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Struttura articolo
Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
Da nord a sud si susseguono quattro fasce di vegetazione: la foresta – in cui, a seconda delle aree, prevale il tiglio, la quercia, il pino o il peccio –, la steppa boscosa, la steppa erbosa e la macchia mediterranea. Le aree forestali ricoprono il 15,9% del territorio (2005), protetto appena per il 3,4% (2007). Importante per la salvaguardia di flora e fauna delle zone umide della Polesia è il Parco nazionale Sac’kij Prirodnij, di 82.500 ettari, istituito nel 1983. L’eliminazione di aree boschive, attuata per ricavare terreni da destinare a usi agricoli, ha determinato la scomparsa di molta fauna originaria del paese, tra cui il bisonte europeo e il cavallo selvatico. In alcune aree sovravvivono mammiferi come il muflone, il cervo, il lupo, il cinghiale selvatico, il topo muschiato, il castoro, la martora, oltre a volatili quali l’avvoltoio, l’aquila e l’airone.
Nella notte tra il 25 e il 26 aprile del 1986 a Černobyl, una cittadina dell’Ucraina settentrionale distante 16 km dal confine bielorusso, si verificò una catastrofe nucleare di proporzioni enormi. In seguito all’esplosione di uno dei reattori della centrale nucleare si ebbe una fuoriuscita di cesio, stronzio e plutonio. Quasi il 10% del territorio dell’Ucraina fu contaminato dal fallout radioattivo e almeno il 2% in modo molto grave. Fu necessaria l’evacuazione di oltre 100.000 persone (soprattutto nell’area intorno alla cittadina di Pripyat’) e vi furono molte vittime, soprattutto tra gli addetti impegnati nelle operazioni di soccorso. Gli effetti sulla popolazione, in particolare il cancro infantile della tiroide, cominciarono a manifestarsi negli anni successivi all’incidente e dureranno con tutta probabilità per decenni. Gran parte dell’area più gravemente colpita è tuttora inabitabile. La centrale nucleare di Černobyl fu chiusa definitivamente il 14 aprile 2000. La politica sovietica di potenziamento della produttività agricola e industriale, senza riguardo all’impatto sull’ambiente, ha portato a risultati cui il governo ucraino fa fatica a porre rimedio. L’inquinamento atmosferico ha raggiunto livelli preoccupanti nei centri fortemente industrializzati di Zaporožie, Luhans’k e Donets’k. Il sistema idrografico è contaminato in tutto il paese e l’acqua potabile scarseggia. L’Ucraina ha ratificato il Trattato Antartico, la Convenzione sul diritto del mare e altri accordi internazionali sull’ambiente riguardanti l’inquinamento atmosferico, la biodiversità, la salvaguardia delle specie in via d’estinzione, le modificazioni ambientali, la tutela delle zone umide, l’abolizione dei test nucleari, lo smaltimento dei rifiuti nocivi, la protezione dell’ozonosfera, l’eliminazione degli scarichi in mare.
L’Ucraina è, dopo la Russia, la nazione più popolata tra quelle nate dal crollo dell’Unione Sovietica; il paese conta infatti 45.994.287 abitanti (2008), con una densità media di 76 persone per km². Il 67% (2005) della popolazione vive in aree urbane; le regioni più densamente popolate sono quelle orientali e occidentali, mentre nella sezione centrale dell’Ucraina, fatta eccezione per l’area urbana di Kiev, il popolamento è molto più rado. Il tasso di crescita annuo, di -0,65% (2008), indica una tendenza al decremento, che riflette una situazione di incertezza del paese dopo il crollo dell’URSS e la grave crisi economica che ne è scaturita. La speranza di vita alla nascita, di 68,1 anni (2008), non è elevata. Il tasso di mortalità infantile, del 9‰, è nettamente superiore a quello dei paesi dell’Europa occidentale. Gli ucraini costituiscono la maggioranza della popolazione (73%). Tra le minoranze vi sono russi (22%) – presenti soprattutto verso il confine orientale e in Crimea –, bielorussi (0,9%), ebrei (0,9%), moldavi (0,6%), bulgari (0,5%), polacchi (0,4%), ungheresi (0,3%) e tatari di Crimea (che subirono deportazioni durante la seconda guerra mondiale). Gli ebrei, assai numerosi prima degli anni Quaranta, si sono ridotti della metà, come risultato della Shoah e delle emigrazioni favorite dalle autorità sovietiche negli anni Ottanta. Sono numerosi, peraltro, gli ucraini che risiedono in Russia e nelle altre ex repubbliche sovietiche, ed esistono delle forti comunità anche in Europa centrale, Canada e Stati Uniti.
La lingua ucraina, che utilizza i caratteri dell’alfabeto cirillico, è del ceppo slavo orientale, insieme al russo e al bielorusso. È l’idioma ufficiale dal 1989. Parlati perlopiù dalle rispettive minoranze sono il russo (il più diffuso), l’ungherese e il polacco. La religione prevalente è quella cristiana ortodossa (67%, che fa capo sia al patriarcato di Mosca, sia a quello di Kiev), seguita da quella cattolica (uniate). Sono inoltre presenti ebrei, musulmani (tra la minoranza tatara) e protestanti.
Il paese ha raggiunto un tasso di alfabetizzazione della popolazione adulta del 99,6% (2000). L’ucraino, dopo la forzata russificazione del periodo sovietico, è tornato nuovamente lingua ufficiale d’insegnamento; il russo viene comunque utilizzato nelle scuole delle aree a maggioranza di popolazione russa. Esistono sette atenei, tra cui i più prestigiosi sono l’Università di Leopoli (1784), l’Università di Kiev (1834) e l’Università di Odessa (1865). La ricchezza culturale del paese, che affonda le sue radici nel folclore nazionale, si manifesta in ambito artistico (notevoli sono, ad esempio, le icone e le tradizionali uova di Pasqua smaltate), musicale (di rilievo il canto popolare), architettonico e letterario. Nonostante diversi monumenti nazionali siano stati distrutti durante il periodo stalinista, nella capitale rimangono magnifici esempi di architettura ecclesiastica ortodossa: la cattedrale di Santa Sofia (1037), attualmente adibita a museo, e il Kiev-Pechersk Lavra (Monastero delle Grotte, XII secolo), sono entrambi World Heritage Sites dal 1990. Importante è la letteratura ucraina, in origine scritta in antico slavo, base di molta letteratura russa; gli scrittori ucraini utilizzarono infatti il russo come lingua letteraria sino al XIX secolo, quando si manifestò un risveglio dello spirito nazionale.
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