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Struttura articolo
Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
L’agricoltura è da millenni il tradizionale caposaldo dell’economia cinese. Essa si impose sulle pratiche pastorali delle popolazioni nomadi turche e mongole, acquisendo nel tempo un rilevante significato sociale oltre che economico; l’agricoltura e la classe dei contadini, nella visione confuciana, erano infatti centrali per il mantenimento dell’ordine cosmico. L’agricoltura cinese ebbe un forte sviluppo iniziale grazie all’introduzione di innovazioni tecniche sconosciute in Europa e allo sviluppo delle opere per l’irrigazione e il controllo delle acque, di norma realizzate dal potere centrale; per molti secoli si conservò poi scarsamente meccanizzata e fortemente condizionata dai fenomeni naturali. A partire dall’XI secolo d.C., sotto la dinastia Sung, si sviluppò una economia basata, oltre che sull’attività agricola, sul commercio e su forme sofisticate di artigianato, i cui prodotti erano conosciuti anche in Europa. Alla crescita dell’attività scientifica corrispose peraltro un forte sviluppo delle tecniche agricole e in particolare di quelle per la coltivazione del riso, della seta, del cotone. Sotto la dinastia Sung la popolazione cinese passò in meno di due secoli da poche decine di milioni a più di cento milioni. Con i Ching la Cina conobbe un altro periodo di grande prosperità e di espansione demografica; verso la metà del XIX secolo contava infatti più di 300 milioni di abitanti. Sconfitta nelle guerre dell’oppio, la Cina fu costretta a concedere alle potenze occidentali consistenti privilegi commerciali e territoriali. L’influenza occidentale, dalle sue basi nelle maggiori città portuali, si spinse verso l’interno del paese. La penetrazione occidentale ebbe effetti deleteri per la società e l’economia cinesi; il paese entrò in una profonda crisi, che nemmeno l’istituzione della repubblica nel 1912 avrebbe risolto. La frammentazione della Cina in una miriade di potentati controllati e difesi dai cosiddetti signori della guerra, l’esplosione del conflitto civile e l’occupazione giapponese peggiorarono la già gravissima situazione. Nel 1949 la guerra, durata quasi trent’anni, si concluse con la vittoria delle forze comuniste guidate da Mao Zedong. Imposto un regime socialista e nazionalizzate tutte le risorse, il Partito comunista cinese avviò la ricostruzione della struttura economica del paese, rivolgendo una particolare attenzione alle aree rurali e all’agricoltura. Il nuovo governo diede infatti avvio a una riforma agraria che portò alla ridistribuzione della terra a 300 milioni di contadini che furono organizzati in cooperative agricole. Il primo piano quinquennale (1953-1958) cambiò il volto dell’economia cinese, apportando profonde modifiche in tutti i settori e in particolare in quello industriale, con la creazione di una potente industria pesante (vedi Economia pianificata). Conclusa la collettivizzazione dell’agricoltura nel 1956 con la creazione di comuni rurali (“Comuni del popolo”), nel 1958 il governo cinese avviò un secondo piano quinquennale dagli ambiziosi obbiettivi. Negli anni successivi, gli effetti delle lotte al vertice del potere e una serie di clamorosi errori condussero al fallimento del cosiddetto Grande balzo in avanti, che gettò il paese nel caos e provocò una drammatica carestia nella quale trovarono la morte diversi milioni di persone. Dopo il 1960 l’economia cinese entrò in un periodo di riassestamento; nel 1965 la produzione, fortemente sostenuta dal governo, raggiunse livelli paragonabili a quelli del precedente decennio. Un terzo piano quinquennale fu avviato nel 1966, ma la sua efficacia fu compromessa dalla contemporanea esplosione dello scontro politico della rivoluzione culturale. Alla morte di Mao Zedong, avvenuta nel 1976, la Cina si era ormai affermata come uno dei maggiori paesi agricoli e industriali del mondo; in poco più di vent’anni, nonostante i drammatici periodi di crisi economica e politica, aveva raggiunto l’autosufficienza alimentare e creato un forte apparato industriale; inoltre, alla stragrande maggioranza dei cittadini erano garantiti i diritti all’istruzione e alla sanità. Rinsaldatosi sotto la guida di Deng Xiaoping, lo stato cinese promosse una campagna di sviluppo chiamata delle “quattro modernizzazioni” (dell’agricoltura, dell’industria, della ricerca scientifica, dell’esercito), che si proponeva di introdurre, attraverso una profonda ristrutturazione dei comparti produttivi, elementi di mercato nell’economia socialista. Altre misure introdotte negli anni Ottanta favorirono un ulteriore decentramento della pianificazione economica e la liberalizzazione dei prezzi al consumo. La fase di espansione economica inaugurata alla fine degli anni Settanta fece della Cina la più grande potenza asiatica e una delle maggiori potenze economiche del mondo. Dopo il XIV Congresso del Partito comunista cinese, svoltosi nel 1992, la Cina adottò ufficialmente un sistema economico “socialista di mercato”; l’espressione, non priva di ambiguità, indica un sistema in cui lo stato non ha più il compito di detenere la proprietà dell’apparato produttivo, né di occuparsi direttamente della sua gestione, ma di far sì che lo sviluppo interessi tutte le regioni del paese e che la ricchezza sia equamente distribuita tra le classi sociali e continui a garantire il funzionamento di efficienti servizi pubblici. Nel 1999 venne introdotta l’ultima importante innovazione, con il riconoscimento ufficiale della proprietà privata. La grande trasformazione economica, se ha fatto della Cina una formidabile potenza economica, ha tuttavia portato in pochi anni alla diffusione di nuovi fenomeni che espongono il paese a forti rischi di destabilizzazione: l’abbandono delle campagne e la concentrazione della popolazione nelle periferie delle città e nei poli industriali; l’aumento della disoccupazione, provocato dalla chiusura di molte industrie statali e dalla ristrutturazione dell’apparato amministrativo; la concentrazione della ricchezza nelle mani di una classe imprenditoriale non sempre all’altezza del suo ruolo; la comparsa di un esteso ceto di poveri; lo sviluppo di acute tensioni sociali, culturali, religiose nella società e tra le diverse regioni dell’immenso stato cinese. Il prodotto interno lordo nel 2006 fu di 2.645 miliardi di dollari USA, pari a un PIL pro capite di 2.000 dollari. Nel 2006 il settore primario contribuiva alla sua formazione per l’11,7%, l’industria (che comprende i settori manifatturiero, minerario, energetico ed edile) per il 48,4% e il settore dei servizi per il 39,9%.
L’agricoltura, tradizionale risorsa economica del paese, continua a rappresentare un settore importante. I terreni coltivabili non coprono più del 16,7% della superficie complessiva del paese e si trovano soprattutto nelle regioni orientali. Il consistente aumento della produzione agricola avvenuto a partire dal 1949 e il raggiungimento dell’autosufficienza alimentare furono dovuti all’introduzione di moderne tecniche di coltivazione e ai cambiamenti apportati all’organizzazione dell’attività. Le comuni create nel 1958 – che nel 1979 erano circa 52.000 – divennero le nuove unità socio-economiche e garantirono il raggiungimento degli obiettivi posti dallo stato. Il sistema permise di condurre esperimenti su grande scala, quali lo sviluppo di nuovi metodi di irrigazione e drenaggio. Questi, assieme a un uso massiccio di fertilizzanti, permisero di ottenere fino a tre raccolti l’anno, soprattutto nelle valli del bassopiano cinese e nel medio e basso corso del Chang Jiang, causando tuttavia l’impoverimento dei suoli. All’inizio degli anni Novanta lo stato, per combattere la carenza di derrate alimentari conseguente all’aumento della media dei consumi pro capite, riorganizzò il metodo collocando la famiglia al centro del sistema di produzione, concedendole di concordare singolarmente con le autorità locali i quantitativi da produrre e le eccedenze da vendere liberamente. La rigida pianificazione precedente, dettata dalla forte pressione esercitata sui terreni arabili, divenne più elastica e fu promossa un’economia di tipo misto, più rispettosa dell’ambiente e maggiormente remunerativa. Per integrare la produzione, sono state recentemente create più di 2000 aziende agricole statali, alcune delle quali a scopo sperimentale o per la produzione di raccolti destinati ai mercati urbani o esteri. Queste aziende si trovano spesso in zone vergini dove la densità di popolazione rurale è bassa e dove attrezzature moderne, normalmente poco diffuse, possono essere utilizzate con efficacia.
Circa l’80% dei terreni agricoli è destinato alla produzione alimentare. La Cina è il primo produttore mondiale di cereali e di riso; quest’ultimo è la principale coltura del paese, e viene coltivato nella valle del Chang Jiang, nel delta dello Zhu Jiang e nel bacino del Sichuan, cioè nella sezione della Cina più soggetta al clima monsonico, con precipitazioni più elevate (la cosiddetta “Cina umida”). Un altro cereale di cui il paese è primo produttore mondiale è il frumento, coltivato a nord del fiume Huai, nel bassopiano cinese e nelle valli dei fiumi Wei e Fen, nella regione del Loess (la Cina meno piovosa). Nella Cina settentrionale e in Manciuria sono importanti le produzioni di miglio (di cui la Cina è il quarto produttore mondiale), sorgo e caoliang (un’altra specie di sorgo). Il mais occupa circa il 20% delle aree coltivate; la produzione di avena è importante nella Mongolia centrale e nella regione occidentale, principalmente in Tibet. Altre colture di rilievo sono batate, patate, ortaggi e frutta, come quella tropicale, nell’isola di Hainan, mele e pere nelle province settentrionali di Liaoning e Shandong, e agrumi nella Cina meridionale. Tra i semi oleosi si coltivano la soia (di cui è il quarto produttore mondiale) soprattutto nella Cina settentrionale e in Manciuria; arachidi, nello Shandong e nello Hebei; sesamo, girasole e, nel Sichuan, il tung. Uno dei principali prodotti da esportazione è il tè, le cui principali piantagioni si trovano nelle aree collinari della valle del Chang Jiang e nelle province sudorientali di Fujian e Zhejiang. Lo zucchero viene ricavato soprattutto dalla canna, coltivata nelle province di Guangdong e Sichuan. Fiorente è inoltre la coltivazione di piante tessili, tra cui il cotone, di cui la Cina è il maggiore produttore mondiale, concentrata soprattutto nel bassopiano cinese, oltre che nella regione del Loess, nel basso e medio corso del Chang Jiang. Altre importanti piante tessili sono ramiè, iuta, canapa, lino. Il paese è infine primo produttore mondiale di seta naturale, la cui produzione si basa sulla sericoltura, attività tradizionale del paese praticata nelle regioni centrali e meridionali, soprattutto nel delta del Chang Jiang.
In Cina l’allevamento costituisce una risorsa molto importante. Nelle zone agricole più sfruttate, la povertà dei terreni destinabili al pascolo limita fortemente l’allevamento di bovini, ovini e caprini. Ma in compenso è notevolmente diffuso quello dei suini, fondamentale per l’alimentazione. La pastorizia è largamente praticata nelle regioni occidentali, dove i pastori si dedicano prevalentemente all’allevamento di ovini, caprini e cammelli. Nelle zone più elevate del Tibet l’animale più allevato è lo yak, che fornisce latte e carni e di cui si utilizza anche lo sterco come combustibile, mentre con la pelle dell’animale vengono prodotti abiti e tende.
Nonostante la pesca sia praticata tuttora con metodi piuttosto antiquati, la Cina è tra i primissimi produttori di pesce del mondo. Nel paese sono presenti numerosi allevamenti ittici, in particolare di carpe, uno degli elementi base dell’alimentazione cinese. Le principali regioni produttrici si trovano vicino ai distretti urbani nella bassa e media valle del Chang Jiang e nel delta dello Zhu Jiang. I mari più pescosi sono il Mar Cinese meridionale e il Bo Hai.
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