista cinese. Gli accordi, preliminari all’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale per il commercio (WTO), furono seguiti nel maggio 2000 da analoghi accordi sottoscritti con l’Unione Europea. Dopo la riunificazione con Hong Kong, la diplomazia cinese compì grossi sforzi per indurre anche Taiwan a tornare sotto l’autorità di Pechino. Benché nel corso degli anni Novanta Cina e Taiwan (considerata da Pechino la “provincia ribelle”) avessero stabilito buone relazioni commerciali e massicci fossero gli investimenti taiwanesi sul continente, i rapporti politici e diplomatici erano rimasti tesi e avevano più volte sfiorato la rottura e lo scontro militare. Il dialogo tra i due paesi subì una nuova battuta d’arresto in seguito alle elezioni svoltesi a Taiwan nel marzo 2000, quando il Guomindang (che dopo cinquant’anni di ininterrotto potere era diventato più possibilista circa la riunificazione) venne nettamente sconfitto dal Partito democratico progressista e Chen Shui-bian, inviso a Pechino per le sue posizioni fortemente nazionaliste, fu eletto alla presidenza. Le tensioni con Taiwan ebbero una pesante ricaduta sulle relazioni internazionali cinesi, in particolare con gli Stati Uniti. Con l’insediamento alla presidenza di George W. Bush, Washington modificò infatti il suo l’atteggiamento; lo status di “concorrente strategico” che la nuova amministrazione statunitense assegnò alla Cina (in sostituzione di quello di “partner strategico” di cui aveva goduto con l’amministrazione Clinton), fece temere infatti alla leadership cinese un deterioramento delle relazioni tra i due paesi e la ripresa di una pericolosa corsa per l’egemonia nell’Asia orientale. Agli inizi del 2001, la decisione della nuova amministrazione statunitense di sbloccare la vendita di armi a Taiwan e l’allusione di Bush alla possibilità di allacciare formali relazioni con Taiwan (la cui indipendenza non è riconosciuta dalle Nazioni Unite) fecero riaccendere lo scontro diplomatico tra i due paesi. Nell’aprile dello stesso anno, con un incidente che coinvolse nei cieli cinesi i velivoli delle due aviazioni militari, la crisi diplomatica tra Pechino e Washington giunse sull’orlo della rottura. La questione taiwanese e quella dei diritti umani – per la quale la Cina era stata più volte ammonita dalla comunità internazionale – non frenarono la corsa della Cina sulla scena internazionale. Nel luglio 2001, il paese fu scelto dal Comitato olimpico internazionale per ospitare i Giochi olimpici del 2008; alla fine dello stesso anno, la Cina entrò ufficialmente nell’Organizzazione mondiale per il commercio.
Nell’autunno del 2001, dopo l’attacco terroristico subito dagli Stati Uniti l’11 settembre (vedi anche vedi Stati Uniti d’America: 11 settembre 2001), si acuirono le tensioni nella provincia dello Xinjiang, base di un forte movimento separatista uiguro, contro il quale Pechino intensificò le azioni repressive. Nella primavera del 2003, il XVI Congresso del Partito comunista sancì l’ascesa ai vertici del paese della cosiddetta “quarta generazione” dei quadri comunisti. Raggiunti i limiti di età di settant’anni, Zhu Rongji, Jiang Zemin e Li Peng, i principali protagonisti della modernizzazione cinese, furono sostituiti da Wen Jiabao (premier), Hu Jintao (segretario del partito e presidente della Repubblica) e Wu Banqquo (presidente del Parlamento), tutti esponenti della corrente riformatrice del partito. Sul piano internazionale, la nuova leadership condannò l’attacco lanciato dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna contro l’Iraq e avviò una strategia di cooperazione con molti paesi asiatici, africani e sudamericani per assicurarsi il rifornimento di materie prime e conquistare nuovi mercati per le merci cinesi. Con l’India, suo principale competitore asiatico, la Cina sottoscrisse nel giugno 2003 un importante accordo di cooperazione economica e politica. In ottobre, con il lancio nello spazio di una capsula abitata, il paese si impose come una delle maggiori potenze scientifiche e tecnologiche del mondo.
Nel novembre 2006 si svolge a Pechino il summit Cina-Africa, rivolto a instaurare più profonde relazioni economiche e politiche tra il paese asiatico e quelli africani; al summit segue, nel febbraio 2007, un viaggio del presidente cinese Hu Jintao in otto paesi africani. In aprile, il capo del governo cinese Wen Jiabao, in visita a Tokyo, viene accolto dal Parlamento giapponese, al quale rivolge un appello ad appianare le annose controversie tra i due paesi. In ottobre la Cina lancia una sonda orbitale verso la Luna. Nel marzo 2008 un’insurrezione anticinese in Tibet, rivolta secondo le autorità di Pechino a boicottare le imminenti Olimpiadi, viene repressa nel sangue. Il Dalai Lama, accusato da Pechino di promuovere la rivolta, si appella ai tibetani per far cessare le violenze e propone alla Cina l’avvio di un negoziato per la definizione dello status della provincia. Il 12 maggio un sisma di magnitudo 7,8 della scala Richter colpisce la provincia del Sichuan, nella Cina centrale. Il disastroso terremoto, che causa decine di migliaia di vittime e ingentissimi danni economici, è avvertito a migliaia di chilometri di distanza.
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