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Struttura articolo
Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
Suharto impresse alla sua politica una direzione del tutto contraria a quella del suo predecessore. L’Indonesia pose fine al conflitto con la Malaysia e divenne una roccaforte occidentale promuovendo la costituzione dell’ASEAN (Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico). Il governo, controllato dall’esercito, incoraggiò gli investimenti stranieri ricevendo cospicui aiuti economici dai paesi industrializzati (soprattutto Stati Uniti e Giappone). Negli anni Settanta il paese conobbe una forte crescita economica, che favorì tuttavia il sistema di potere legato al clan di Suharto e all’esercito, alimentando la corruzione. Al fine di preservare i rapporti con l’Occidente, Suharto salvò le apparenze della democrazia, consentendo la costituzione di due partiti (ufficialmente indipendenti, ma in realtà controllati dal regime) e lo svolgimento di elezioni, sebbene del tutto controllate dal suo partito, il Golkar. Le proteste – che iniziarono a manifestarsi diffusamente già agli inizi degli anni Settanta anche contro i mastodontici piani di trasferimento della popolazione – vennero affrontate con una feroce repressione che costò la vita a migliaia di persone. Per molti anni, la grave situazione interna non intralciò le relazioni economiche e diplomatiche indonesiane. Solo nel dicembre del 1975, l’invasione dell’ex colonia portoghese di Timor Orientale, accompagnata dallo sterminio di decine di migliaia di persone, venne severamente condannata dall’ONU e provocò l’isolamento internazionale del paese. Da allora, il regime di Suharto fu costretto non solo a fronteggiare la resistenza armata timorese, ma anche l’insorgenza di una sanguinosa guerriglia nazionalista in altre aree dell’arcipelago indonesiano. A Giava, la principale opposizione al regime di Suharto venne espressa soprattutto dagli studenti e dai musulmani, protagonisti nel 1978 e nel 1984 di rivolte brutalmente represse. La crescente domanda di giustizia sociale e di apertura alla democrazia non mutò il carattere repressivo e corrotto del regime di Suharto, che negli anni Ottanta venne fatto oggetto di aspre critiche provenienti anche dall’esercito e dalle potenti organizzazioni ufficiali musulmane. Nel 1996 il regime di Suharto diede un primo segno di cedimento, quando Megawati Sukarnoputri, figlia di Sukarno, fu estromessa dalla presidenza del Partito democratico indonesiano, provocando violentissimi disordini sedati a fatica dall’esercito. Altri disordini sconvolsero verso la fine dell’anno Giava e il Kalimantan.
Nel 1998 la crisi economica del paese si acuì, provocando una diffusa sommossa contro Suharto, che il 10 marzo costrinse tuttavia il Parlamento indonesiano a rieleggerlo per la sesta volta alla presidenza del paese. Nonostante la violenta repressione, la rivolta, che ebbe il suo centro nelle università, non si spense, costringendo Suharto a dimettersi il 21 maggio, dopo 32 anni di potere ininterrotto. Il successivo tentativo di conservare intatto il sistema di potere basato sul Golkar e sull’esercito fallì grazie alla mobilitazione popolare e alle forti pressioni internazionali (in particolare quelle del potente alleato statunitense). Succeduto a Suharto alla presidenza del paese, Jusuf Habibie stabilì un dialogo con le opposizioni, introdusse libertà politiche e civili e promise elezioni democratiche e libere. Habibie riprese anche le trattative con le forze indipendentiste di Timor Orientale (al cui leader, Xanana Gusmão, vennero concessi gli arresti domiciliari dopo diversi anni di detenzione in carcere), nonostante l’ostilità di una parte dell’esercito e delle milizie filoindonesiane dell’isola, che minacciarono nuove violenze. Agli inizi di maggio 1999, l’Indonesia e il Portogallo pervennero a un accordo su Timor Orientale che stabiliva lo svolgimento di un referendum, da tenersi nell’agosto successivo, attraverso il quale l’ex colonia portoghese annessa all’Indonesia nel 1976 avrebbe scelto se accettare la proposta di Giacarta (di restare cioè sotto la sovranità indonesiana usufruendo di un’ampia autonomia), oppure rendersi del tutto indipendente. Il 7 giugno 1999 in Indonesia si svolsero le prime elezioni democratiche, il cui risultato fu proclamato da Habibie solo il 20 di agosto. Nonostante le forti pressioni di un apparato di partito ancora potente e dell’esercito, il Golkar ottenne solo il 21% dei voti, a fronte del 37,4% del Partito democratico indonesiano-Lotta di Megawati Sukarnoputri e del buon risultato di nuovi partiti nati in seno all’opposizione moderata, in particolare il Partito del risveglio nazionale e il Partito del mandato nazionale, espressione delle due potenti associazioni islamiche, la Nahdlatul Ulama di Abdurrahman Wahid e la Muhammadjiyah di Amien Raïs.
In un clima di violenza provocato dalle milizie filoindonesiane spalleggiate dall’esercito di Giacarta, il 30 agosto 1999 a Timor Orientale si svolse un referendum che respinse a grande maggioranza la proposta di Giacarta, scegliendo l’indipendenza. Il 4 settembre, poche ore dopo la proclamazione dei risultati, si scatenò la violentissima reazione delle milizie filoindonesiane, che nell’arco di pochi giorni misero a ferro e fuoco centinaia tra città e villaggi, uccidendo migliaia di persone e costringendone alla fuga centinaia di migliaia. Il 15 settembre l’ONU autorizzò l’invio di una forza di pace, che, costituita soprattutto da truppe australiane, il 24 settembre sbarcò a Timor Orientale. A ottobre, il Parlamento indonesiano fu costretto dalle pressioni internazionali a ratificare i risultati del referendum, annullando l’annessione del 1976.
Nel settembre del 1999 il Parlamento indonesiano elesse Abdurrahman Wahid alla presidenza e Megawati Sukarnoputri alla vicepresidenza del paese. Leader della Nahdlatul Ulama, la maggiore organizzazione islamica indonesiana, ma popolare anche al di fuori della comunità islamica per la sua visione laica della democrazia e dello stato, Wahid avviò un tentativo riformatore, scontrandosi ben presto sia con i settori legati al vecchio regime di Suharto, sia con la Muhammadjiyah – l’altra forte organizzazione islamica guidata dal presidente del Parlamento Amien Raïs – sostenitrice di un ruolo più centrale dell’islam nella società. Il presidente Wahid – la cui posizione era già compromessa dalla conflittualità all’interno del governo di unità nazionale – fu così coinvolto in una furibonda lotta per il potere. Accusato di corruzione e censurato dal Parlamento, Wahid fu sottoposto a una violenta offensiva da parte della Muhammadjiyah, che prima richiese a gran voce le sue dimissioni e in seguito promosse la procedura di impeachment. Il drammatico braccio di ferro si concluse nell’estate 2001, quando Wahid, sempre più isolato, compì un ultimo tentativo di conservare il potere decretando lo stato di emergenza, ma, perso il sostegno dell’esercito e abbandonato anche dai suoi collaboratori, fu destituito il 23 luglio dal Parlamento che aveva rifiutato di sciogliersi; al suo posto fu nominata la vicepresidente Megawati Sukarnoputri.
Megawati Sukarnoputri salì alla presidenza indonesiana forte di un ampio sostegno interno e internazionale. Il suo compito era tuttavia difficile: riformare il sistema politico e debellare il fenomeno della corruzione; rilanciare l’economia; fronteggiare il grave conflitto separatista a Sumatra, ad Aceh e nella provincia di Papua (dove, nella primavera del 2000, le milizie nazionaliste avevano proclamato l’indipendenza) e quello etnico e religioso, che nell’arcipelago delle Molucche stava causando migliaia di vittime e decine di migliaia di profughi. Dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti (vedi anche vedi Stati Uniti d’America, Storia: 11 settembre 2001), Megawati Sukarnoputri offrì il suo sostegno alla strategia antiterrorismo promossa da Washington, impegnandosi a contrastare i gruppi islamici radicali presenti nel paese. In seguito a difficili trattative condotte con i separatisti, nel gennaio 2002 venne istituita ad Aceh una “regione speciale” dotata di ampia autonomia; Megawati Sukarnoputri promosse un analogo provvedimento per Papua (ex Irian Jaya), che venne però bocciato dal governo. A febbraio, le maggiori organizzazioni delle comunità cristiane e musulmane delle Molucche pervennero a una tregua, ignorata però dal Laskar Jihad, la fazione islamica più estremista. Nei mesi seguenti, l’Indonesia fu investita da un’ondata terroristica che culminò a ottobre in un sanguinoso attentato a Bali (attribuito dal governo all’organizzazione islamica Jamaa Islamiyah, sospettata di collusione con Al Qaeda di Osama Bin Laden), in cui trovarono la morte più di 190 persone tra cui molti turisti australiani e britannici. Nonostante una tregua stipulata a dicembre con le forze separatiste, ad Aceh si intensificarono i combattimenti, che portarono nel maggio 2003 alla proclamazione della legge marziale. La situazione del paese, già precaria, si deteriorò ulteriormente, a partire dal 2002, per la diffusione di una serie di epidemie (SARS, influenza aviaria, dengue), che causarono diverse vittime e ingenti danni economici. Le elezioni legislative del marzo 2004 videro il ritorno del Golkar, il partito dell’ex dittatore Suharto, che conquistò il primo posto con il 21,6% dei voti e 128 dei 550 seggi del Parlamento indonesiano. Il Partito democratico indonesiano-Lotta di Megawati Sukarnoputri ottenne solo il secondo posto, con il 18,5% dei voti e 109 seggi. Nel primo turno delle elezioni presidenziali, svoltosi nel giugno seguente, il candidato del Golkar venne clamorosamente escluso. A settembre, l’ex generale Susilo Bambang Yudhoyono, già ministro degli Interni di Abdurrahman Wahid, conquistò la presidenza indonesiana superando con un largo margine Megawati Sukarnoputri (60,9% contro 39,1%).
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