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Socrate

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Lisippo: Busto di SocrateLisippo: Busto di Socrate
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L’ironia socratica

Il contributo socratico in filosofia fu soprattutto di carattere etico: egli invitava i suoi interlocutori, mediante tecniche retoriche in parte simili a quelle sofistiche, a trovare una formulazione oggettiva dei concetti di giustizia, amore e virtù, e a coltivare la conoscenza di sé. L'interlocutore, dichiaratosi esperto di una determinata disciplina, veniva provocato da Socrate, il quale, proclamandosi ignorante e affermando di avere come unica certezza quella di non sapere, chiedeva il suo soccorso. Interrogato da Socrate, passo dopo passo, l'altro vedeva poste in dubbio fino alle fondamenta le proprie certezze.

Questo metodo d'indagine era volto a far scaturire e a fissare una definizione individuale della virtù che potesse nel contempo valere universalmente, in opposizione all'orientamento relativista dei sofisti. Tuttavia anche Socrate non espresse mai dottrine positive o formulazioni definitive, né si possono accogliere i Dialoghi platonici come una formulazione rigorosamente oggettiva del suo insegnamento. Si può solo arguire che Socrate avesse considerato la 'virtù' – qualunque fosse la sua definizione – una forma di sapere; di conseguenza, l'azione malvagia o il vizio non sarebbero altro che il risultato dell'ignoranza. È passata alla storia anche la sua ironia, la fascinosa forma di dissimulazione retorica che avvinse pensatori come Kierkegaard e Nietzsche.

Tra i suoi allievi, oltre a Platone, si contano Antistene, fondatore della scuola cinica, e Aristippo, fondatore della scuola cirenaica, una delle fonti del pensiero di Epicuro. Alcuni stoici come Epitteto, Seneca e l'imperatore romano Marco Aurelio, considerarono Socrate la guida verso una vita superiore.

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Il processo

Nel 399 a.C. Socrate venne accusato da tre concittadini, membri del partito democratico, di non riconoscere gli dei di Atene (forse in riferimento al daímon) e di corrompere i giovani. L'Apologia di Platone espone l'appassionata autodifesa di Socrate, che rifiutò di farsi difendere al processo. Pur potendo salvarsi dalla condanna richiesta (la pena di morte) dichiarandosi colpevole, rimase coerente fino alla fine con le proprie convinzioni etiche e non rinunciò alla sua idea del bene per abbracciare la volontà strumentale di una fazione politica. Quando, secondo il costume ateniese, formulò una controproposta alla pena di morte chiedendo alla corte di pagare solo una piccola multa, irritò a tal punto la giuria che la maggioranza votò per la pena di morte.

Benché i suoi amici intendessero organizzare una fuga dalla prigione, come racconta Platone nel Critone, Socrate preferì obbedire alla legge e morire senza commettere un'illegalità. Trascorse l'ultimo giorno di vita nel carcere con amici e discepoli, e la sera, secondo il resoconto del Fedone di Platone, si diede serenamente la morte bevendo la cicuta, veleno con il quale nell'antica Atene venivano eseguite le condanne.

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